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Combine paintings e Bachi da setola: un nuovo modo di fare scultura

Combine paintings e Bachi da setola: un nuovo modo di fare scultura

22 Febbraio 2016

Già nel primo Novecento l’idea di scultura era profondamente cambiata rispetto al passato, soprattutto dopo che un artista come Rodin aveva posto le basi per superarne la definizione e l’estetica classica. Costantin Brancusi fece addirittura causa agli Stati Uniti d’America quando, nel 1926, un suo pezzo, Uccello nello spazio – una sorta di lamina riflettente – venne scambiata per ferraglia e sottoposta al dazio delle normali merci (per ben 240 dollari dell’epoca). Alla fine vinse lui, e il tribunale riconobbe a quel pezzo di ottone una sua artisticità, tale da meritare il duty free, l’esenzione fiscale, come era stabilito per le opere d’arte: così nasceva di fatto la scultura astratta moderna.

Robert Rauschenberg: Canyon (1959)

Robert Rauschenberg: Canyon (1959)

Nel Dopoguerra, mentre Giacometti proseguiva su una linea tutto sommato legata alla tradizione, pur nell’assottigliarsi e disgregarsi della materia, altri artisti si muovevano su fronti completamente diversi. Si pensi, per esempio, al mitico Robert Rauschenberg – bello e maledetto, assurto a star mondiale nella Biennale di Venezia del 1964 come lo racconta Calvin Tomkins nella sua biografia – che a metà tra pop art ed espressionismo astratto s’inventò i combine paintings, le pitture combinate in cui mescolava la pittura con gli oggetti e la materia della quotidianità. Tanto per capirci, una sua scultura del 1955-59 dal titolo Monogram si compone di pittura a olio su carta, tessuto, carta stampata, riproduzione a stampa, metallo, legno, tacco da scarpa in gomma e palla da tennis su capra d’angora impagliata e pneumatico su piattaforma in legno, montato su quattro ruote. Non c’è che dire.

Pino Pascali: la vedova blu (1968)

Pino Pascali: la vedova blu (1968)

Tanto fece l’americano Rauschenberg, che pochi anni dopo non sorprende più il lavoro di un altro grande, l’italianissimo Pino Pascali: in pieno neodada Pascali eseguiva collage a tecnica mista su zinco, bitume su lamiera, lamiera inchiodata su faesite o gesso e catrame, oppure negli stupendi Bachi da setola preferiva i peluche e le pagliette di ferro, o nel metro cubo di terra si arrangiava con il materiale più povero. Pascali, una meteora – come lo descrive Marco Tonelli – nato nel 1935 e morto nel 1968, è capace in solo un lustro di ottenere consenso unanime, in quanto a genio e originalità, per le sue opere plastiche, un centinaio in tutto e oggi veri totem per i collezionisti più attenti.

Pascali e Rauschenberg, differenti ma simili per la capacità di stupire e interpretare le temperie di un mondo che andava cambiando tra industrializzazione e contestazione. Il primo, che dietro un aspetto ludico, leggero e divertito, nascose una poetica meno ingenua di quanto i critici abbiano spesso sostenuto; il secondo, a cui piaceva giocare con i simboli e riti dell’art system. Una volta, leggendo una ingenerosa critica a una sua mostra a Firenze, in cui il recensore concludeva la stroncatura suggerendogli di gettare le “opere” in Arno, Rauschenberg seguì il consiglio e prima di ripartire per gli States raccolse in un fagotto i pezzi invenduti gettandoli da un ponte nell’acqua alta, dove ancora giacciono.

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