Intervista
|Barbara Cortinovis, la lissonese nella terzina finalista del Premio Brianza con “Il barattolo dei pastelli”
Un’intervista a tu per tu tra scrittura, bullismo e le ombre della mente umana
Lissone – C’è un libro che da mesi continua a scalare le classifiche, facendo molto parlare di sé ben oltre i confini del nostro territorio. Un caso letterario che ci tocca da vicino, perché porta la firma di una brianzola. Parliamo de “Il barattolo dei pastelli”, il romanzo d’esordio (edito da Bollati-Boringhieri) che ha proiettato l’autrice lissonese Barbara Cortinovis direttamente nella prestigiosa terzina finalista della 21esima edizione del Premio letterario Brianza.
Nella vita di tutti i giorni, Barbara indossa il camice: è un medico anestesista rianimatore all’ospedale San Gerardo di Monza. Ma appena sveste i panni della sala operatoria, impugna la penna per esplorare un altro tipo di fragilità, quella dell’animo umano. L’abbiamo raggiunta per farci raccontare le emozioni di questo successo e i retroscena di un romanzo capace di colpire duro, dritto allo stomaco.

IL BARATTOLO DEI PASTELLI DI BARBARA CORTINOVIS
Renata, la protagonista, è una donna fragile ma tenace. Adora collezionare piccole cose senza importanza e lavora facendo le pulizie a casa di una donna anziana. Ma non è sempre stato così. Prima faceva la bidella in una scuola media: un lavoro che amava, un ambiente che le calzava come un guscio imperfetto e che rappresentava per lei una vera famiglia, dove aveva stretto più di un’amicizia, specialmente con Alessio, l’enigmatico professore d’Arte. Tutto questo fino a “quel maledetto giorno”, quando tutto cambia: Renata si ritrova nell’atrio della scuola con in mano una pistola ancora calda, incapace di ricostruire una catena di eventi fatali. Da questa immagine cruda, il nastro della memoria si riavvolge. Attraverso gli occhi di Renata, l’autrice ci porta dentro una classe problematica, dove seguiamo il dramma di Daniele, un ragazzino preso di mira da un ripetente. Inizia un’escalation di violenza e umiliazione che culmina quando il bullo se la prende con la bicicletta di Daniele, considerata da lui un’estensione del proprio corpo. Tra i corridoi si intrecciano i temi del bullismo, della maternità negata, del potere salvifico dell’amicizia e della scuola vista come microcosmo di tutte le contraddizioni della società.
L’INTERVISTA
1) Un libro, il suo, che sviscera in maniera molto netta e forte il tema del bullismo che, tuttavia, non è il tema principale del romanzo.
“È vero. Il bullismo c’è, ma è un tema di necessità per lo sviluppo della storia. Il mio libro non è nato con l’obiettivo di raccontare esclusivamente questo fenomeno. Il mio vero intento era raccontare l’abisso della mente umana e, in particolare, la fragilità di Renata. Lei è una donna che, dopo aver vissuto un evento molto traumatico, fa un’enorme fatica a rimettere insieme i frammenti della propria esistenza. Volevo ricostruire come la nostra mente reagisce e si difende quando si trova a fare i conti con eventi del passato così forti e dolorosi”.
2) Nel suo romanzo l’ambiente scuola è raccontato da un punto di vista nuovo, non da insegnanti o alunni, ma da una bidella. Perché questa scelta?
“Ho scelto volutamente di far raccontare la vicenda da Renata, una collaboratrice scolastica, perché in un certo senso è un’osservatrice onnisciente, ma anche impotente, di tutto quello che accade all’interno della scuola. Il suo è un ruolo difficile e affascinante al tempo stesso: vive l’istituto con le mansioni da bidella, certo, ma anche con quel profondo senso di maternità che la porta ad affezionarsi immancabilmente ai ragazzi. Non voglio spoilerare troppo della trama, ma basti dire che a un certo punto del libro Renata si troverà a raccontare il dramma intimo di un figlio perso”.
3) L’evento traumatico che Renata non riesce a superare è un evento drammatico avvenuto proprio nella sua scuola. Il romanzo si apre infatti con una pistola fumante, in mano proprio alla bidella…
“Esatto. Io considero il mio romanzo main stream con strascichi noir. Renata è una donna di mezza età, molto fragile. Lavora come collaboratrice domestica e ad un certo punto si trova a riavvolgere il nastro facendo i conti con il passato – spiega l’autrice – il lettore fa un salto indietro nel tempo, quando Renata lavorava in questa scuola dove c’era una prima media particolarmente problematica. Una classe dove c’è Daniele che è vittima di bullismo da parte di un compagno ripetente che lo prende di mira. C’è proprio un’escalation di violenza: questo ragazzo prima punta agli oggetti, poi ai vestiti, fino al corpo di Daniele. Il culmine arriverà quando nella scuola ci saranno ben 5 morti”.

4) Lei di lavoro è anestesista rianimatore al San Gerardo di Monza, un ambiente lavorativo che si presta bene a storie da sviluppare in un romanzo. Nel suo romanzo d’esordio ha scelto di uscire dalla sua comfort zone, come mai?
“In effetti in molti mi hanno fatto notare che è un esordio particolare. Tutti si aspettavano l’ospedale, ma la scuola, in un certo senso, ha sempre fatto parte di me e della mia vita. Mia mamma era un’insegnante proprio in una scuola media. È un ambiente che ho vissuto e respirato prima in prima persona come studentessa, e che ora vivo da un’altra prospettiva, da mamma, con una figlia a sua volta studentessa”.
4) Anestesista e scrittrice, come e quando è nata la passione per la scrittura? E dove lo trova il tempo per scrivere?
“La passione per la scrittura c’è sempre stata ma la vita poi mi aveva un po’ allontanata. Il lavoro impegnativo, la crescita di mia figlia, i vari impegni familiari mi avevano assorbita completamente. Poi, quando tutto si è depositato e le cose si sono stabilizzate, è tornato il momento giusto per riprendere in mano la penna. Volevo farlo bene, però. Così mi sono iscritta a un corso di scrittura creativa ed è proprio durante quelle lezioni che ha preso forma il romanzo. Per quanto riguarda il tempo… non ho una vera e propria routine prestabilita, scrivo letteralmente quando posso. Ho provato persino a scrivere seduta nei palazzetti dello sport, per ingannare il tempo in attesa che mia figlia finisse i suoi allenamenti!”.
5) Il suo primo romanzo sta avendo un grande successo, si ferma qui oppure ha già un altro libro pronto a scalare le classifiche?
” Un quasi esordio in realtà. Avevo già provato a scrivere altri due romanzi, ma non sono mai stati pubblicati. Non erano maturi oppure non avevano un mercato adatto – conclude – quindi “Il barattolo dei pastelli” non è il mio primo lavoro. Comunque ho già finito di scrivere il mio secondo romanzo. Non posso ovviamente anticipare nulla ma posso dire che nella prossima storia i protagonisti saranno due fratelli che si ritroveranno a vivere un’esperienza di gioco estremamente immersiva”.


