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“Non tagliate quel bosco”: l’appello degli ambientalisti al sindaco Pilotto. Nel mirino il verde di via Grigna
Immagine di archivio

Il Coordinamento dei comitati e delle associazioni ambientaliste di Monza chiede al Comune di fermare i progetti sulle aree verdi e di ripensare anche lo studentato. «La città può avere i servizi di cui ha bisogno senza sacrificare un patrimonio naturale»

Il futuro di un bosco potrebbe passare anche da Bruxelles. E, soprattutto, da una scelta che Monza sarà chiamata a compiere sul proprio territorio. Il Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni Ambientaliste di Monza ha scritto al sindaco Paolo Pilottochiedendo di rivedere le progettualità che interessano aree verdi della città, a partire dal bosco di via Grigna. La richiesta arriva mentre a livello nazionale si starebbe definendo il Piano Nazionale di Ripristino della Natura, lo strumento con cui l’Italia dovrà dare attuazione al regolamento europeo sul recupero degli ecosistemi.

Il tema è delicato perché, nella lettura proposta dagli ambientalisti, la nuova normativa europea imporrebbe un cambio di prospettiva: non sarebbe più sufficiente guardare alla destinazione urbanistica di un’area, ma occorrerebbe considerare anche ciò che quell’area è realmente, cioè il suo stato di fatto, la presenza di vegetazione e il suo valore ecologico.

Da qui l’appello rivolto direttamente al primo cittadino: sostenere in sede Anci un Piano nazionale il più possibile aderente agli obiettivi europei e, parallelamente, applicare sul territorio una maggiore tutela delle aree verdi.

Il bosco di via Grigna al centro dello scontro

Il passaggio più politico della lettera riguarda proprio via Grigna. Gli ambientalisti chiedono al Comune di «fare un passo indietro» rispetto alle progettualità già avviate e indicano il bosco come il primo banco di prova.

Il ragionamento parte da una domanda: è possibile realizzare opere considerate strategiche per la città — dagli alloggi universitari alla mobilità sostenibile — senza consumare nuovo suolo e senza sacrificare aree naturali?

Per il Coordinamento la risposta dovrebbe essere sì.

Non si tratta, sostengono i comitati, di negare la necessità di nuovi servizi. La questione sarebbe piuttosto quella di valutare fino in fondo il prezzo ambientale di ogni intervento e di cercare soluzioni alternative capaci di raggiungere gli stessi obiettivi senza eliminare un’area verde.

È un confronto destinato a intrecciarsi inevitabilmente con uno dei dossier più importanti per il futuro urbanistico di Monza: la trasformazione dell’ex caserma IV Novembre e la realizzazione dello studentato universitario. Un progetto pensato per rispondere alla crescente domanda di alloggi per gli studenti, ma che proprio per la sua dimensione potrebbe entrare in collisione con le richieste di chi chiede una tutela più rigorosa del patrimonio verde.

«Due benefici: lo studentato e il bosco intatto»

La lettera degli ambientalisti prova però a spostare il terreno della discussione. Non un semplice «no» alle opere, ma la proposta di cercare una terza via.

«Siamo fiduciosi rispetto alla possibilità che si possa trovare una soluzione positiva», scrivono, immaginando una Monza capace di ottenere due risultati contemporaneamente: uno studentato e un bosco intatto, tutelato e fruibile dai cittadini.

È questo il punto sul quale i comitati chiedono al sindaco di aprire una riflessione. Perché, secondo la loro impostazione, il patrimonio naturale non dovrebbe essere considerato uno spazio disponibile da utilizzare quando serve, ma una vera infrastruttura della città, con un valore che cresce proprio mentre aumentano le temperature, gli eventi climatici estremi e la necessità di garantire aree capaci di mitigare gli effetti della cementificazione.

E la domanda finale della lettera guarda soprattutto alle generazioni future: che cosa resterà ai ragazzi se oggi non si protegge l’ambiente nel quale dovranno vivere?

La partita è appena cominciata

Il confronto, dunque, potrebbe essere soltanto all’inizio. Da una parte ci sono le esigenze di una città che cresce e deve trovare spazio per studenti, mobilità e nuovi servizi. Dall’altra, la richiesta di considerare il verde non come un ostacolo alla trasformazione urbana, ma come una componente essenziale della qualità della vita.

Nel mezzo c’è il Piano nazionale di ripristino della natura, destinato a fissare obiettivi progressivi fino al 2030, al 2040 e al 2050.

E Monza potrebbe diventare uno dei luoghi in cui questa nuova idea di città viene messa alla prova.

La domanda, alla fine, è molto concreta: si può costruire il futuro senza cancellare quello che la natura ha già costruito?

Il Coordinamento dei comitati ambientalisti dice di sì. Ora la palla passa al Comune.