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|Tarò, argini ricostruiti ma resta l’emergenza: “Il reticolo minore è un tappo di fango e piante”
Intanto si aspetta la data per la presentazione dello studio idraulico del bacino Tarò – Certesa i programma a settembre e rimandato a novembre proprio a causa dell’alluvione del 22 settembre
Meda– A quasi due mesi dall’alluvione del 22 settembre, Meda torna a fare i conti con le vulnerabilità del suo sistema idraulico. Mentre AIPO ha concluso i lavori per ripristinare gli argini del Tarò crollati durante la piena, secondo cittadini, opposizioni e gruppi ambientalisti resta irrisolto un nodo fondamentale: la manutenzione del reticolo idrico minore, di competenza comunale.
AIPO interviene sul Tarò: lavori sugli argini crollati
L’Agenzia Interregionale per il fiume Po ha avviato gli interventi lo scorso 13 ottobre, dopo settimane di tensione istituzionale. Gli operai hanno rimosso le macerie degli argini in cemento armato crollati a settembre e hanno ricostruito i tre punti maggiormente danneggiati, tra Via Valseriana, Via Luigi Rho e Largo Europa.

“L’ente ha compreso che serviva un intervento urgente”, aveva dichiarato il sindaco Luca Santambrogio, da tempo in pressing su AIPO.
“Il reticolo minore è ancora pieno di detriti”: il monito della consigliera Rina Delpero
Se i lavori sul Tarò avanzano, secondo molti cittadini non basta. La prima segnalazione arriva da Rina Delpero, consigliera di minoranza del Polo Civico per Meda, che questa mattina, lunedì 17 novembre, ha documentato con una serie di fotografie la situazione a valle degli interventi AIPO.
“Hanno allargato l’argine e rimosso il fondo, ma nel reticolo minore si sono accumulati detriti, piante e materiali che hanno ristretto l’alveo”, commenta. “Gli alluvionati ora chiedono che il Comune intervenga per quanto è di sua competenza. Le ultime due foto sono state scattate proprio davanti alla sede della Protezione Civile: figuriamoci altrove”.

E già una segnalazione formale è stata inviata al dirigente comunale.
Il geologo Del Pero: “Ripariamo i danni, non le cause”
Sul tema si era già espresso il geologo medese ed ex presidente WWF Lombardia Gianni Del Pero, che aveva definito quello del Tarò “un sistema fragile e senza un piano di manutenzione continua”.
Secondo Del Pero, i crolli degli argini in cemento armato non solo hanno prodotto macerie che hanno ristretto il deflusso, ma hanno anche innalzato il fondo del torrente in più punti critici. “Anche piogge moderate possono generare nuovi rigurgiti”, aveva avvertito, indicando tre “dighe” di detriti tra Via Como, Largo Europa e Via dei Cipressi.
Sinistra e Ambiente: “Allarme mancato e territorio saturo”
Sulla vicenda è intervenuto anche il gruppo ambientalista Sinistra e Ambiente, con un’analisi dettagliata sulle cause dell’esondazione. Secondo l’associazione, la perturbazione del 22 settembre – con 200 mm di pioggia tra le 3 e le 11 – non basta a spiegare la gravità del fenomeno.
“È mancato l’allarme che avrebbe evitato l’accesso di auto e persone nelle aree poi sommerse”, hanno detto. E soprattutto: “Il territorio è ormai saturo e impermeabilizzato: decenni di urbanizzazione e coperture degli alvei naturali hanno eliminato le zone di espansione del torrente”.
Tra gli esempi citati, la copertura del Tarò a Cabiate e i continui ampliamenti produttivi lungo l’asta del Certesa/Tarò. Sinistra e Ambiente ha richiamato inoltre i dati ISPRA 2024, secondo cui Monza e Brianza è la provincia più cementificata d’Italia, con il 41% di suolo consumato.
Gli interventi urgenti richiesti dagli ambientalisti
Il gruppo elenca una serie di azioni considerate prioritarie:
pulizia degli alvei del Tarò e del reticolo minore;
ripristino degli argini erosi;
revisione dei ponti di via Valseriana, via Luigi Rho e via Cadorna per aumentarne la luce;
installazione di un sistema di monitoraggio e allerta;
manutenzione regolare delle vallette provenienti dalla Brughiera.
Vasche di laminazione: tra progetti fermi e critiche
Tema centrale del dibattito resta la realizzazione delle vasche di laminazione previste dal Programma d’Azione del Contratto di Fiume Seveso. I progetti di Alzate Brianza (200.000 mc) e Mariano Comense (50.000 e 25.000 mc) sono sulla carta da anni, finanziati ma mai avviati.
Tarò: cosa succede ora
Il quadro che emerge è complesso: lavori avviati ma non risolutivi, territori saturi, infrastrutture fragili, progetti strutturali bloccati e un reticolo minore che attende interventi urgenti.
“Dobbiamo recuperare lo spirito del 2014 – aveva sottolineato il sindaco Luca Santambrogio– quando, dopo la grande alluvione, i Comuni del territorio si unirono per cercare soluzioni comuni”. Per questo ha chiesto alla cittadinanza la massima partecipazione allo studio idraulico del bacino Tarò – Certesa che dovrebbe essere presentato entro la fine del mese, dopo essere stato rinviato a causa proprio dell’alluvione del 22 settembre.


