Scuola di Formazione Politica Alisei, al Campo di Fossoli tra memoria e storia!
Nel più grande Campo italiano di concentramento e transito degli ebrei e degli oppositori politici i giovani corsisti dell’iniziativa organizzata dalla Cgil Monza e Brianza hanno compiuto un viaggio anche dentro se stessi.
La Storia che ci viene insegnata sui libri di scuola è quella che più o meno conosciamo tutti. Ma le storie dei tanti uomini e delle donne che hanno contribuito a farla purtroppo quasi mai sopravvivono agli anni. I luoghi che ne sono stati attraversati, però, in qualche modo continuano a parlarci ancora oggi se si sa ascoltarli. Ed è anche per questo che acquista un valore particolare il fatto che i giovani corsisti della Scuola di Formazione Politica Alisei siano andati al Campo di Fossoli, il più grande in Italia per il concentramento degli ebrei e degli oppositori politici durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il viaggio in questo luogo di prigionia a pochi chilometri da Carpi, in provincia di Modena, che fu per molti l’anticamera di una tragica morte ad Auschwitz o Mauthausen, non è stata solo la conclusione ufficiale dell’undicesima edizione dell’iniziativa organizzata dall’Associazione Alisei insieme alla Cgil di Monza e Brianza e rivolta gratuitamente ai giovani tra i 16 e i 21 anni.

È stato soprattutto il modo, al termine di un percorso durato oltre due mesi, quest’anno intitolato non a caso “Democratica” proprio nell’80esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, per toccare con mano, ma anche con gli occhi della ragione e le ragioni del cuore, quanto il racconto delle vicende di alcuni dei circa 2800 ebrei e 2600 prigionieri politici transitati al Campo di Fossoli possa lasciare, in particolare ai giovani, il testimone di valori e diritti da portare avanti.
IL VIAGGIO
C’eravamo anche noi di MBNews sul pullman partito intorno alle 7 di mattina del 2 maggio dalla sede della Camera del Lavoro di Monza. Nel gruppo di oltre 60 persone molti avevano gli sguardi stanchi e mezzi addormentati, ma anche la fiera consapevolezza di andare a vivere un’esperienza significativa da molteplici punti di vista.
La sosta in autogrill per un’allegra colazione è un necessario interludio prima dell’arrivo al Campo di Fossoli dopo poco più di due ore di strada. L’organizzazione della visita guidata in tre gruppi, appena scesi dal pullman, è il modo migliore per attraversare le rovine delle 15 baracche di quel che era il Campo nuovo ed immergersi pienamente nella storia di un luogo impiegato con diverse funzioni nel passato e ancora in grado di ricevere nuova linfa.
IL RICORDO
Superato il cancello di ingresso, rimasto pressoché com’era 80 anni fa, infatti, il gruppo della Scuola di Formazione Politica Alisei, iniziativa a cui hanno collaborato anche Anpi Monza Brianza, Libera contro le mafie, Brianza SiCura e Diritti Insieme, si è immerso completamente in un contrasto evidente tra il senso di abbandono e privazione, che restituiscono i ruderi delle baracche di prigionia, oggi in ristrutturazione per essere conservate e rese agibili, e l’esuberante vita della natura fiorente in questo luogo di campagna.
Un contrasto che è in qualche modo lo stesso di quello che c’era tra il 5 dicembre 1943 e i primi di agosto del 1944, periodo in cui il Campo di Fossoli, dopo essere stato Campo di prigionieri di guerra alleati, soprattutto inglesi catturati nelle operazioni di guerra in Africa settentrionale, fu utilizzato come campo di concentramento e transito di ebrei e oppositori politici utilizzato prima dalla Repubblica Sociale Italiana e poi dalle SS tedesche.

All’epoca, infatti, se da un lato si era privati della propria libertà e della privacy, dall’altro le condizioni del Campo erano decisamente migliori di quelle che i prigionieri avrebbero poi trovato una volta deportati ad Auschwitz o Mauthausen. Non c’era il filo spinato elettrificato, le famiglie non venivano divise, si poteva girare liberamente nel Campo, c’erano le latrine in ogni baracca, si dormiva su veri letti a castello e si riceveva cibo sufficiente.
I CONTRASTI
Benefit, se così possiamo chiamarli, del tutto illusori. Nessuno degli ebrei e oppositori politici prigionieri a Fossoli, infatti, immaginava il destino di morte praticamente certa, dopo indicibili umiliazioni e sofferenze, a cui sarebbe andato incontro. Quando, dopo circa un mese di permanenza nel Campo di concentramento e transito italiano, salivano su un treno alla stazione di Carpi, veniva loro semplicemente detto che, seguendo la direttrice del Brennero, sarebbero stati portati in Germania. E, allora, senza opporre resistenza, immaginando condizioni di prigionia simili a quelle che lasciavano in Italia, salivano su quel treno.

Sul primo di questi treni, in partenza il 22 febbraio 1944 da Fossoli direzione Auschwitz, ci salì, insieme ad altre 650 persone, anche Primo Levi, che poi racconterà questa esperienza nel suo libro “Se questo è un uomo”. Nel mese trascorso nel Campo di concentramento e transito italiano in tanti hanno vissuto quasi “spensierati” l’ultimo mese della loro vita. C’è chi si è innamorato, chi come l’architetto milanese Gianluigi Banfi ha potuto intrattenere un fitto carteggio con la moglie Julia, che è più volte andata a Fossoli a trovarlo. E chi, come Nedo Fiano, ha vissuto qui l’ultimo periodo accanto ai propri anziani genitori.
LA STORIA CONTINUA
Vicende umane toccanti, come quella di una bambina di 11 anni, prigioniera senza famiglia a Fossoli, poi mandata alla camera a gas ad Auschwitz, che hanno lasciato il segno nel cuore e nella mente dei giovani corsisti della Scuola di Formazione Politica Alisei, quasi tutti studenti e studentesse di istituti superiori di Monza e della Brianza.
Una volta lasciato il Campo di Fossoli, che terminata nell’agosto del 1944 la sua funzione di concentramento e transito è stato poi per alcuni mesi Centro di raccolta di mano d’opera italiana per le aziende tedesche e dal 1954 al 1970 Villaggio San Marco, un luogo residenziale destinato ai profughi giuliani e dalmati, il folto gruppo partito dalla sede della Cgil ha proseguito la sua giornata sui luoghi della Resistenza con la visita al Museo Monumento al Deportato a Carpi. Non prima, però, di essersi rifocillati mangiando al Circolo sociale “Bruno Losi”.

IL MUSEO
Entrare nella struttura dedicata a tutti coloro, non solo ebrei, che sono stati deportati per motivi politici e razziali nei campi di sterminio nazisti, è un tuffo potente, ma privo di retorica, in una delle pagine più nere della storia umana. Una caduta verso il basso più profondo che non fu frutto di pazzia e sadismo, ma di una progettazione ideologica e logistica ben precisa e orientata a criteri di efficienza ed economicità.
Nelle tredici sale del Museo Monumento al Deportato, inaugurato nel 1973 e situato al piano terra del Palazzo dei Pio nel centro medievale di Carpi, anticipate nel cortile esterno da 16 stele in cui sono riportati i nomi di 60 lager nazisti, l’allestimento essenziale restituisce un monito dal valore universale. I pochi oggetti che, racchiusi in apposite teche, raccontano la vita dei deportati, sono accompagnati ad opere di artisti, tra i quali Picasso, Longoni e Guttuso, che con il loro impegno civile sono anche testimoni degli avvenimenti che rappresentano.

IL MESSAGGIO
Le frasi sulle pareti del Museo Monumento al Deportato, tratte dalle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea”, acuiscono la tensione emotiva di un percorso che raggiunge il suo culmine nella sala finale. Quella dove compaiono i nomi di oltre 14mila deportati italiani nei campi di sterminio nazisti. “Leggendo questi nomi – afferma Luca, una delle guide che la Fondazione Fossoli ha messo al servizio del gruppo della Scuola di Formazione Politica Alisei – restituirete loro una piccola, grande vittoria su chi ha provato anche a cancellarne anche la memoria”.

E allora nel ritorno a Monza, tra le tante emozioni e conoscenze acquisite, compresa la differenza non sempre diffusa tra Resistenza e antifascismo, ci portiamo a casa una sensazione forte osservando le parole e i gesti dei giovani corsisti dell’iniziativa organizzata dalla Cgil Monza e Brianza. Quella che, pensando al futuro dell’Italia, permettendoci di correggere Antonio Gramsci, all’ottimismo della volontà si può aggiungere anche quello dell’intelligenza.





