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Aggressione in carcere a Monza, due agenti feriti

Due poliziotti penitenziari, entrambi giovanissimi, sono stati aggrediti all’interno di una sezione detentiva della casa circondariale di Monza. Trasportati al San Gerardo. Il sindacato: «Insulti, minacce e intimidazioni sono stati normalizzati. Non aspettiamo il prossimo collega ferito»

MONZA – Prima gli insulti, le minacce, gli sputi. Poi le intimidazioni. E adesso anche le aggressioni fisiche. È su questa escalation che l’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria (OSAPP) accende i riflettori dopo quanto accaduto ieri nella casa circondariale di Monza, dove due agenti penitenziari sono stati aggrediti all’interno di una sezione detentiva.

Un episodio che il sindacato chiede di non archiviare come un semplice incidente di servizio. I due poliziotti, entrambi molto giovani, sono stati soccorsi dai colleghi e successivamente accompagnati all’ospedale San Gerardo di Monza per le cure necessarie.

A evitare conseguenze peggiori sarebbe stata la rapidità della reazione degli altri agenti, intervenuti nel giro di pochi minuti per dare supporto ai colleghi coinvolti nella duplice aggressione.

Ed è proprio da qui che parte la denuncia dell’OSAPP: la professionalità e la capacità di reazione degli agenti non possono diventare il paravento dietro cui nascondere problemi organizzativi e condizioni di lavoro sempre più difficili.

«Non può essere liquidato come un rischio del mestiere»

Il sindacato regionale Lombardia mette nero su bianco una posizione molto netta: «Quanto accaduto non può essere archiviato come un semplice incidente né, peggio ancora, liquidato con la frase: “Sono i rischi del mestiere”».

Il punto, secondo l’OSAPP, non è negare che il lavoro della Polizia Penitenziaria comporti rischi. È impedire che la presenza di quei rischi diventi una giustificazione per accettare ciò che, invece, potrebbe essere prevenuto.

«Sostenere che ogni rischio sia inevitabile – sottolinea il sindacato – significa rassegnarsi a una condizione che non può e non deve essere accettata».

Una denuncia che va oltre il singolo episodio. Per l’organizzazione sindacale, infatti, l’aggressione di ieri sarebbe l’ultimo anello di una situazione che da tempo presenta segnali di deterioramento.

Il timore è che la violenza diventi normale

La lista è pesante: insulti, minacce, sputi, intimidazioni e atteggiamenti aggressivi nei confronti del personale. Comportamenti che, secondo l’OSAPP, rischiano di essere progressivamente considerati parte della quotidianità carceraria.

Ed è proprio questa «normalizzazione» a preoccupare il sindacato.

Il timore è che il confine venga spostato ancora più avanti, fino a considerare quasi inevitabile anche l’aggressione fisica a un agente.

«Il rischio, oggi, è quello di compiere il passo successivo e arrivare a considerare “normale” anche l’aggressione fisica», denuncia l’organizzazione.

La richiesta: prevenire prima che qualcuno si faccia male

L’OSAPP non chiede interventi indiscriminati né risposte sproporzionate. Chiede però regole chiare, prevenzione, tempestività e fermezza.

La richiesta rivolta all’Amministrazione è quella di assumere decisioni organizzative dopo episodi di particolare gravità, evitando che tutto torni immediatamente alla normalità senza che siano individuate contromisure.

Nel mirino finiscono anche le attività e gli spazi della vita detentiva: socialità, salette, chiamate, campo sportivo e palestra. Opportunità che, ricorda il sindacato, presuppongono il rispetto delle regole da parte della popolazione detenuta.

Il principio rivendicato è semplice: chi è chiamato a far rispettare le regole deve poterlo fare in condizioni di sicurezza.

«Non vogliamo aspettare il prossimo collega ferito»

L’OSAPP chiede ora all’Amministrazione provvedimenti «seri e tempestivi» e, quando necessario, anche di carattere collettivo. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’episodio di Monza diventi semplicemente un altro caso da aggiungere a una lista già lunga.

«Non vogliamo aspettare il prossimo episodio. Non vogliamo dover commentare il prossimo collega ferito. Non vogliamo che la risposta sia, ancora una volta: “Sono i rischi del mestiere”».