EDITORIA
|Monza, Eugenio Villoresi e il suo canale: una storia ancora da scoprire!
Il romanzo storico “Il mormorio del mare”, scritto da uno degli eredi del celebre ingegnere, accende i riflettori sull’aspetto umano, ancora poco conosciuto, di chi ideò un’opera infrastrutturale in grado di migliorare lo sviluppo agricolo della Lombardia.
Monza. Vi sarà capitato chissà quante volte di percorrerne un tratto correndo o camminando. O, magari, in bicicletta qualcuno di voi avrà addirittura coperto tutti i suoi 86 chilometri dalla diga del Panperduto, nei pressi di Somma Lombardo, al Naviglio della Martesana nei pressi di Cassano d’Adda. Il Canale Villoresi, in un modo o nell’altro, fa un po’ parte della vita di tutti coloro che abitano a Monza e in Brianza. Una sorta di sfondo immancabile delle nostre giornate che, però, troppo spesso finiamo per dare per scontato senza conoscerlo davvero. E, soprattutto, senza sapere la storia completa di Eugenio Villoresi, colui che presta il nome a questo corso d’acqua artificiale, il secondo più lungo d’Italia, e ne fece una sorta di ragione di vita.
Un ingegnere, certamente, nato a Monza nel 1810, ma prima di tutto un uomo di cui ancora oggi molti ignorano tanti particolari della sua personalità e del suo percorso esistenziale. Anche per questo Valerio Villoresi, discendente di uno dei sei fratelli di Eugenio, commercialista con una forte passione per l’arte e la cultura e autore di diverse pubblicazioni, ha scritto il romanzo storico “Il mormorio del mare – Eugenio Villoresi: la vera storia dell’ingegnere visionario che portò il mare in Lombardia”.
Un momento della presentazione nella Biblioteca Triante del romanzo Il mormorio del mare
“Ho voluto recuperare la parte cancellata della storia del mio avo, quella per cui Eugenio, cresciuto nella povertà dopo la morte del padre, ha fortemente progettato il canale come opera di irrigazione delle terre aride per restituire agli agricoltori l’aiuto che gli avevano dato nei momenti di difficoltà – afferma Valerio Villoresi nel corso della presentazione del suo libro alla Biblioteca Triante di Monza – quel che racconto nel mio romanzo è per il 90% verità e per la restante parte aneddoti”.
LA STORIA
Quel che in genere si sa della vita di Eugenio Villoresi, anche attraverso alcune immagini dell’epoca, infatti, è un’infanzia da benestante fino ai 13 anni, quando il padre Luigi, botanico, paesaggista della Villa Reale di Monza e ibridatore di rose, tra cui la famosa “Bella di Monza”, morì, quasi sicuramente ucciso, nel corso di una battuta di caccia. Poi gli studi per diventare ingegnere, così come uno dei suoi fratelli minori, mentre gli altri cinque furono tutti sacerdoti. Infine l’idea, pervicacemente perseguita, di realizzare un canale che non riuscì mai a vedere con i suoi occhi perché fu completato nel 1890 quando Eugenio era morto già da 11 anni.
Tre istantanee di una vita che, invece, è molto più ricca di quanto normalmente è stato tramandato. Soprattutto dal punto di vista umano. “La famiglia di Eugenio andò in disgrazia dopo la morte del padre Luigi e fu sfrattata dalla Villa Reale – spiega l’autore de “Il mormorio del mare” – i sette fratelli dormivano in due letti e solo la bontà degli agricoltori, che li aiutarono ad avere da mangiare e bere, permise loro di sopravvivere”.

“Eugenio in adolescenza vide da vicino le difficoltà degli agricoltori ad irrigare la pianura lombarda a nord di Milano, non a caso detta “la pianura asciutta” e così una volta diventato ingegnere concepì il canale come un’opera della misericordia di Dio e, con grande visione, immaginò che il rendere fertile la campagna avrebbe arricchito anche gli agricoltori che lo avevano aiutato – aggiunge Valerio Villoresi – si indebitò per perseguire la sua idea e, quando a 67 anni morì per logoramento fisico, scrisse nel testamento che lasciava ai suoi figli, in particolare a Luigi, il compito di portare a termine la realizzazione del canale”.
UN’EREDITA’ INEDITA
La vicenda del canale Villoresi, insomma, è in gran parte quella di un uomo determinato, non a caso soprannominato “caprun”, capace di non farsi scoraggiare né dagli eventi naturali avversi, che ad un certo punto sembravano mettere in discussione la validità delle sue idee ingegneristiche né dai suoi autorevoli “colleghi”, che in base alla scienza idraulica dell’epoca ritenevano impossibile la realizzazione dell’opera, né dall’aristocrazia, che da una simile infrastruttura vedeva minacciate le sue rendite fondiarie.
“Eugenio dovette lottare a lungo prima di avere almeno la concessione a costruire da casa Savoia, che però non mise una lira per la realizzazione del canale – spiega Valerio Villoresi al pubblico della Biblioteca Triante – i soldi alla fine arrivarono da uomini occultamente legati all’ambiente papalino con i lavori affidati alla Società Italiana per Condotti d’Acqua che subentrò agli eredi Villoresi”. Il tacito silenzio nei confronti di molti aspetti della vita di colui che fu definito “l’ingegnere di Dio” dimostra ancora oggi, a quasi 140 anni dall’inaugurazione del canale, una certa ostilità verso quest’uomo visionario e sovversivo.

“Eugenio continua in qualche modo a dar fastidio – afferma l’autore del romanzo “Il mormorio del mare” – basti pensare alla vicenda della statua a lui dedicata, che per anni è stata in piazza Cadorna, quasi ad accogliere i tanti che arrivavano a Milano dalle campagne del Nord della Lombardia, poi è scomparsa ed, infine, è stata posta nei pressi del Politecnico a rimarcare, ancora una volta, solo l’aspetto professionale e non quello umano”. Chissà che anche attraverso un libro non si possa restituire la completa dignità ad un uomo che era molto di più dell’ingegnere che ideò un importante canale.


