A Monza il progetto “Red Flag” trasforma il dolore in consapevolezza. Due storie che sono una bandiera
Tra arte, racconti personali e dialogo aperto, “Red Flag” ha trasformato l’Istituto Maddalena di Canossa in uno spazio di ascolto e riflessione. Gli studenti hanno esplorato i meccanismi della violenza e il valore del chiedere aiuto.
La violenza è un tema di cui spesso non si vuole parlare, ma purtroppo è un fatto che riempie le pagine della cronaca. Una donna segregata per quattro giorni da quello che era il suo fidanzato, si salva gettandosi dal balcone. Un trauma, come la morte di un fratello, può cambiare la vita di una persona. Magari di questi fatti se ne parla un giorno sulle cronache, ma poi si volta pagina. Non la vita, non la vita di queste persone, che continuano a subire le conseguenze del dolore provato. Come si possono aiutare? Come si può dire basta alla violenza?
Il Rotary Club Monza Villa Reale , giovedì 29 gennaio, ha scelto di portare questo argomento tra i banchi di scuola dell’istituto Scolastico Paritario Maddalena di Canossa di Monza. Attraverso il primo appuntamento dell’iniziativa “Red Flag – Stop alla violenza sulle donne” sono state affrontate queste tematiche delicate attraverso un linguaggio capace di parlare ai ragazzi: l’arte. A partecipare sono stati sessantasei studenti, di tre classi quinte, guidati dal preside Stefano Pellizzoni e dalla dirigente scolastica Madre Mariangela Ravasio.
L’obiettivo del progetto è chiaro: spiegare la violenza senza creare distanza, accompagnando gli studenti in un percorso che parla di coraggio, comunità e capacità di riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi. La mattinata si è aperta in Aula Magna, dove Marcello Fossati e Francesca Provetti, rispettivamente presidente e membro del Rotary Club, insieme ai rappresentati delle associazioni UNAVI (Unione Nazionale Vittime) e ASPERA (Associazione per l’educazione al rispetto altrui), hanno introdotto il senso dell’iniziativa. Un percorso educativo pensato per le scuole superiori del territorio, costruito per parlare ai ragazzi senza retorica e senza paura.
LE STORIE
A dare profondità all’iniziativa è stata la presenza di un ospite d’eccezione: Sergio Brambilla, autore della mostra “sui passi della violenza”, recentemente ospitata al Palazzo di Giustizia a Milano. L’artista ha mostrato come l’arte possa diventare un linguaggio capace di dire ciò che spesso non trova parole: dolore, memoria, resistenza. Le sue opere hanno aperto uno spazio emotivo che ha preparato il terreno alle testimonianze successive di Michele Matti Altadonna e BeatricePaola Fraschini. I due hanno condiviso con gli studenti il proprio percorso personale, il trauma, la risalita, le risorse che hanno permesso loro di uscirne. Beatrice ha raccontato agli studenti il capitolo più buio della sua vita: nel giugno 2019 è stata segregata in casa per quattro giorni e massacrata dall’ex fidanzato. È sopravvissuta grazie a un gesto disperato e coraggioso: saltare dal balcone. Accanto a lei, Michele ha portato una testimonianza diversa ma altrettanto potente. È una vittima indiretta, e parla a nome del fratello, perso nella tragedia del Ponte Morandi. Entrambi, oggi, sono volontari UNAVI, impegnati ad accompagnare chi vive situazioni di vulnerabilità. Un coppia che porta un chiaro messaggio nelle scuole: chiedere aiuto non è debolezza, è sopravvivenza. E nessuno deve voltarsi dall’altra parte. Accanto al tema della violenza, è emerso un altro nodo cruciale: l’indifferenza. Gli studenti sono stati invitati a riflettere su quanto possa ferire, isolare, negare aiuto. Un invito chiaro: non voltarsi dall’altra parte, riconoscere i segnali, chiedere aiuto per sé e per gli altri.
Nella parte centrale della mattinata, le tre classi quinte hanno lavorato nelle proprie aule in laboratori creativi: utilizzando l’arte per tradurre emozioni e pensieri, trovando nuove modalità di espressione. Nel rientro in Aula Magna, il sociologo Fabrizio Fratus, con l’aiuto della volontaria UNAVI Valentina Jannaccone, ha rimesso al centro la voce dei ragazzi. Li ha invitati a raccontare cosa vedono, cosa temono, cosa riconoscono nei meccanismi della violenza: manipolazione, isolamento, controllo. Dal confronto è emerso un messaggio forte. Specialmente rispetto al suicidio come forma di violenza contro sé stessi, un fenomeno in crescita tra i più giovani. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, bensì un atto di coraggio e di tutela.
La sessione si è chiusa con la premiazione delle opere realizzate durante i laboratori. Un modo per per restituire dignità allo sguardo dei ragazzi sulle cose. Il progetto “Red Flag” ha lanciato un messaggio chiaro: la violenza non si combatte solo denunciandola, ma imparandola a riconoscerla e non lasciando soli chi ne è vittima. Diffondere questo messaggio nelle scuole è un passo avanti verso la creazione di una comunità più consapevole, preparata e sicura.







