cronaca
|“Rischiamo la vita per curare”: l’allarme degli infermieri brianzoli

Dopo l’ennesima aggressione al pronto soccorso di Vimercate, il sindacato degli infermieri torna a denunciare una situazione sempre più difficile: «Non possiamo avere paura mentre lavoriamo»
Entrano in ospedale per curare. E qualche volta ne escono con delle ferite. È il paradosso che racconta oggi il personale sanitario della Brianza, alle prese con un problema che non sembra più confinato a episodi sporadici: la violenza nei luoghi di cura.
L’ultimo caso è avvenuto nei giorni scorsi al pronto soccorso di Vimercate. Un paziente, in forte stato di agitazione e con fragilità psichiatriche, avrebbe aggredito alcuni medici e infermieri che lo stavano assistendo. Ne sono seguiti traumi e ferite. I Carabinieri, che avevano accompagnato l’uomo in ospedale, sono stati immediatamente allertati.
Per i sanitari, fortunatamente, la prognosi è stata di pochi giorni. Ma la domanda che resta, secondo il sindacato NurSind Monza e Brianza, è quanto ancora possa essere considerata normale una situazione nella quale chi indossa una divisa sanitaria deve mettere in conto anche il rischio di essere aggredito.
«Rischiamo la vita per curare: così non possiamo più andare avanti», dice Donato Cosi, segretario territoriale di NurSind.
Non è la prima volta che accade a Vimercate. A maggio un altro episodio aveva avuto come teatro il pronto soccorso: un uomo aveva aggredito alcuni infermieri nel vicino Cps e poi aveva danneggiato l’area del triage.
Due episodi in pochi mesi, dunque, che per il sindacato diventano il segnale di una questione più ampia. Perché dietro l’aggressione c’è un pronto soccorso nel quale arrivano persone in condizioni di particolare fragilità, familiari sotto pressione, situazioni di emergenza. E dall’altra parte ci sono operatori chiamati a gestire tutto questo con organici che, denuncia NurSind, sono sempre più difficili da sostenere.
Il problema non è soltanto la violenza fisica. È la tensione quotidiana.
«La pressione è alle stelle e i contesti lavorativi sono diventati insostenibili», sostiene Cosi. Una pressione che, secondo il sindacato, rischia di trasformarsi in stanchezza cronica, stress e burnout.
C’è poi il tema del personale. Gli infermieri sono sempre meno e, parallelamente, cresce la difficoltà di trattenere chi lavora nei reparti più esposti. Il risultato può diventare un circolo vizioso: meno personale, maggiore carico sui presenti, più fatica, maggiore rischio di abbandonare quei contesti lavorativi considerati più pesanti.
A questo si aggiunge la gestione dei turni di Pronta Disponibilità. Uno strumento previsto dai contratti, ma che secondo il sindacato, quando comporta frequenti chiamate in servizio, finisce per comprimere ulteriormente il tempo necessario al recupero.
«I continui turni di pronta disponibilità e le frequenti chiamate in servizio erodono i tempi di recupero psicofisico e la conciliazione vita-lavoro», spiega Cosi.
E c’è una frase, più di altre, che restituisce la dimensione del disagio denunciato dagli infermieri: «Non si può iniziare il turno con la paura di finire dall’altra parte, non più come persona che cura, ma come paziente».
Perché un ospedale dovrebbe essere il luogo in cui si entra per essere curati. Per chi ci lavora, invece, il rischio è che diventi anche il luogo nel quale difendersi.
Nei giorni scorsi Cosi ha scritto ai vertici di Asst Brianza chiedendo un intervento e la convocazione urgente di un tavolo tecnico. La richiesta è quella di affrontare la questione in modo strutturale, andando oltre la gestione della singola aggressione.
«È inaccettabile che chi opera in prima linea per la tutela della salute pubblica debba svolgere la propria attività in contesti di costante rischio per la propria incolumità», afferma il segretario territoriale di NurSind.
La posta in gioco, secondo il sindacato, non riguarda soltanto la sicurezza degli infermieri. Riguarda la capacità stessa degli ospedali brianzoli di continuare a trovare e trattenere personale disposto a lavorare nei reparti più delicati.

