LO SPETTACOLO
|Monza, Stefano Massini incanta il Teatro Manzoni con il “Mein Kampf” di Hitler
Il drammaturgo fiorentino ha portato in scena il libro-manifesto dettato dal futuro Fuhrer nel 1924. Un’interpretazione incredibilmente intensa che è un monito sul potere di parole che non devono essere sottovalutate nemmeno oggi.
Monza. Il lungo applauso finale del pubblico del Teatro Manzoni e la sincera commozione di Stefano Massini non sono soltanto la dimostrazione palese che “Mein Kampf”, lo spettacolo scritto e interpretato dal drammaturgo fiorentino, tratto dal testo di Adolf Hitler, ha offerto un’interpretazione straordinariamente intensa. In quei momenti conclusivi, come sospesi tra emozioni che viaggiano velocemente tra chi è ancora sul palco del Teatro Manzoni e chi ha assistito allo spettacolo c’è, infatti, qualcosa di più.
Si coglie quasi un reciproco riconoscersi. Perché finché, da un lato, qualcuno sarà capace di proporre una lucida riflessione sul potere delle parole, anche di quelle incredibilmente terribili usate da Hitler nel suo “Mein Kampf”, dettato dal futuro Fuhrer nel 1924 durante la prigionia nel carcere di Landsberg e dall’altro ci sarà un pubblico numeroso disposto a conoscere e a ragionare sulla gravità di quel che è stato e sul meccanismo che l’ha generata, si potrà sperare davvero che tragedie quali quelle generate dal nazismo non si ripetano più.

Anche per questo il “Mein Kampf” portato in scena al Manzoni di Monza da Stefano Massini, unico autore italiano ad aver vinto un Tony Award, cioè l’Oscar del teatro, dopo anni di ricerca sul libro-manifesto di Hitler, ma anche sui discorsi pubblici, i comizi e le celebri Conversazioni con Hitler a tavola raccolte da Picker, Heim e Bormann, è un monito rivolto a tutti prima ancora che un monologo teatrale ben scritto e interpretato.
LA STORIA
Lo spettacolo del drammaturgo fiorentino parte da una domanda basilare, che viene presentata come una sorta di esperimento sociale: quanto abbiamo paura di verificare se siamo ancora vulnerabili alle sconcertanti parole di un libro, la cui diffusione in Germania non a caso è stata vietata fino al 2016, che propugna il primato della razza ariana, l’apoteosi del condottiero, la smania di riscatto e ha saputo gettare un seme disastroso rivolgendosi alla rabbia, all’orgoglio, alla frustrazione e alla paura di un popolo ferito?
La risposta, chiara e ineluttabile, non può arrivare nella quasi ora e mezza dello spettacolo di Massini. Che, però, in “Mein Kampf”, attraverso lo stile ossessivo, disturbante e spesso trasfigurante di Hitler, sottolinea in più modi l’importanza delle parole. Che “come mattoni, sono in grado di costruire edifici“. E per questo non vanno mai sottovalutate o del tutto archiviate come morte.

Altrimenti quelle scritte dal futuro Fuhrer nel 1924 non sarebbero state in grado di mettere in moto un meccanismo infernale passato tragicamente alla Storia. Perché, all’inizio di ogni cosa, questo è il punto, c’è sempre “una pagina bianca”, non a caso elemento centrale dell’essenziale scenografia sul palco del Teatro Manzoni. Ma come e da chi viene riempita può e deve fare sempre la differenza.
LO SVILUPPO
Nel caso del “Mein Kampf” e di Hitler le parole utilizzate sono state il frutto di una personalità alla disperata ricerca di autostima, animata dalla volontà di non condannarsi all’irrilevanza e dalla malsana convinzione di essere destinata ad invertire la direzione di un mondo da sempre sbagliato nelle sue abitudini e nel suo assetto socio-economico. “Non voglio diventare un impiegato“, infatti, è la frase che Massini, nei panni del giovane Adolf, ripete ossessivamente.
E, accompagnato dagli ambienti sonori creati da Andrea Baggio, il pubblico del teatro Manzoni di Monza ne segue la lenta, ma inarrestabile, ascesa verso quello che da tanti è considerato l’apice del male. O, almeno, ne vede germogliare le idee che saranno la base della sua capacità di azione negli anni successivi al “Mein Kampf”. Un libro che, senza esagerazioni o metafore, “sarà capace di bruciare 100 milioni di libri e milioni di persone“.

L’ASCESA
Così, sul palco, nel rapido scorrere del tempo, vediamo Hitler spostarsi non ancora ventenne da Braunau am Inn, il piccolo comune dell’Alta Austria in cui è nato, disgustato dal gretto provincialismo dei suoi concittadini e, perfino, della sua famiglia. Il primo approdo è Vienna. Qui, nella grande città, da pittore squattrinato, il futuro Fuhrer ha modo di osservare la profonda spaccatura sociale in cui lui stesso è immerso. Da un lato la massa delle persone che fatica a sopravvivere ed accetta, sommessamente, di condurre la vita a capo chino con una visuale totalmente strisciante, dall’altro l’alta borghesia e chi ha il potere di lasciarsi andare ad un’esistenza di privilegi e abusi impuniti.
Ed è allora che Hitler comincia ad individuare negli ebrei i principali colpevoli di una situazione da lui giudicata insostenibile, il bersaglio da colpire per cambiare necessariamente le cose senza affidarsi al pietismo cristiano. Sul palco del teatro Manzoni, quindi, la pagina bianca pian piano si riempie di simboli che ormai fanno parte della mente distorta, ma allo stesso tempo pericolosamente lineare nella sua coerenza logica. Dalla valigia e dall’elegante cappotto di un uomo d’affari ebreo fino alle pagine dei libri della biblioteca di Monaco di Baviera sui quali il futuro Fuhrer, ormai non più “taciturno, quasi muto”, acquisirà le basi ideologiche del suo pensiero antisemita.
Un'immagine di Hitler al massimo del suo potere
IL MESSAGGIO
Quando, poi, la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale lascerà un Paese intero ferito e sottomesso, Hitler arriverà infine a Berlino, il cuore di quella nazione che, nonostante fosse austriaco di nascita, ha sempre sentito sua. E quando la sua pervicace intenzione di riportare la Germania ariana agli antichi fasti di re e imperatori e alla sua presunta, naturale, superiorità troverà totale corrispondenza nello smarrimento di masse in cerca di una guida, Hitler diventerà appunto il Fuhrer.
Il resto è scritto da tempo nei libri di Storia e nella memoria degli ormai pochi sopravvissuti. Ma le parole del “Mein Kampf”, come ci dice Massini con il suo spettacolo, devono continuare a restare impresse anche in noi. Solo così possiamo riflettere su come sia nata una pagina terribile per l’umanità e, soprattutto, su quanto sia necessario che non accada più.


