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Se "restare a casa" fa paura: cosa fare e chi contattare in caso di violenza domestica

Se “restare a casa” fa paura: cosa fare e chi contattare in caso di violenza domestica

26 Marzo 2020

Ci sono degli aspetti che spesso non vengono considerati quando si parla dell’emergenza sanitaria del Coronavirus. Le restrizioni messe in atto nelle ultime settimane (dal “restiamo in casa“, fino alle più stringenti dell’ultimo decreto) potrebbero avere delle conseguenze estremamente gravi per molti soggetti fragili o in difficoltà. Anche tra le mura domestiche.

La pandemia attualmente in corso in tutto il mondo rischia di avere un doppio effetto per le donne. La chiusura delle scuole da una parte e dei centri diurni per gli anziani o per le persone non autosufficienti dall’altra, sta aumentando – in Italia e non solo – gli oneri di lavoro domestico e di cura non retribuito, che continua a ricadere principalmente sul genere femminile. A questo si aggiunge il tema della violenza di genere, un problema ancora purtroppo molto diffuso nel nostro Paese.

Negli ultimi giorni, le associazioni e gli enti che si occupano di violenza domestica, stanno lanciando numerosi appelli per continuare a mantenere alta l’attenzione sul tema. Ciò che spaventa maggiormente gli esperti è che in questa grave situazione sanitaria diminuiscano le denunce da parte delle donne che vivono in casa situazioni di maltrattamento.

Ne abbiamo parlato con il CADOM (Centro aiuto donne maltrattate) di Monza.

Poche telefonate, ma l’aiuto per le donne c’è

«E’ tutto vero – ci raccontano dal Cadom – le telefonate di denunce sono diminuite in tutta Italia. I dati nazionali parlano di un -50% di chiamate nelle ultime settimane e da noi in Brianza il trend forse è ancora peggio. Le telefonate sono veramente, veramente poche. Noi continuiamo come possiamo il nostro lavoro: ci sono volontarie che si sono rese disponibili a seguire alcune donne su Skype, altre che tengono monitorate le telefonate che arrivano».

«Le richieste di aiuto sono poche – prosegue un’operatrice – ma siamo felici di notare che quando le donne parlano con le nostre volontarie sono sempre grate e “felici” per il servizio. Chiamare un centro di aiuto per donne maltrattate non è facile, mai. In questa situazione è ancora più difficile. Una delle caratteristiche principali di un maltrattante è che spesso vuole esercitare il controllo su tutto ciò che ha intorno: stando a casa queste dinamiche pericolose possono venire a galla più facilmente. Ci tengo a chiarire che noi, come possiamo, ci siamo e continuiamo a lavorare per le donne».

I numeri da chiamare

Il Cadom Monza ha attivato anche un numero speciale in questi giorni particolarmente delicati. Il numero, attivo nel pomeriggio dal lunedì al venerdì, è 380 23 68 170. Le operatrici confermano inoltre che è ancora attivo e funzionante h24 il numero della sede (al solito recapito, 039 284 0006). C’è infine un numero per le emergenze (anche questo 7 giorni su 7, 24 ore al giorno) che è 342 75 26 407.

Anche durante l’emergenza del Coronavirus, a livello nazionale è attivo il numero di aiuto per le vittime di violenza e stalking. Si tratta del 1522: è gratuito e sicuro, gestito direttamente dal Ministero. Da poche ore è disponibile online l’app del 1522, che permetterà di scrivere direttamente agli operatori, evitando quindi il rischio di essere ascoltate durante la chiamata. La chat con gli operatori è comunque disponibile anche sul sito 1522.eu.

La tutela per le donne: ecco cosa ha fatto il Ministero

Gli appelli e i trend negativi degli ultimi giorni, non hanno lasciato il Governo indifferente al tema. La Ministra delle Pari Opportunità e della Famiglia, Elena Bonetti, dopo aver annunciato lo stanziamento di fondi extra per i centri anti violenza, ha rivolto un appello a tutte le donne, invitando a denunciare qualsiasi episodio di abuso e a non aver paura di lasciare il proprio domicilio in situazioni emergenziali.

In accordo con la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, la Bonetti ha inoltre dichiarato che le donne che andranno presso un centro antiviolenza saranno dispensate dal riempire con dati sensibili il modulo dell’autocertificazione obbligatorio per gli spostamenti.

«È un documento che è stato pensato per tutelare i cittadini – ha dichiarato la Ministra Bonetti in un’intervista – però è importante che le donne sappiano che possono uscire e recarsi ai centri antiviolenza dichiarando che lo fanno per stato di necessità, mantenendo la riservatezza sulla causa specifica senza dichiarare altro motivo».

Attualmente il governo, in rete con le associazioni e i centri anti violenza italiani, sta elaborando ulteriori strategie per venire incontro alle donne che decideranno di lasciare il proprio domicilio in questi giorni. Uno dei problemi più seri da affrontare sarà capire dove le donne maltrattate e i loro eventuali bambini staranno una volta lasciata la propria casa: se ci sarà, ad esempio, da fare un periodo obbligatorio di quarantena prima di essere ospitate in un casa di accoglienza. Ulteriori decisioni verranno prese dai vertici del ministero nei prossimi giorni.

Intanto quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo è tenere alta l’attenzione sul tema. I centri antiviolenza consigliano, inoltre, di segnalare alla polizia eventuali rumori o episodi strani.

 

 

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Agnese Zappalà
Agnese Caterina Zappalà, classe 1993. Laureata in Musicologia e Beni Culturali tra Italia e Francia e diplomata all’ISPI di Milano in Affari Europei, adesso studio Storia Politica all’Università degli studi di Pavia. Mi piace scrivere, entrare a contatto con le persone e raccontare le storie che mi emozionano. Leggo tanto, soprattutto i grandi classici della letteratura. Una passione insana per il caffè, il cinema francese e lo shopping esagerato.


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