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Una stanza della meditazione nel carcere di Monza: respiro e silenzio contro violenza e recidiva
Da sinistra: Luca Gonzatto (Amministratore Percorsi My Life Design e autore), Nico Caiazza (Presidente La Lumera OdV), una agente di polizia penitenziaria, Cosima Buccoliero (Direttrice della Casa Circondariale di Monza) e Daniel Lumera

Il progetto guidato da Daniel Lumera trasforma la sezione di via Sanquirico nel secondo polo in Italia ad avere uno spazio permanente per la consapevolezza. Un percorso tra biologia e perdono che diventerà un documentario

Monza –  Mentre il sistema carcerario italiano annaspa tra sovraffollamento e un tasso di recidiva che sfiora il 70%, da Monza arriva una risposta che scardina i paradigmi di una giustizia esclusivamente punitiva. È stata inaugurata in questi giorni la Stanza della Meditazione permanente presso la Casa Circondariale di Monza, la seconda in Italia dopo quella “pilota” inaugurata nell’ottobre 2023 presso la Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo. Non è un’iniziativa isolata, ma il culmine di un percorso di “rieducazione profonda” che ha visto dodici detenuti protagonisti di un ritiro intensivo di cinque giorni, guidato da Daniel Lumera. Biologo naturalista, esperto nell’area del benessere e ideatore del metodo My Life Design, Lumera sta portando la scienza della meditazione anche nelle sezioni più dure d’Italia, trasformando la rabbia in responsabilità. Un progetto d’avanguardia, creato attraverso il contributo dell’associazione di volontariato La Lumera OdV, che è stato reso possibile grazie alla grande sensibilità e alla lungimiranza della direttrice della struttura monzese, Cosima Buccoliero, che ha accolto con entusiasmo l’idea di integrare la pratica meditativa tra le attività educative rivolte ai detenuti.

Quando lo stile di vita “meditativo” varca le celle del carcere di Monza: cosa succede

L’impatto con la realtà del carcere, tuttavia, non è immediato. Chi varca quelle soglie per portare un messaggio di consapevolezza deve fare i conti con un muro invisibile ma solidissimo. “All’inizio di solito c’è scetticismo, chiusura, durezza e distanza”, spiega Daniel Lumera ripercorrendo i primi momenti del ritiro a Monza. “Le persone detenute provano naturalmente paura e diffidenza nel mostrarsi fragili, ma poi succede sempre qualcosa di straordinario e profondamente umano”. Il processo di trasformazione non parte da concetti astratti o filosofici, ma dal corpo, dal respiro e dal sentire. La tecnica utilizzata da Lumera inizia, infatti, con una particolare pratica di respirazione studiata scientificamente per ridurre drasticamente lo stress, l’ansia e i livelli di cortisolo. “I benefici si sentono fin da subito e i detenuti così toccano con mano quanto la meditazione faccia bene; capiscono che non è solo una teoria”, prosegue Lumera. Per l’esperto, il lavoro con questo primo gruppo ridotto di 12 persone è strategico: l’obiettivo è creare uno “zoccolo duro” capace di innescare un effetto domino all’interno delle sezioni, poiché sono i detenuti stessi a raccontare ai compagni l’esperienza vissuta, moltiplicandone il valore e coinvolgendoli nelle attività della stanza della meditazione.

Il potere di sapersi guardare dentro

In questi cinque giorni all’interno del carcere di via Sanquirico l’intensità emotiva ha raggiunto picchi altissimi. Piano piano i partecipanti hanno cominciato a lasciarsi andare, a raccontarsi e, soprattutto, ad avere fiducia nel processo. “Ci siamo commossi, abbiamo pianto anche noi insieme a loro”, rivela Lumera con una sincerità che rompe gli schemi del distacco professionale. Se già alla fine della prima giornata le corazze iniziano a incrinarsi, è dal terzo giorno che prende vita un vero e proprio processo di autenticità. La meditazione, in questo contesto, diventa uno strumento per colmare un vuoto relazionale profondo: questi uomini spesso non sono mai stati ascoltati per davvero, e in molti casi non hanno mai imparato ad ascoltare se stessi. Il viaggio nella consapevolezza li costringe a fare i conti con il reato commesso, ma anche con quelle ferite interiori mai guarite che, con ogni probabilità, sono state la radice della loro devianza.

stanza della meditazione al carcere di Monza

L’efficacia di questo approccio non si ferma alla gestione della rabbia quotidiana, ma arriva a scardinare anche le situazioni più drammatiche, come quelle dei detenuti condannati al “fine pena mai”. Lumera racconta un episodio emblematico avvenuto in un altro istituto dove ha operato: un uomo, dopo 34 anni di detenzione ininterrotta, è riuscito a ottenere il suo primo permesso di uscita proprio grazie al percorso di consapevolezza compiuto con la meditazione. “Ha usato quel primo assaggio di libertà per raggiungerci a un evento pubblico organizzato dalla nostra associazione di volontariato e raccontare in prima persona come la meditazione lo avesse cambiato”, ricorda Lumera.

Lumera: “non credo nel carcere punitivo”

Tuttavia, il progetto di portare la meditazione nelle carceri italiane non è esente da critiche. Lumera non nasconde di essere stato spesso bersagliato per la scelta di “aiutare chi è cattivo” o chi meriterebbe solo punizione. Ma la sua risposta risiede nei numeri e in una visione della giustizia che guarda al futuro della società, non solo al castigo del singolo. “In Italia la recidiva è al 70%: chi esce dal carcere torna a delinquere, spesso commettendo lo stesso reato. Questo accade perché non c’è stato un lavoro educativo durante la detenzione”, incalza Lumera. “Meditare aiuta a fare pace con se stessi e con quella rabbia esplosiva che spesso è la causa primaria della violenza. I dati che stiamo iniziando a raccogliere in molte carceri, in vista di una pubblicazione scientifica futura, mostrano che queste pratiche e questo approccio abbassano sensibilmente il tasso di violenza tra le persone detenute e migliorano i rapporti con il personale di polizia penitenziaria, incidendo sulla qualità della vita di tutto l’istituto e, di conseguenza, anche nella sicurezza di tutta la società”.

La ricerca scientifica: ecco perché meditare in carcere fa bene (non solo ai detenuti)

A confermare la validità scientifica del metodo è un importante studio pubblicato dai ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, coordinato dal professor Camillo Regalia insieme alle dottoresse Francesca Danioni, Giorgia Paleari e Sara Pelucchi. L’analisi, condotta su oltre cento persone recluse, mette in relazione tre elementi chiave: gratitudine, perdono e rabbia. I risultati mostrano un rapporto inversamente proporzionale: dove aumentano i livelli di gratitudine e perdono – intesi come risorse psicologiche per affrontare il passato – la rabbia risulta più contenuta. Si tratta di evidenze che avvalorano la necessità di percorsi basati sulla responsabilità e sul benessere psicologico per garantire un reintegro effettivo in società, proprio come previsto dal dettato costituzionale.

Ora pronto anche un documentario che racconta il ritiro meditativo nel carcere di Monza

L’intera esperienza monzese è stata ripresa e diventerà presto un documentario grazie al lavoro del regista Thomas Torelli, da sempre attento ai temi della trasformazione umana. Ma forse il momento più significativo dell’intero ritiro è racchiuso in un gesto paradossale avvenuto durante l’ultimo cerchio di meditazione: Daniel Lumera ha chiesto perdono ai detenuti. “Sono rimasti ammutoliti, non capivano perché fossi io a chiedere perdono a loro quando sono loro ad aver commesso degli errori”, racconta Lumera. “Io ho chiesto perdono per un mondo che non ha saputo accoglierli e perché sono rimasti per troppo tempo inascoltati. Questo gesto non giustifica ciò che hanno fatto ed è accaduto, certo, ma se il carcere rimane solo un castigo fine a se stesso, quando usciranno saranno più arrabbiati di prima. Devono invece avere l’occasione di compiere un viaggio dentro i propri sentimenti. Questo dice la nostra costituzione, che il carcere deve essere un’esperienza rieducativa e riabilitativa”.