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|Alla Stäubli di Carate 45 esuberi, ma Cgil chiede la ricollocazione
Tavolo in corso fino a fine ottobre. Cgil: “attivare gli ammortizzatori sociali e ricollocare i 45 lavoratori in altre posizioni”
Nuova mannaia sui posti di lavoro in Brianza: il gruppo svizzero Stäubli ha recentemente comunicato la decisione di chiudere la produzione in Italia, dove è presente con il sito di Carate fin dagli anni ’80. Il colosso multinazionale della robotica che serve il settore industriale e il tessile, si prepara a tagliare 45 posizioni che sfiorano un terzo della forza lavoro, concentrato nella produzione. Cifre che spaventano come spaventavano quelle che a inizio estate erano state annunciate da altri grandi protagonisti della storia industriale brianzola: Peg Perego , Hayer (ex Candy) e STMicroectronics.
Le richieste dei sindacati alla Stäubli
A seguire la crisi Stäubli in prima linea è la Fiom Cgil. Il tavolo con l’azienda, ha spiegato Claudio Rendina, è partito da poco e si chiuderà a fine mese. Entro quella data l’obiettivo del sindacato è quello di ottenere risposta alle richieste avanzate finora. “Abbiamo chiesto innanzitutto di ritirare il taglio dei 45 posti di lavoro – ha spiegato Rendina – e di attivare gli ammortizzatori sociali. Inoltre chiediamo che i 45 addetti alla produzioni destinati al licenziamento siano invece ricollocati con altre mansioni all’interno del sito di Carate della Stäubli”. Se per fine mese non si ottenessero risposte positive in questa direzione, si passerebbe ai tavoli ministeriale e regionale.
La crisi del tessile
Cancellare 45 posti alla Stäubli di Carate significherebbe attualmente azzerare quasi il settore produzione. Il poco residuo sarebbe trasferito sulla sede francese e in Brianza resterebbero progettazione, commerciale e le altre funzioni non produttive. Il settore della robotica non è esattamente tra quelli più colpiti dalla crisi, tuttavia la Stäubli opera molto nel tessile settore che, invece, è sì coinvolto da una profondissima crisi, da tanti anni. L’azienda accusa il colpo e già nell’ultimo anno e mezzo a Carate è stato necessario ricorrere alla cassa ordinaria, “tuttavia il quadro – sottolinea Rendina della Cgil – non è tale da giustificare un azzeramento del reparto produttivo. Questa è essenzialmente una scelta dell’azienda”.


