GDO, domenica sì o no? Il punto di Giuseppe Caprotti
Aprire o chiudere la domenica i centri commerciali? Questo il dilemma sollevato dalla Coop. abbiamo chiesto un parere a Giuseppe Caprotti, che ha avuto un ruolo ai vertici di Esselunga.
Se la Coop dovesse davvero spegnere le luci la domenica, assisteremmo a una piccola rivoluzione delle nostre abitudini, un ritorno al passato che però deve fare i conti con un presente digitale. Il primo effetto sarebbe un travaso della spesa verso il sabato e il lunedì, trasformando il weekend in un “assalto ai forni” concentrato in sole ventiquattro ore. Per il consumatore, la spesa potrebbe passare da svago domenicale a incombenza frenetica del sabato mattina, con punti vendita inevitabilmente più affollati e code più lunghe. Probabilmente non in Brianza, dove c’è un centro commerciale ad ogni angolo. E di ogni marca.
La fotografia del settore è quella di un organismo sotto forte stress, che deve fare i conti con un andamento dei consumi quanto mai zoppicante. Non si tratta solo di una percezione, ma di una realtà scolpita nei numeri. Oggi, la riduzione del potere d’acquisto è il primo fantasma che agita le famiglie italiane, colpendo il 28% della popolazione, a cui si aggiunge un ulteriore 24% di cittadini paralizzato dal timore che l’orizzonte economico possa ulteriormente incupirsi. In questo scenario di incertezza, la frammentazione dell’offerta sul territorio nazionale non fa che complicare un quadro già fragile, rendendo la gestione dei giganti del commercio un esercizio di equilibrismo quotidiano.
L’intervista
Su questo tema, le chiusure domenicali della grande distribuzione, abbiamo voluto chiedere un parere al presidente della Fondazione Guido Venosta , che, forse non tutti sanno, è un grande studioso del mondo del commercio, se non altro per il suo passato ai vertici di Esselunga. Lui è Giuseppe Caprotti, l’autore de “Le Ossa dei Caprotti “, andato anche in America ai tempi per studiare come rivoluzionare la grande distribuzione in Italia. La sua storia la conoscete bene.
Al centro del dibattito c’è questa proposta di chiusura domenicale, arrivata da Dalle Rive, manager Coop, per giustificare il ritorno al riposo domenicale, le cui ragioni sono chiare e poggiano su pilastri sia economici che sociali. Da una parte c’è la presa d’atto di una contrazione della capacità di spesa che rende la domenica un giorno meno profittevole di un tempo; dall’altra emerge una nuova sensibilità dei lavoratori. Nella complessa fase di reclutamento attuale, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro è diventata una moneta di scambio fondamentale per attrarre personale. Eppure, tra le righe, si legge una terza ragione meno ideale e molto più pragmatica: l’insostenibilità dei costi. Pagare maggiorazioni che oscillano tra il 30% e il 40% per il lavoro festivo è un lusso che anche un colosso come Coop fatica a giustificare in bilancio. Lei cosa ne pensa?
Questa è una scelta anacronistica. Oramai è tardi. E poi, cosa significa rivolgersi allo Stato per chiedere una legge per una scelta che se uno volesse potrebbe fare in autonomia. Se ci credono, dovrebbero chiudere, lasciando agli altri la libertà di fare le scelte che meglio credono. Porto sempre l’esempio di Mercadona. Storicamente, Mercadona ha adottato un orario di apertura “chiuso la domenica” in gran parte della Spagna, con queste regole: aperto dal lunedì al sabato (es. 9:00–21:30). I numeri danno ragione a loro, ma bisogna tenere presente due cose: uno, che questa struttura detiene quasi il 30% del mercato, secondo puntano ad una gestione più efficiente dei dipendenti.
Sembra proprio questo il tema principale…
Sì, la coop non chiude la domenica, infischiandosene di quello che fanno gli altri, per una questione di insicurezza. Il tema sollevato è solo un modo per attirare l’attenzione politicamente su di sé, ma il vero tema è recuperare efficienza all’interno dei consorzi quali essi sono. Non solo: se avessero una clientela veramente affezionata saprebbero che i clienti andrebbero da loro e non da altri, attendendo il giorno di apertura.
E rispetto a chi pensa che le chiusure domenicali potrebbero aiutare il commercio locale?
Credo che purtroppo sia come chi vuole chiudere il recinto quando i buoi, ormai, sono scappati.
In conclusione…
Per molti italiani, il centro commerciale la domenica non è solo un luogo di acquisto, ma una forma di aggregazione sociale gratuita, soprattutto nei mesi invernali o nelle periferie. Chiudere significherebbe sottrarre un luogo di ritrovo, ma potrebbe anche favorire un rilancio dei piccoli negozi di quartiere o dei centri storici, ammesso che questi ultimi riescano a intercettare una domanda che oggi appare però molto debole a causa della ridotta capacità di spesa.
In ultima analisi, potremmo assistere a una polarizzazione: da un lato chi pianificherà la spesa con più rigore, e dall’altro chi si rifugerà nell’e-commerce, che non dorme mai. La sfida di Coop potrebbe proprio essere questa: dimostrare che è possibile educare il consumatore a un ritmo più lento senza perderlo per strada? Chissà…


