Ritratto di un campione: intervista esclusiva a Fulvio Saini, “il capitano”
Per tutti i tifosi e gli appassionati biancorossi, Fulvio Saini è semplicemente “il Capitano”. L’ex centrocampista e ora allenatore si è raccontato in una lunga intervista esclusiva
Quasi vent’anni legati alla maglia biancorssa. Recordman di presenze con il Calcio Monza, vincitore di due Coppe Italia di Serie C e protagonista di tre promozioni in Serie B. Sono 552 i gettoni in biancorosso, tra un Monza-Pescara del 1981 e un Monza-Perugia del 1998. Poi il passaggio in panchina, con l’impegno dal 2008 al 2017 nel Settore giovanile biancorosso, prima di accasarsi al Seregno.
I numeri però restituiscono solo in parte quello che è stato Fulvio Saini per il Calcio Monza. E’ lo spirito messo in campo al servizio del biancorosso che l’ha trasformato in un totem per la storia monzese e un idolo per i tifosi di tutte le età, complice anche un carattere schivo, diretto, sincero e un atteggiamento serio, impegnato, umile ma di tutta sostanza. Insomma, è “il Capitano”.
Abbiamo raggiunto Fulvio Saini per una lunga intervista esclusiva che spazia dalla sua carriera sino al momento attuale del Calcio Monza: ecco la prima puntata.
Le origini: oratorio e Monza
Capitano, tra te e il Calcio Monza un amore lungo trent’anni: è un sentimento che i numeri rischiano di confinare in un recinto?
“È nato tutto per passione, in un vecchio cortile, là dove ancora abita mio fratello Claudio. Quante ore passate a calciare in quello spazio un po’ isolato, chiuso da due mura e con una rete in fondo! Poi l’oratorio a Biassono sino ai 12 anni: allora il calcio organizzato si praticava a quell’età; a 16 anni sono approdato al Calcio Monza. Un anno di Allievi e uno di Primavera, annusando l’aria dei grandi: il Monza mi ha gettato nella mischia in Serie B all’alba dei miei 19 anni, era un Monza che aveva abbandonato sia i sogni di gloria che la competitività degli anni trascorsi a civettare con la Serie A, non a caso siamo retrocessi”.
Hai avuto il tempo di pensare che stavi rendendo la tua passione un mestiere?
“Dico sempre che sono diventato “mio malgrado” calciatore. A me piaceva giocare a calcio, come capitava in fondo al 90% dei miei amici: sono felice di essere stato pagato – per mia sfortuna poco visto l’andazzo di quei tempi – per fare quello per cui avrei pagato! Ti racconto un aneddoto: l’anno dell’esordio presi la Maturità da Ragioniere e il Calcio Monza mi fece un pre-contratto annuale, una sorta di addestramento tecnico. Nel contempo passai un colloquio con il Banco di Roma e chiesi, complice la partenza per il Militare, un paio di anni di aspettativa. La carriera per la quale avevo studiato è di fatto finita lì”.
Tutto precoce, tutto naturale, come ereditare la fascia che apparteneva a Ronco…
“Anche lui fu un capitano giovane quando ricevette il testimone da Fasoli. La volta che andò al Palermo nel 1985, toccò a me. Ora gioco in anticipo: non domandarmi in che cosa sia stato un esempio: ho solo fatto ogni cosa con il massimo impegno, allenamento per allenamento, gara dopo gara“.
Le imprese
Sfogliamo l’album dei ricordi, ti va?
“Tortona 1988, la gioia più grande: una promozione imprevista, ai nastri di partenza non ci consideravano, ma di quella rosa talentuosa non si poteva immaginare altro, ovvero che sbocciasse. Fiorenzuola 1995, la delusione più grande, ma il calcio va anche così: potevamo centrare agli spareggi un’altra promozione e il bel calcio che esprimevamo con mister Simone Boldini meritava quel premio; non riuscimmo a sbloccare il risultato e loro, che si erano abbassati nonostante dovessero vincere per superare il turno, ci punirono col penalty di Serioli nel finale. È un Calcio Monza che tengo nel cuore: tanti avevano solo esperienza di Serie D, o Primavera, e mettemmo a ferro e fuoco pure Bologna (che dominò il campionato, n.d.r.), tale era l’intensità e l’aggressività che esprimeva il collettivo. Il tecnico dei Felsinei era Renzo Ulivieri, che trascinò la squadra a una duplice promozione: in quella partita subimmo il pareggio di De Marchi solamente al 95′. Il Monza più dominatore? Quello di Fontana: era il 1982, la mia prima promozione, quando scendevamo in campo al Sada sembrava si partisse già da 3-0“.
Tredici reti in maglia biancorossa: quale il più bello, e quale il più prezioso?
“In un Monza-Cesena non so cosa mi passò per la testa: uccellai Rampulla, mio commilitone, dalla linea laterale! Raccolsi un traversone appunto a un metro dalla linea laterale e il tiro a giro, che scavalcò un difensore, morì all’incrocio. Un sinistro da fuori area avviò invece il colpaccio in casa Virescit: uno scontro diretto che il Monza vinse 2 a 0″.
I compagni
Domando un aggettivo per qualche compagno: ecco l’elenco.
“Asta? Cuore enorme, non è da tutti arrivare in Serie A a quell’età e dimostrare di poterci stare, in questo è sempre stato un “acquisito” brianzolo laborioso: andava forte come un treno, Tonino! Giovanni Stroppa? La tecnica in purezza: arrivavo al campo e lui era là a palleggiare, entrambi i piedi favolosi! Mi ha sorpreso come allenatore: forse con il suo essere giocherellone ha sdrammatizzato le pressioni, i risultati parlano per lui. Christian Abbiati?Il “Grizzly” ci ha fatto vincere un campionato: era come Buffon ai Mondiali, un muro che non si superava mai. Roberto Antonelli? L’ammiravo per la tecnica unita alla velocità, quando ci ho giocato assieme era purtroppo a fine carriera per i guai al tendine d’Achille: il soprannome Crujiff della Brianza calzava a pennello; lo ammetto, l’olandese era il mio idolo, unico fuoriclasse che tale è rimasto in panchina. Marco Bolis? Sua maestà il dribbling: lo faceva dove c’era una moneta da 100 lire, sbagliando magari a porta vuota. Pierluigi Casiraghi? Potenza brutale, uno stacco esponenziale: al Monzello vedi in un riquadro le ginocchia di Gigi sulla testa del difensore. Alessandro Costacurta? Contestato perché troppo bello da vedere, ma che intelligenza! Non sentiva la pressione. Christophe Galtier? In un anno da porte girevoli fece il suo, di lui immaginavo potesse fare l’allenatore. Massimo Oddo? Una forza della natura che agli inizi non connetteva testa e gambe. Anselmo Robbiati? Frosio lo fece esordire dal 1′ in una gara decisiva: piede fatato e fisico esile, era il Conceiçao di quei tempi, non a caso Ranieri quando arrivava il 60′ si affidava a lui”.
Il calcio dopo il calcio
Troppo forte il legame col campo per non finire in panchina…
“Quando nasci con una passione, quella morirà con te. Ricordo con piacere di avere eliminato con i Giovanissimi il Torino, in quell’occasione eravamo Davide contro Golia, ma ho sempre battuto sul tasto dell’atteggiamento: siamo più magri e più piccoli, ma ce la giochiamo, a costo di prendere qualche schiaffone dalle grandi. Il coraggio è una sorta di rispetto per la passione che hai, rivela fiducia nelle doti e comprova il lavoro quotidiano”.
E se dovessi raccontare a un bimbo che tifa Monza com’era in mezzo al campo quel numero Otto?
“Ma non sono stato chissà che cosa da vedere! Ho avuto la fortuna di legarmi a questi colori, tenendo il profilo basso: sono orgoglioso di avere fatto il massimo, ma è meglio che sia il suo papà a raccontare di me. Il numero che ho in fondo amato di più è stato quello con cui ho chiuso, il Quattro!”.
Si ringrazia Antonio Sorrentino


