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Calcio Monza, storia di una bandiera: parla Paolo Monelli
Paolo Monelli, bandiera biancorossa prima come giocatore e poi come allenatore del settore giovanile

Prima enfant prodige nel settore giovanile biancorosso, capace di debuttare in B a sedici anni. Poi allenatore delle giovanili brianzole fino al 2013. Nel mezzo una carriera prestigiosa impreziosita da oltre 300 presenze tra Serie A e B. Paolo Monelli si racconta alla nostra testata in una preziosa intervista esclusiva. Ecco la prima parte

Nato a Castelnovo ne’ Monti nel 1963, Paolo Monelli è cresciuto a con il pallone tra i piedi fin da piccolo. Per un incrocio del destino si ritrova a Monza da giovanissimo, e con il biancorosso addosso lancerà la sua prestigiosa carriera da calciatore tra Serie A e Serie B. Alle due stagioni in maglia 1912, tra il 1978 e il 1981, impreziosite da 13 gol in 62 presenze, faranno poi seguito ben 14 da allenatore del settore giovanile del club, fino al 2013:  così il talentuoso ex attaccante si è ritagliato un posto prezioso nel cuore di tifosi ed appassionati biancorossi. Ecco le sue parole nella prima parte di un’intervista esclusiva che ha concesso alla nostra testata.

Primi calci

Dall’Appennino alla Brianza: così si potrebbe intitolare il romanzo calcistico, o quanto meno il suo capitolo introduttivo, di Paolo Monelli, che ha raccontato ai nostri taccuini le fasi salienti di una carriera nata lontano dalle Scuole Calcio, inseguendo una rivoluzione che profumava di modernità.

«Sono nato a Castelnovo ne’ Monti e cresciuto a Collagna, 830 metri sul livello del mare: ai tempi a scuola non esisteva il tempo pieno e se volevi passare il pomeriggio con gli amici rincorrevi ore il pallone» rompe il ghiaccio il classe 1963. «Adoravo Hendrik Johannes Cruijff: la sua immensa classe e quel numero 14. Quella Nazionale, pur avendo mancato due volte il Mondiale sul più bello, ha proiettato il calcio nel futuro. Le mie caratteristiche erano altre: al di là di una buona tecnica, sudavo la maglia, e ho affinato col tempo l’acrobazia e il colpo di testa. Dialogavo con i compagni e tornavo a dare una mano là dietro: in questo ero sì un attaccante moderno».

Come nasce nel concreto l’innamoramento per il calcio? E come arrivi a Monza?

«In Seconda Media il professore di Educazione Fisica Claudio Saccani ci faceva giocare sul campetto della scuola, lui allenava le Giovanili alla Scandianese: ma abitavo a 70 chilometri di distanza e quindi non svolgevo la routine settimanale con loro, giocavo solo la partita del fine settimana. Feci due provini con l’Inter a Rogoredo, mi prese poi il Monza: il ds biancorosso Sacchero era legato al presidente della Scandianese e così la mia casa è diventata il convitto in via Manzoni numero 9. Pranzo e cena al Fantello, scuola all’Hensenberger e l’allenamento con gli Allievi: di quella nidiata l’unico che è arrivato al grande calcio è stato Angelo Colombo, era già la Littorina della Brianza».

“Enfant prodige”

Debutti in Serie B sedicenne. E che debutto!

«Subentro a Silva e dopo 20′ il tocco di testa vincente, che risolve un batti e ribatti e che precede la doppietta di Penzo: Monza-Rimini 3 a 0, non so se fu un momento vissuto con incoscienza, ma so che Alfredo Magni e la società credevano in me, perché un punto di forza del Monza era il vivaio. Ho fatto 13 gol in biancorosso, risale alla prima dell”80-‘81 quello più bello: Sampdoria-Monza 1 a 1, mi involo da metà campo, ne dribblo un paio, mi accentro da sinistra e piazzo il destro preciso».

Generico Paolo_Monelli_Monza_1978 un giovane Paolo Monelli con la maglia del 1912

Tu e Daniele Massaro siete gli ultimi bagliori di un grande ciclo, poi vi ritrovate in riva all’Arno: c’era qualche altra offerta a parte i 3 miliardi dei Pontello, proprietari della Viola?

«Sì, ero nei radar della Juventus, ma dopo vent’anni ho scoperto questa cosa: Mantovani aveva lasciato un assegno in bianco sul tavolo del nuovo presidente biancorosso Giambelli, il quale rifiutò dicendo -Con me contano le strette di mano. Era in parola con la Viola: a 18 anni approdai in A».

Serie A

Una storia lunga 165 presenze e 39 gol, che amore è stato?

«Firenze in un aggettivo? Viscerale: voli con lei, ma abbiamo visto con Palladino quanto sa essere critica. Mi sono rotto il quinto metatarso in amichevole col Viareggio e l’anno della volata Scudetto con la Juventus ho fatto una sorta di apprendistato alle spalle di Bertoni e Graziani, campione del mondo l’uno e futuro campione del mondo l’altro: lo spareggio sarebbe stato il giusto epilogo, ma loro piegarono il Catanzaro col rigore di Brady e a noi annullarono una rete a Cagliari».

Vai nelle Marche a farti le ossa e poi prendi una maglia da titolare in Toscana.

«Volevo mettermi alla prova, dopo la preparazione spinsi per andare in prestito: non c’era un allenatore che potesse svezzarmi in modo migliore di Mazzone all’Ascoli! Centrando quella salvezza ad Ascoli sono tornato a Firenze più maturo: Allodi mi confermò la stima di De Sisti e spiegò che su Ciccio (Graziani,n.d.r) c’era la Roma, sarei quindi partito titolare in una Fiorentina che si sarebbe confermata ad alti livelli e ripagai la fiducia con un debutto da sogno. Feci tripletta al Napoli esibendo l’intero repertorio: destro, sinistro, testa, ma il gol che resta scolpito nella memoria gigliata è un pallonetto. Il Napoli, sotto 2-1, preme ed è un attimo: noto Garella avanzato e calcio. Ci vogliono 57 metri e mezzo e un paio di rimbalzi, che rendono il gesto tecnico ancora più gustoso, perché la palla si possa insaccare. Accompagna quell’esultanza il mio amico Antognoni, l’eleganza fatta calcio» .

Serie B

La tua esperienza in A si interrompe, ma non le soddisfazioni.

«L’ultima non fu un’annata brillante, potevo andare a Verona, ma per mettermi in gioco la scelta giusta era Roma, sponda Lazio: una grande piazza che aveva 50 mila tifosi in B e un obiettivo da centrare, dopo l’incredibile salvezza conseguita agli spareggi nonostante il -9 di penalizzazione. Era stato un miracolo di Eugenio Fascetti, ma lui era il mago delle promozioni e sfruttò il materiale (Camolese e Caso, un Galderisi non trascendentale e Martina, Beruatto e Pin) dopo l’avvio stentato e una serie di sei pareggi di fila. Eravamo terzi a pochi turni dal termine, andammo sotto a Catanzaro: ci avrebbero sorpassati, ma inventai all’altezza del dischetto una semi-rovesciata su cross di Marino. Era l’ultima palla: D’Elia fischiò la fine, il pubblico impazzì e ci barricammo tre ore in spogliatoio. Chiudemmo i conti col Taranto, ma più di quella doppietta ricordo il gol, sempre al volo, col Padova. Avevo due anni di contratto, ma Calleri mi volle cedere: si dice che Fascetti si dimise anche per quello».

Una promozione che, immediatamente, bissi al Bari.

«Non ci nascondevamo e Mister Salvemini era la guida giusta. Matarrese aveva preso Di Gennaro e Scarafoni, c’era il talento di Maiellaro e il nucleo dei baresi sbocciati con Catuzzi: dominammo il torneo col Genoa di Scoglio e Signorini e facemmo bene l’anno successivo, salvezza in A, condita da una striscia di dieci gare utili, e Mitropa. Gli stranieri? Joao Paulo, Gerson e un difensore argentino passato sottotraccia: Lorenzo, chiuse la stagione disputando la finale del Mondiale».

Si ringraziano Paolo Monelli per la disponibilità e il materiale fotografico e Antonio Sorrentino per la collaborazione