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Gran Premio di Monaco, il trofeo nasce in una bottega della Brianza
Lorenzo Invernizzi con il Trofeo. Tutte le immagini presenti nell'articolo sono state concesse da Invernizzi.

La Libe Incisioni di Bovisio Masciago ha progettato e costruito il premio alzato da Andrea Kimi Antonelli nel GP di Formula 1 a Monaco. Ottone, carbonio, oro e un brillante: Lorenzo Invernizzi racconta il capolavoro brianzolo.

Milioni di persone lo hanno visto alzarsi nel cielo di Monaco. Pochissime sapevano che, prima di arrivare tra yacht, champagne e telecamere internazionali, quel trofeo era passato anche dalle strade della Brianza. Ebbene sì: il Trofeo del Gran Premio di Formula 1 di Monaco vinto da Kimi Antonelli, che corre su una monoposto Mercedes, lo ha realizzatoLibe Incisioni, azienda di 35 anni e tredici dipendenti in attivo di Bovisio Masciago. A raccontare a MBNews come la Brianza sia finita dentro una delle immagini sportive più viste dell’anno è il titolare Lorenzo Invernizzi. Che dopo aver portato la sua bottega sul tetto della Formula 1 nel Gran Premio con la “G” maiuscola, ha festeggiato alla sua maniera: “Tutto incredibile eh, ma lunedì mattina ero già qui al lavoro”.

GP di Monaco: il trofeo è della brianzola Libe Incisioni

Invernizzi, prima di arrivare al podio di Monaco avete percorso una strada lunga 35 anni. Come nasce Libe Incisioni?

«L’azienda è nata nel 1991 a Limbiate grazie ai miei genitori. All’inizio realizzavamo soprattutto targhe per premiazioni sportive e lavoravamo per negozianti, distributori e produttori di coppe. Eravamo sostanzialmente dei terzisti e per diversi anni siamo rimasti dietro le quinte. Poi, con l’acquisto dei primi macchinari a controllo numerico, tra il 1995 e il 1996, è cresciuta in me la voglia di realizzare qualcosa di diverso: non più soltanto lavorazioni per altri, ma un prodotto davvero nostro. Nel 2006 abbiamo acquistato lo stabilimento di Bovisio Masciago, una posizione comoda anche per la vicinanza alla Milano-Meda e per la gestione dei trasporti. Sono stati anni di investimenti e sacrifici, ma proprio allora abbiamo cominciato a produrre i nostri trofei e a specializzarci sempre di più».

In questo percorso quanto sono stati importanti suo padre e la dimensione familiare dell’azienda?

«Gli insegnamenti di mio padre sono stati fondamentali. Ha saputo mettermi sulla strada giusta, lasciarmi sbagliare e prendermi per le orecchie quando serviva. Soprattutto, ha avuto l’intelligenza di lasciarmi fare. Spero di riuscire ad avere lo stesso atteggiamento con mio figlio e con i ragazzi che lavorano qui. Ho trascorso in officina moltissime ore, notti, sabati e domeniche, ma non l’ho mai vissuto come un peso: faccio questo mestiere perché lo amo. Ancora oggi mi piace lavorare accanto ai dipendenti, aiutarli quando incontrano una difficoltà e trasmettere loro quello che ho imparato. Dopo la scomparsa dei miei genitori ho continuato l’attività insieme a mia moglie e oggi portiamo avanti l’azienda con tutti i nostri collaboratori».

Come si passa dalle targhe per le gare locali alla Formula 1 e, soprattutto, al Gran Premio di Monaco?

«Il motorsport è sempre stato una mia passione. Non ho mai potuto correre in automobile, perché per farlo occorre molto denaro, così ho cercato di unire ciò che amavo al mio lavoro. Una persona importante è stata Gianluca Marotta, che mi ha aperto le porte di questo mondo quando lavorava in Franciacorta: sono partito al suo fianco, ascoltando i suoi consigli, e poi mi sono fatto strada. Siamo cresciuti gradualmente, prima in Italia e poi all’estero, che oggi rappresenta circa il 45% del nostro fatturato. Senza esasperazioni: siamo brianzoli e il bilancio ci piace chiuderlo con la penna nera, mai con quella rossa».

premio monaco f1Il Trofeo del primo classificato al GP di Monaco realizzato dalla Libe Incisioni

Monaco non è una gara come le altre. Che cosa ha significato ricevere questa commessa?

«Monaco era un sogno che avevo fin da bambino. Se mi chiedessero quali trofei vorrei realizzare, direi Monaco, Spa e Monza. Ma Monaco è Monaco. Non ho mai rincorso la Formula 1 soltanto per la sua vetrina mondiale: volevo arrivarci con le competenze e l’esperienza necessarie. Quando abbiamo ricevuto la commessa abbiamo seguito internamente tutta la progettazione del trofeo. Oggi non procediamo più per tentativi: realizziamo rendering a 360 gradi che permettono al cliente di osservare il prodotto in ogni dettaglio prima ancora che venga costruito. Per questo progetto abbiamo poi trasmesso il file tridimensionale del trofeo. Il brand ha realizzato il baule su misura, con gli incassi esatti per accogliere la base e la parte superiore».

Entriamo nell’officina: come si costruisce materialmente un trofeo destinato al vincitore di Monaco?

«Siamo partiti da una lastra di ottone spessa 15 millimetri, completamente fresata per ottenere superfici e tagli esterni della qualità che cercavamo. I due anelli della base sono invece in alluminio ossidato nero. Il distanziale è in vero carbonio da 1,5 millimetri, prodotto in autoclave: abbiamo realizzato internamente anche gli stampi. Ho scelto una finitura opaca perché richiama maggiormente il mondo racing; il carbonio lucido mi interessa meno, quello opaco ha un carattere più tecnico e autentico. Anche la targhetta e la parte superiore sono in ottone lavorato con criteri quasi da orologeria».

Il circuito non è soltanto riprodotto: è raccontato attraverso particolari minuscoli. Quali sono i più preziosi?

«Abbiamo inserito i nomi delle curve, perché mi sembrava una soluzione molto elegante e molto “Monaco”. Tra il tunnel e la curva del Casinò abbiamo collocato un elemento tornito e fresato in ottone, costruito per contenere un inserto in plexiglass. Al suo interno compaiono lo stemma del Principato, il profilo del Principe e la corona. Soltanto per realizzare quest’ultima servono circa diciotto ore di marcatura laser, perché bisogna ricostruirne con precisione tutti i bassorilievi. Il trofeo del vincitore è stato dorato in oro zecchino, quello del secondo classificato in argento mille e quello del terzo rifinito in bronzo spazzolato».

Poi c’è quel brillante posizionato proprio sul traguardo. Come è nata l’idea?

«È stata una mia proposta. Volevo che nel punto esatto del traguardo ci fosse qualcosa di unico. Mi sono rivolto a un laboratorio orafo con il quale collaboriamo da anni: è stato realizzato un piccolo anello in oro, inserito nel trofeo, nel quale è stato incastonato il brillante. È stato progettato in modo che possa anche essere estratto. È un dettaglio molto piccolo, ma racchiude lo spirito del lavoro: per noi personalizzare non significa aggiungere un nome alla fine, significa pensare ogni elemento affinché appartenga davvero a quella gara».

Avete progettato persino il contenitore utilizzato per trasportarlo.

«Sì, perché un oggetto simile deve essere protetto in ogni fase. Abbiamo costruito un flycase in alluminio, completamente nero e con chiusure speciali. Il materiale espanso all’interno è stato fresato in sagoma su cinque assi, così da trattenere perfettamente il trofeo. Quando realizzi un pezzo destinato al podio di Monaco non puoi lasciare al caso nemmeno il viaggio. Non saprei quantificare tutte le ore impiegate e, sinceramente, non amo farlo. Posso dire che è servita almeno una settimana soltanto per la progettazione, alla quale si sono aggiunte tutte le lavorazioni meccaniche e le finiture».

Infine Kimi Antonelli lo ha sollevato davanti al mondo. Che effetto le ha fatto?

«C’ero a Monaco. Conosco abbastanza bene suo padre e conosco l’umiltà della famiglia. Sono qualità che oggi non si incontrano così spesso, quindi mi ha fatto particolarmente piacere che fosse proprio Kimi ad alzare quel trofeo. È stata una grande emozione e ho ricevuto molti complimenti, ma agli amici ho risposto: bello, però lunedì mattina sono di nuovo in bottega. Ci tengo soprattutto a ringraziare i miei collaboratori e i miei dipendenti, perché a un risultato del genere non si arriva da soli. Dietro quel trofeo c’è un vero lavoro di squadra».