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Speciale smart working: interviste e pareri degli imprenditori brianzoli - MBNews
Economia

Speciale smart working: interviste e pareri degli imprenditori brianzoli

Smart working e imprese private: il modello funziona? Ne abbiamo parlato con alcuni imprenditori del territorio. Ecco le loro risposte.

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Una parentesi figlia del Covid, una soluzione temporanea, una nuova normalità. È ancora presto per capire cosa sarà lo smart working nel mondo del lavoro. Una cosa però è certa: ad oggi la linea, almeno per il pubblico, è lasciare gradualmente il lavoro agile per un ritorno in presenza. Questa la posizione del Ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che con un tweet ha annunciato che a partire dal prossimo 15 ottobre i dipendenti statali torneranno in presenza, secondo le regole determinate dal Cts. Ma cosa succede nelle aziende private? Riformuliamo: lo smart working può aprire – nel settore privato – le strade al lavoro ibrido, un po’ in presenza e un po’ da remoto?

Lo smart working sta cambiando il mondo del lavoro?

Secondo le prime rilevazioni, sono sempre più numerosi i gruppi che hanno già definito modalità miste di rientro dal 2022, soprattutto nelle banche (da Intesa Sanpaolo a Unicredit) e nelle assicurazioni (qui l’accordo più recente è stato firmato da Generali). E poi nell’industria (è il caso di Leonardo) e nelle telecomunicazioni dove Telecom, Windtre, Vodafone, Ericsson e Open Fiber hanno già codificato i nuovi equilibri casa-ufficio. Più difficile invece il lavoro da remoto per i piccoli, per intenderci le micro e piccole imprese sotto i 15 dipendenti. Lì, ci spiegano alcuni titolari di attività “lo smart working non è solo controproducente, ma è proprio impossibile da attuare”.

I cambiamenti sui luoghi di lavoro degli ultimi mesi hanno contribuito a metterne in dubbio anche i tempi. In Europa e non solo si torna a parlare, ad esempio, di settimana breve, cioè di “solo” 4 giorni lavorativi su 7. Dalle prime sperimentazioni i risultati sono incoraggianti: una diminuzione delle giornate lavorative non impatta sulla produttività, anzi. Ad oggi le sperimentazioni di successo (Islanda, Giappone, Spagna) sembrano poter tracciare la strada ad un nuovo modo di lavorare, basato più su obiettivi e scadenze, piuttosto che sulla quantità di tempo passata in ufficio.

Tanti i temi sul piatto, tanti i punti di vista. Abbiamo voluto saperne di più e abbiamo parlato con alcuni imprenditori brianzoli. Ecco quello che ci hanno raccontato.

Nella vostra attività avete lavoratori attualmente in smart working o che lo sono stati durante l’ultimo anno e mezzo?

“Sì – spiega Franco Goretti, direttore generale di Assograph srl, azienda specializzata nella progettazione e realizzazione di soluzioni in monomateriale di cartone riciclabile – li abbiamo avuti e li abbiamo tutt’ora. Sono però i cosiddetti “soggetti fragili” con scarse difese immunitarie, che necessitano di un’attenzione specifica. Si tratta quindi di una soluzione per garantire la sicurezza del dipendente”.

“Sì, abbiamo avuto e abbiamo ancora adesso lavoratori in smart – continua Marco Sala, Pres. Italsilva commerciale Srl, l’impresa ultracentenaria nata a Seregno presente sia sul mercato italiano sia estero con due brand di successo, quali Spuma di Sciampagna e Sauber.All’inizio era una soluzione quasi obbligata a causa della pandemia, ma oggi sta diventando un modo anche per venire incontro alle esigenze dei nostri dipendenti. In alcuni settori, ovviamente: penso al marketing, al settore ricerca e sviluppo, agli uffici amministrativi. L’importante è non perdere la progettualità del lavoro e mantenere uno spirito produttivo”.

“Abbiamo, dall’inizio della pandemia, attivato modalità di lavoro agile – aggiunge Chiara Cazzaniga Senior Account di Publitrust, agenzia di comunicazione di Monza. – Nel primo periodo tutta la struttura ha lavorato in smart working garantendo comunque la continuità dei servizi offerti.  Abbiamo poi seguito l’andamento dell’epidemia con rientri scaglionati e graduali. Dapprima le attività di accounting fino ad arrivare al rientro completo del team creativo da settembre 2021. Al momento siamo nuovamente tutti in presenza e in totale sicurezza”.

“Sì, come la maggior parte delle realtà produttive anche noi ci siamo confrontati con lo smart working – spiega Alessandro Maggioni, direttore generale di Unimec Spa, l’azienda di Usmate Velate nota nel mondo per la produzione di martinetti – ma devo ammettere che con il tempo abbiamo avuto dei problemi con questa modalità. Mi spiego: la nostra azienda ha diversi reparti interni che devono obbligatoriamente parlare tra loro. Una buona comunicazione interna, un confronto continuo tra diverse professionalità fa la differenza ed è qualcosa a cui non vogliamo rinunciare”.

“No. Non abbiamo mai attuato smart working nella nostra attività – prosegue Rossella Nigro, titolare presso la carpenteria artigiana CINI Solution – Il territorio brianzolo ha una forte presenza di aziende micro e piccole che non possono utilizzare questa soluzione. Per la mia impresa, poi, che è un’impresa artigiana serve “lavorare con le mani”, non è stato quindi possibile un distaccamento da remoto”.

Lo smart working è stata una novità della pandemia oppure avevate sperimentato soluzioni del genere già da prima?

“Avevamo iniziato una sperimentazione già prima della pandemia – spiega Riccardo Vincenti, consigliere delegato KSB Italia, azienda specializzata nella vendita di pompe e valvole. – È stato forse l’aver giocato d’anticipo che non ci ha visti impreparati quando il mondo è cambiato: già dal primo giorno di chiusure eravamo pronti a lavorare da remoto, almeno con una parte dei nostri dipendenti. Poi con il passare dei mesi le cose si sono perfezionate. Oggi i nostri dipendenti fanno, a turno, due giorni in presenza e gli altri in smart. A breve il rapporto si invertirà: due giorni di smart e gli altri in presenza con una percentuale di circa il 40% di lavoro da remoto”.

“In realtà la possibilità di lavorare da remoto era già in auge prima della pandemia, ma solo per un numero ristretto di manager e amministratori – commenta Laura Parigi, NPI Italia, impresa operante nel settore dei prodotti per elettrodomestici e per il gas. – Nel mese di Marzo 2020, in sole due settimane, grazie al supporto del nostro Servizio IT e di quello del nostro gruppo, ci siamo dotati degli strumenti adeguati per garantire la possibilità di lavorare da remoto a tutti i nostri collaboratori la cui attività sia compatibile con la modalità di svolgimento della stessa a distanza. Ciò ha  consentito loro di mantenere un filo diretto con clienti e fornitori durante la chiusura completa dell’attività produttiva a seguito delle misure implementate dal nostro governo in materia di contenimento del contagio da Covid 19″.

Cazzaniga: “Avevamo adottato da metà del 2019 una piattaforma collaborativa in cui erano già presenti strumenti di condivisione, video chiamate, instant messaging. Di fatto non abbiamo mai avuto interruzioni del servizio anche quando è iniziato, in maniera repentina, il lockdown. Da quel momento tantissimi strumenti sono entrati nella nostra gestione del lavoro, rendendolo sempre più agile e in condivisione, e ancora oggi ne fanno parte”.

Avete avuto dei feedback da parte dei lavoratori?

Parigi: “Si, abbiamo ricevuto dei feedback a seguito di una survey interna e di colloqui con i diretti interessati, in genere di grande soddisfazione”.

Maggioni: “Lo smart working non ha fatto breccia nei cuori dei nostri dipendenti. In diversi ci chiesero già dallo scorso anno di tornare in presenza. La comunicazione in azienda e il confronto tra settori diversi è importantissimo, questa pandemia ce lo ha insegnato. Tuttavia non escludiamo il lavoro da remoto in casi particolari, qualcosa ci fossero, ad esempio, delle necessità sollevate dai lavoratori stessi”.

Nigro: “Come dicevo, noi non ci siamo mai fermati e non ho utilizzato lo smart working. Tuttavia ne ho parlato con i miei ragazzi. Hanno tutti scelto di venire a lavorare in presenza: con grande rispetto e professionalità hanno mantenuto le distanze di sicurezza e non abbiamo avuto problemi. Mi rendo conto di essere anche fortunata: in azienda siamo 8 e si può arrivare anche ad essere a 15 metri di distanza l’uno dall’altro. Venire al lavoro ogni giorno è bello, purtroppo so di amici e colleghi che sono ancora in smart e non è semplice: io ho l’impressione che si sia un po’ tagliati fuori dalla socialità”.

Reputa che lo smart working sia un modello lavorativo applicabile nella sua impresa? Quali sono i punti di forza e debolezza?

Parigi: “È un modello lavorativo senz’altro applicabile a tutte le funzioni il cui lavoro sia compatibile con lo svolgimento dell’attività da remoto, ed è anche un modello fortemente incoraggiato dal nostro gruppo. L’ideale è adottare al contempo un giusto equilibrio tra l’attività svolta in sede e quella a distanza, dedicando risorse alla formazione dei leader, dove necessario, sviluppando quindi la  capacità di saper condurre e lavorare in squadre di collaboratori miste (in presenza e a distanza), cercando di coniugare l’indubbio vantaggio della riduzione dei costi di viaggi e trasferte con la capacità di organizzare incontri di  condivisione reale di progetti e strategie con i colleghi e/o i clienti a distanza. E aggiungo, siamo un’azienda con una attenzione particolare alla genitorialità: la possibilità di lavorare da remoto ha migliorato ulteriormente la conciliazione vita/lavoro e la gestione del tempo in generale”.

Goretti: “Penso che nella mia azienda sarà applicabile solo in caso di nuova pandemia e solo per gli amministrativi. È una soluzione che comunque non mi piacerebbe: lo smart working rende difficile la comunicazione tra colleghi e per alcuni ha significato frustrazione e inadeguatezza. Lo applicherei solo come ultima spiaggia”.

Cazzaniga: “Penso che lo smart working sia una modalità applicabile all’interno della nostra realtà, ma non in continuità. Il rapporto umano, anche dietro a mascherine e plexiglass, rimane una leva molto forte in un team creativo come il nostro”.

Lo smart working ha fatto emergere anche perplessità sul tempo che si trascorre fisicamente in ufficio. In diversi Paesi UE, ad esempio, si inizia a mettere in discussione la settimana lavorativa di 5 giorni. Una settimana cosiddetta “breve” è applicabile nelle nostre imprese?

Sala: “Oggi è sicuramente presto per parlarne, almeno nel nostro territorio. La settimana è ancora calibrata su un ritmo di circa 40 ore, diminuire sarebbe complesso. Penso che se un’impresa vuole intraprendere questa strada oggi, prima deve fare un grosso percorso di avvicinamento”.

Maggioni: “Non sono interessato tanto al numero delle ore fatte in ufficio, sono interessato a portare avanti un certo tipo di mentalità. Lavorare per obiettivi è giusto, ma ora come ora non andrei a toccare le ore lavorative settimanali. Sarei d’accordo però ad integrare agli ipotetici 4 giorni in ufficio uno da casa: per alcuni casi potrebbe funzionare”.

Vincenti: “Sto seguendo con interesse questo dibattito e so che ci sono dei modelli lavorativi di settimana breve che si stanno dimostrando funzionali all’impresa. Quando è stato introdotto lo smart working in Italia ci sono state delle perplessità eppure adesso è la nuova normalità, almeno per un certo tipo di azienda. Forse sarà così anche per la settimana breve. Non bisogna, a mio parere, essere chiusi di mente e rifiutare qualcosa a prescindere: sui quattro giorni lavorativi staremo a vedere, magari si dimostrerà anche questa una carta strategica per le imprese”.

 

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