Bitcoin nell’era dello zettahash: sicurezza ai massimi, settore del mining in forte pressione
L’hashrate è ai massimi storici, ma il modello economico dei miner vacilla. Gli utenti cercano soluzioni alternative per ottenere guadagni passivi in criptovalute.
L’attuale livello di sicurezza della rete Bitcoin non ha precedenti: l’hashrate complessivo si mantiene stabilmente oltre la soglia dello zettahash, un traguardo che evidenzia la capacità del protocollo di attrarre potenza computazionale anche in fasi economiche difficili.
Tuttavia, l’apparente solidità della rete convive con una crisi strutturale del settore del mining, colpito da un crollo della redditività.
Negli ultimi mesi, il calo dei ricavi per unità di potenza di calcolo ha raggiunto minimi storici. L’hashprice, indicatore dei guadagni giornalieri dei miner per petahash, è sceso a circa 34 dollari, una soglia che non consente a una larga parte degli operatori di coprire i costi energetici e di gestione.
La difficulty del mining ha registrato due ribassi consecutivi, segnalando la pressione economica senza però modificare in maniera sostanziale il ritmo di produzione dei blocchi.
I miner indipendenti non riescono più a sostenere i costi e abbandonano l’attività, lasciando il mercato a poche realtà con fondi maggiori.
Il risultato è una crescente concentrazione dell’hashrate, con conseguenti rischi legati a eventi ambientali, norme restrittive o tensioni infrastrutturali.
Contemporaneamente, il mercato dei capitali tende a percepire le aziende minerarie come strutture paragonabili a data center altamente energivori, e non più come semplici proxy del prezzo di Bitcoin.
Numerosi operatori stanno ampliando il proprio raggio d’azione integrando servizi di high-performance computing e workload AI per stabilizzare i ricavi.
Anche la geografia dell’hashrate sta cambiando. Il ritorno della Cina a circa il 14% della potenza globale indica la persistenza di attività in aree ricche di energia a basso costo, in parte non regolamentate.
Questo elemento contribuisce a mantenere elevata la competizione e intensifica la pressione sui miner occidentali già esposti a costi crescenti e incertezze normative.
Se i costi dovessero rimanere alti, il consolidamento potrebbe accelerare ulteriormente; un eventuale aumento dei ricavi favorirebbe invece il ritorno di parte della capacità oggi inattiva, seppur con nuovi proprietari e condizioni operative differenti.
Pepenode: un’alternativa accessibile al mining tradizionale
In generale, negli anni il mining è diventato un’attività sempre meno accessibile. I requisiti tecnici, i costi dell’hardware e il consumo energetico hanno chiuso l’attività alla maggior parte degli utenti.
Per questo stanno emergendo modelli alternativi, basati su approcci più leggeri e sostenibili dal punto di vista energetico.
Pepenode è un progetto che sfrutta il meccanismo Proof-of-Stake per consentire agli utenti di creare server di mining virtuale.
Gli utenti possono attivare e gestire nodi all’interno dell’ecosistema, ottenendo ricompense in meme coin senza dover acquistare costosi macchinari né gestire infrastrutture complesse.
Il modello si basa su un’esperienza semplificata, dove la “potenza di mining” è rappresentata da risorse virtuali piuttosto che da hash rate fisico.
Il token PEPENODE si può usare per potenziare i nodi, incrementando la capacità di generare ricompense. Inoltre, un meccanismo di burning riduce progressivamente la supply in circolazione, distruggendo il 70% dei token usati per il potenziamento dei nodi.
Il progetto è attualmente in presale, con il token PEPENODE venduto a un valore vantaggioso e la possibilità di fare staking su Ethereum, per ottenere guadagni passivi.
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