Tra cori, colori e un’arena che vibrava a ogni azione, Canada–Finlandia è stata un concentrato di emozioni e passione condivisa. Un assaggio di cosa significa essere alle Olimpiadi.
C’è un momento, lungo il tragitto che separa la stazione di Rho Fiera Milano dal palazzetto del ghiaccio, in cui si capisce davvero cosa significhi vivere le Olimpiadi. La partita non è ancora iniziata eppure l’atmosfera già ti avvolge: la musica rimbalza tra i vari padiglioni, le bandiere sventolano alte, gruppi di tifosi da tutto il mondo si riuniscono in corteo, cantando e ridendo assieme. È una festa contagiosa che ti trascina all’interno senza chiederti il permesso.
Noi di MBNews eravamo lì, immersi in questo fiume umano composto da tifosi, famiglie, appassionati e curiosi provenienti da ogni angolo del mondo. In mezzo a quel corteo festoso, ci siamo uniti anche noi: diretti a seguire la partita di hockey sul ghiaccio femminile tra due nazioni simbolo di questo sport, due potenze storiche: Canada e Finlandia, un appuntamento che prometteva spettacolo già solo leggendo i nomi in calendario. Dentro la Milano Rho Ice Hockey Arena la sensazione non cambia. Le tribune sono una bolgia di colori, con una netta prevalenza del rosso canadese. Ogni pausa è uno spettacolo nello spettacolo: musica, balletti improvvisati, quiz sulle Olimpiadi, freeze e kiss cam, ole che coinvolgono tutta l’arena. Il pubblico diventa il vero protagonista, e lo sport fa quello che sa fare meglio: unire, divertire ed accendere le passioni. Ogni evento non è solo una partita, ma un evento da vivere a pieno e noi siamo pronti a raccontarvela.
Olimpiadi Milano Cortina: il racconto del match
Prima di entrare nel vivo del match, vale la pena spiegare le regole fondamentali di una partita di hockey su ghiaccio olimpico. Le squadre schierano in campo sei giocatori ciascuno: cinque di movimento ed un portiere. Le rose sono ampie, generalmente composte da venti giocatori di movimento e due portieri. I cambi sono volanti, anche ogni 40–60 secondi, permettendo al ritmo di gioco di essere sempre vivo. La partita è divisa in tre tempi da 20 minuti effettivi, intervallati da due pause da 15 minuti ciascuna. Durante le pause entra in scena la “ice resurfacing break”, il momento in cui la superfice di gioco viene levigata e rigenerata per garantire scorrevolezza, velocità e sicurezza. Il campo è diviso in tre zone, difensiva, neutra ed offensiva, separate da due linee blu che determinano il fuorigioco. Al centro, la linea rossa divide il campo in due metà speculari.
La partita si apre con un ritmo sorprendentemente controllato. Le due squadre si studiano, si misurano, come due pugili esperti. Il Canada mette subito in mostra la sua fisicità con giocatrici più strutturate, capaci di imporsi nel corpo a corpo. La Finlandia risponde con la sua arma migliore: velocità e precisione. Un gioco fatto di passaggi rapidi, triangolazioni ed un uso intelligente delle sponde per sfuggire alla pressione. Il portiere finlandese diventa presto protagonista, respingendo conclusioni insidiose e mantenendo la squadra in equilibrio. Ma negli ultimi minuti del primo periodo arriva il primo colpo: il Canada trova il gol che sblocca la partita con Jennifer Gardiner. Il primo tempo si chiude così 0-1, con la sensazione che entrambe le squadre abbiano ancora molto da mostrare. E così è. Al rientro sul ghiaccio cambia tutto: inizia la vera battaglia sportiva. Il ritmo sale, le linee si allungano, aumentano i contatti, i falli, i tiri: cinque conclusioni in pochissimi minuti, segno di un match esploso. La Finlandia, guidata dalla loro numero dieci Elisa Holopainen e spinta dal coro “Suomi! Suomi!” – che significa Finlandia in finlandese – iniziato dai pochi, ma numerosi, tifosi presenti sulle tribune prova a ribaltare l’inerzia. Attacca, insiste, costruisce un vero e proprio assedio davanti alla porta canadese. Ma proprio nel suo momento migliore, il Canada colpisce in ripartenza sfruttando gli spazi lasciati scoperti dalle europee. In pochi minuti arrivano due gol, che indirizzano definitivamente la partita.
L’ultimo periodo è un monologo bianco – rosso. Il Canada controlla, gestisce, accelera quando serve e trova altri due gol che chiudono il conto. Nei minuti finali il clima si fa più teso: qualche testa a testa e qualche spallata di troppo. Ma mai scorrettezza vera. È hockey puro: scontri, contatti, schianti contro le balaustre, ma sempre con la stecca alta, lontana dal diventare un pericolo. A un certo punto iniziano a volare anche gli attrezzi: stecche perse, e i puck (dischi) finiscono oltre il plexiglass, segno di un’intensità che non è mai calata. Gli ultimi minuti sono una festa. Le tribune esplodono in cori, balli, bandiere che sventolano ovunque. Ogni azione è un pretesto per celebrare, ogni passaggio un applauso, ogni tiro un boato. È la gioia semplice e contagiosa di una squadra che sa di aver fatto il proprio dovere e di un pubblico che vive le Olimpiadi come un grande abbraccio collettivo.
Le giocatrici si salutano con rispetto, gli arbitri vengono ringraziati, i tifosi si mescolano senza barriere. Può sembrare un’immagine semplice, ma per noi è potentissima perché racconta meglio di qualsiasi slogan cosa significhi vivere le Olimpiadi. Non è solo una competizione, ma una condivisione. Non è solo una partita, ma un’esperienza collettiva che continua anche fuori dal ghiaccio, con lo stesso clima che ci aveva accolti all’arrivo. Dentro e fuori dall’arena si muovono instancabili anche i volontari, che più di tutti vivono questo spirito. Provenienti da tutta Italia, sono loro a indicare le uscite, a rispondere alle domande, ad raccogliere i ringraziamenti dei tifosi. Un piccolo esercito che tiene insieme l’enorme macchina olimpica e che contribuisce, più di quanto si veda, a creare quell’atmosfera di serenità e accoglienza che rende speciale ogni giornata di gara. In mezzo a quella festa, si capisce che il vero protagonista non è stato il Canada, né la Finlandia, né il punteggio finale. Il vero protagonista è lo sport, che torna ad essere un luogo comune dove ci si riconosce negli altri e non contro gli altri, ricordandoci che, almeno per un momento, possiamo essere tutti uniti.






