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Export Monza e Brianza, accordo Usa-Ue sui dazi al 15%: meno rischi ma prezzi in aumento

Su Milano e Monza Brianza l’aumento dei prezzi dei prodotti esportati non dovrebbe avere particolari conseguenze sul mercato americano perché riguarda l’export in settori innovativi e ad alto valore aggiunto

Nel primo trimestre 2025 l’export della provincia di Monza e Brianza verso gli Usa ammonta al 12% del totale delle tre province (pari a circa 248 milioni di euro). Si tratta di un calo del 25,1% rispetto al quarto trimestre 2024. I principali prodotti esportati sono articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici, con un valore di 54 milioni di euro. Secondo Confcommercio, l’aumento dei prezzi dovuto ai dazi non dovrebbe incidere eccessivamente, poiché si tratta di beni ad alto valore aggiunto e difficilmente sostituibili.

Export Monza e Brianza verso gli USA

L’export complessivo verso gli Stati Uniti (dati al primo trimestre 2025) da Milano, Monza Brianza, Lodi è stato di 2 miliardi e 70 milioni di euro: quasi l’87% dalla Città metropolitana di Milano, il 12% da Monza Brianza, l’1% da Lodi. Un export in calo rispetto al quarto trimestre 2024 (a doppia cifra – 25,1% da Monza Brianza e – 12% per Lodi. Decremento del 2,2% dalla Città metropolitana di Milano). Nell’export verso gli Usa da Milano e Città metropolitana prevalgono gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (405 milioni di euro) seguiti dai prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (394 milioni di euro). Anche da Monza Brianza si esportano negli States soprattutto articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (54 milioni di euro) mentre dalla provincia di Lodi le esportazioni riguardano soprattutto prodotti alimentari, bevande, tabacco (4 milioni di euro).

Su Milano e Monza Brianza l’aumento dei prezzi dei prodotti esportati non dovrebbe avere particolari conseguenze sul mercato americano perché riguarda l’export in settori innovativi e ad alto valore aggiunto, quindi beni difficilmente sostituibili. Potrebbe soffrire di più il comparto del tessile, abbigliamento ed accessori, soprattutto per i prodotti di fascia media. Più esposto a rischio di contrazione del mercato, invece, l’export alimentare dalla provincia di Lodi.

Milano: –2,2% e export concentrato su farmaceutici e tessile

La Città metropolitana di Milano rappresenta l’87% dell’export complessivo verso gli Usa, con un valore pari a circa 1,8 miliardi di euro. Il calo rispetto al trimestre precedente è più contenuto (–2,2%).
I settori trainanti sono:

  • farmaceutico, chimico-medicinale e botanico: 405 milioni di euro;

  • tessile, abbigliamento, pelli e accessori: 394 milioni di euro.

Tuttavia, Confcommercio segnala che il comparto tessile-abbigliamento di fascia media potrebbe soffrire di più l’aumento dei prezzi.

Lodi: export alimentare a rischio e –12% sul trimestre

La provincia di Lodi, con un 1% dell’export complessivo (circa 20 milioni di euro), ha registrato un calo del 12%.
Qui prevalgono le esportazioni di prodotti alimentari, bevande e tabacco (4 milioni di euro), settore più vulnerabile al rialzo dei dazi, soprattutto se la tariffa del 15% si somma a quelle preesistenti. Tuttavia, il peso dell’export verso gli Usa sul totale lodigiano resta limitato (0,8%).

Dazi e dollaro: un impatto complessivo del 21%

L’accordo Usa-Ue fissa un dazio del 15% sui prodotti europei, ma la svalutazione del dollaro (–13% dall’inizio della presidenza Trump) porta l’impatto medio sui prezzi al 21% (dato Ispi).
Le importazioni dagli Stati Uniti, non soggette a dazi europei, non dovrebbero comportare variazioni significative per Milano, Monza Brianza e Lodi.

Il rischio della deviazione commerciale

Riccardo Garosci, presidente Aice e vicepresidente Confcommercio nazionale e MiLoMB, avverte sul fenomeno della deviazione commerciale: prodotti provenienti da Paesi terzi – come Cina, Regno Unito, India, Turchia – inizialmente destinati agli Usa potrebbero riversarsi sul mercato europeo, aumentando la concorrenza per le imprese locali.

Garosci: “Meglio questo accordo di una guerra commerciale”

“L’intesa deve essere accolta con favore – afferma Garosci – perché evita una guerra commerciale che avrebbe comportato conseguenze molto più gravi per imprese e occupazione. Con dazi al 30% il commercio con gli Stati Uniti si sarebbe fermato”.

Tuttavia, Garosci invita alla prudenza: “L’impatto negativo sul nostro export è inevitabile. Serve conoscere i dettagli dell’accordo, soprattutto se il 15% include i dazi preesistenti. In caso contrario, per molti beni di consumo le tariffe sarebbero insostenibili”.