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Giornata della Memoria, il ruolo di una sacerdote nella vita del monzese Franco Isman
Franco Isman all'incontro alla Biblioteca Triante

Alla Biblioteca Triante il 93enne ha raccontato il suo rapporto con Don Luigi Re, il prete, uno dei Giusti tra le Nazioni, che salvò decine di ragazzi ebrei ospitandoli nella Casa alpina di Motta durante la Seconda Guerra Mondiale.

Monza. Quando la Storia, quella che poi finisce sui libri di scuola e lascia il segno nel tempo, entra in scena, quasi sempre c’è una narrazione ufficiale fatta di protagonisti riconosciuti e tante altre narrazioni considerate, senza ragione, meno importanti. Ma sono proprio le tante storie, quelle che restano nascoste tra le pagine dei libri e vivono quasi solo nella memoria di chi le ha vissute, ad avere molto da raccontare e altrettanto da insegnare.

Come quelle di Don Luigi Re e Don Eugenio Bussa, a cui la Biblioteca Triante di Monza, in occasione della Giornata della Memoria, ha voluto dedicare un incontro. Due sacerdoti milanesi che l’Istituto Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, ha insignito del titolo di Giusti tra le Nazioni. A parlare di anni terribili, in cui l’uomo raggiunse picchi di brutalità, ma anche di spassionato slancio verso gli altri, è stato un testimone d’eccezione, Franco Isman, 93 primavere il prossimo aprile, uno dei bambini salvati da Don Luigi Re durante la Seconda Guerra Mondiale.

Giornata della Memoria

LA STORIA

“Quando furono promulgate le leggi razziali dal regime fascista nel 1938, la mia vita, a soli 5 anni e mezzo, cambiò radicalmente” racconta Isman nel corso dell’appuntamento moderato da Claudio Consonni, membro del comitato scientifico del Comitato per le pietre d’inciampo di Monza e Brianza, a cui a Triante ha assistito anche la moglie, Rosella Stucchi, figlia di Giovanni Battista, eroe della Resistenza monzese.

“Vivevo a Trieste con la mia famiglia e, semplicemente per il fatto di essere ebreo, tra l’altro nemmeno praticante, non potei iscrivermi ad una scuola italiana per frequentare la prima elementare – aggiunge – la situazione, di fronte al crescente clima di odio e diffidenza nei nostri confronti, si fece man mano più pericolosa e più difficile anche per le tante restrizioni. Così i miei genitori decisero ben presto di lasciare Trieste, città piccola dove ci si conosceva tutti, per trasferirsi a Milano“.

Giornata della Memoria

Fu l’inizio di un continuo peregrinare alla ricerca, sempre più complicata, di un luogo sicuro. L’inizio della Seconda Guerra Mondiale non fece altro che peggiorare la repressione nei confronti degli ebrei, che in Italia all’epoca “erano appena 40mila su 40 milioni di abitanti” ricorda Isman. Ed è allora, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, che la vita del piccolo Franco, in fuga con la famiglia nell’alta Lombardia, si incrocia con quella di Don Luigi Re. Un incontro che gli ha permesso di salvarsi, di conoscere a Monza la sua futura moglie verso la fine della guerra, di potersi godere ancora oggi quattro figli ed otto nipoti. E, non ultimo, di essere nelle scuole di Monza e Brianza un testimone instancabile della barbarie della Shoah.

GLI EROI QUOTIDIANI

“In quel settembre del 1943, ancora debilitato per il tifo, in corriera da Chiavenna a Madesimo, mio padre mi lasciò nelle mani di Don Luigi Re che nella Casa alpina di Motta (Campodolcino) ha salvato decine di bimbi ebrei” spiega Franco Isman, che con la sua testimonianza ha permesso negli anni scorsi al sacerdote milanese di essere annoverato tra i Giusti tra le Nazioni, cioè i non ebrei che, a rischio della propria vita e senza tornaconto personale, hanno salvato ebrei durante la Shoah.  “Per circa un anno e mezzo rimasi nella colonia fondata da Don Luigi Re sotto falso nome – aggiunge – ero Franco Bernardi, nato non a caso Brindisi, città allora già liberata dagli Alleati, cosa che rendeva impossibile per i fascisti e i nazisti accertare se fosse vero”.

“Di quel periodo ho tanti ricordi, non soltanto di Don Luigi Re, un omone grande e grosso che chiamavano casciaball, cioè cacciaballe, perché era bravo ad inventare storie con le parole – racconta ancora Isman al pubblico accorso alla Biblioteca Triante di Monza – facevamo i giochi degli scout e mi capitò di fare partite a pallone con dei partigiani. Frequentai anche la prima media in una mono aula pluriclasse, dove mi fu insegnata molto bene soprattutto la matematica. Inoltre, da battezzato cattolico quale ero già diventato nonostante fossi ebreo, servivo messa tutte le mattine“.

Giornata della Memoria

I pericoli della guerra e l’orrore della Shoah arrivarono, comunque, anche ai circa 1700 metri d’altitudine della Casa alpina di Motta. “Un brigadiere venne a fare delle verifiche e il mio accento fortemente triestino mi tradì – aggiunge il 93enne, monzese d’adozione da quasi 80 anni – il brigadiere, probabilmente per un colpo di freddo, scendendo a valle si beccò una polmonite, fu ricoverato e per fortuna non si ricordò più di me. Anche per questo io alla Divina Provvidenza ci credo eccome”.

VITE PARALLELE

Sicuramente la Divina Provvidenza aiutò anche i bambini ebrei e le loro famiglie che un altro sacerdote milanese, Don Eugenio Bussa, sempre nei tremendi anni della Seconda Guerra Mondiale, salvò dalla Shoah. In questo caso cuore pulsante dell’azione di questo prete di trincea, che ha ricevuto la medaglia alla memoria di Giusto tra le Nazioni nel 1990 insieme ad un albero a lui dedicato a Gerusalemme, fu la colonia di sfollamento di Serina, nella Val Brembana bergamasca.

Giornata della Memoria

“Don Eugenio Bussa, il cui motto era “sempre sulla breccia“, capì che doveva fare qualcosa di concreto quando nel 1942 cominciarono i bombardamenti su Milano – raccontano due rappresentanti dell’associazione intitolata al sacerdote milanese, morto nel 1977 – dopo aver insistito per ottenere i necessari permessi di sfollamento, per circa 18 mesi tra il febbraio 1943 e il settembre 1944, ospitò nella colonia di Serina fino a 100 bambini, soprattutto ragazzi dell’oratorio e figli dei dipendenti Pirelli, tra i quali anche molti ebrei nascosti sotto falso nome e garantendo loro, attraverso diversi sotterfugi, il rispetto della loro diversa fede religiosa“.

L’occupazione da parte dei fascisti dell’ex convento in cui sorgeva la colonia di sfollamento mise fine all’aiuto organizzato da Don Eugenio Bussa. Che, però, continuò a fare la sua parte durante la Seconda Guerra Mondiale e anche dopo, quando si confermò un punto di riferimento soprattutto per le persone di Isola, il quartiere di Milano in cui operò praticamente per tutta la vita. Da allora tanto è cambiato, anche in quel contesto urbano, ma non l’importanza di gesti improntati alla forza, semplice e disarmante, del fare del bene agli altri.