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Lavoro qualificato, artigianale e manifatturiero: quando ad (alcuni) giovani il posto di lavoro non interessa

Lavoro qualificato, artigianale e manifatturiero: quando ad (alcuni) giovani il posto di lavoro non interessa

7 Giugno 2021

“Il lavoro c’è, ma gli italiani non hanno più voglia di fare fatica”. “I giovani d’oggi? Svogliati. Ai miei tempi non era così”. “Trent’anni compiuti e sono ancora uno stagista: uscire di casa è impossibile”. Frasi come queste si sentono quotidianamente da anni: dai talk show politici, fino alle comuni chiacchiere da bar, il tema del lavoro e le problematiche ad esso legato sono un evergreen nel nostro Paese. Oggi che l’argomento è di nuovo di strettissima attualità si aggiungono però due nuovi problemi: il primo è il post-Covid che ha lasciato ferite profonde e ancora da sanare per tanti imprenditori e datori di lavoro piegati dalle chiusure degli ultimi mesi; il secondo è lo sblocco dei licenziamenti, che rischia di tagliare fuori dal mondo del lavoro chi il suo posto è riuscito a tenerlo fino ad adesso. Cambiamenti in vista che hanno fatto di nuovo scoppiare un dibattito sul lavoro a 360 gradi.

Le scorse settimane nel mirino di molti ristoratori (e non solo) sono finiti i giovani, addittati come sfaticati, mammoni, nullafacenti, viziati. Le associazioni di categoria, invece, hanno lamentato le difficoltà degli imprenditori nel trovare personale qualificato da inserire in azienda.

Per avere un quadro della situazione in Brianza abbiamo intervistato alcuni imprenditori, di età e filiere produttive diverse. Un punto di partenza, un piccolo campione, per aprire un dibattito vero. Questa volta, sui contenuti.

Partiamo dalla ricerca del personale qualificato: in molti lamentano le difficoltà nel trovarlo. È così anche per voi?

“C’è tantissima difficoltà nel trovare personale qualificato. E così tante posizioni aperte vanno a vuoto – ci racconta Alessandro Maggioni di UNIMEC Spa, azienda con sede ad Usmate Velate operante nel settore della meccanica. – Lavorare con macchinari tecnologici necessita di figure specializzate, ma anche in grado di adattarsi ai mezzi che di volta in volta hanno davanti. La scuola non fornisce le basi: i primi problemi forse sono da rintracciare proprio lì”.

“Quello della scuola è un problema serio, culturale – prosegue Francesco Figini, giovane titolare della Figini di Cesano Maderno e della neo-nata Gloss. – I ragazzi non scelgono scuole professionali o istituti tecnici perché spesso vengono indirizzati dai genitori e dagli insegnanti verso i licei. Il risultato è che il lavoro pratico, manuale, diviene una seconda scelta – nella migliore delle ipotesi – o uno spazio per chi ha poca voglia di studiare. È un peccato perché scuole professionali potrebbero essere in grado di tirare fuori le potenzialità e i talenti pratici dei ragazzi. Per noi imprenditori concretamente torniamo alla domanda iniziale: con questo corto circuito il personale qualificato e specializzato è difficile da trovare”.

Stanno emergendo anche casi di cronaca di lavoratori che chiedono di lavorare in nero, in modo da mantenere la disoccupazione. Lo avete riscontrato?

“No, nel nostro mestiere è praticamente impossibile lavorare in nero, ci sono moltissimi controlli – ci spiega Claudio Riva, di Riva S.r.l. Trasporti & Logistica. – Lavoro in nero no, ma problemi nel trovare lavoratori sì: il settore degli autrasportatori storicamente sta pagando. È un mestiere manuale, dove devi fare fatica, non resti seduto dietro una scrivania. Quindi viene escluso nel momento in cui ci si approccia al mercato del lavoro e magari si sceglie altro, accontentandosi anche di salari più bassi”.

“Sul nero qualche idea me la sono fatta – prosegue Maggioni. – Abbiamo avuto dei casi di persone che sono venute a fare il colloquio: hanno visto il lavoro che c’era da fare e a cose fatte praticamente si sono tirati indietro. Forse si fanno due calcoli: tra la disoccupazione e qualche lavoretto fatto per arrotondare ti conviene di più stare a casa”.

Parliamo dei giovani. Nel dibattito pubblico tornano ad essere protagonisti in senso negativo. Alcuni imprenditori hanno raccontato ai media le difficoltà nell’assumerli difendendoli “troppo esigenti”. Che ne pensa lei?

“Non mi piace questa narrazione e se devo essere sincero nel caso della mia impresa è esattamente l’opposto – ci racconta Guido Locati, CEO Officine Locati Monza. – Ho 50 anni e sono praticamente il più vecchio e ne sono felice, vuol dire che il nostro è un settore che crea ancora posti di lavoro e la nostra realtà imprenditoriale risulta attrattiva”.

“E’ un luogo comune, ma ho avuto questa percezione in alcuni casi – continua Figini. – Un fondo di verità c’è. Non si vuole fare fatica e lavori artigiani o di manifattura risultano meno attrattivi per i ragazzi che quindi spesso non arrivano neanche a presentare il CV. È un peccato perché le nostre imprese sono dinamiche, tecnologiche e offrono delle garanzie solide quando i datori di lavoro sono seri”.

Ci sono stati dei casi di posizione aperte andate a vuoto perché nessuno si è fatto avanti? E oggi in particolare avete in azienda delle posizioni aperte?

“Nel mio settore, quello dei trasporti, tanti mezzi (anche dei miei colleghi), sono fermi e aspettano sulle piazzole – spiega Riva. – Quindi la risposta è sì: le call vanno a vuoto e le persone disposte a fare questo tipo di mestiere stanno diminuendo. La nostra è una professione in cui si lavora molto anche con l’estero e probabilmente molti non vogliono stare giorni lontani da casa”.

“Ho inserito 3 persone nuove in azienda e per trovarle ci ho messo sei mesi – aggiunge Figini. – Con alcuni arrivi sul punto di chiudere, poi si tirano indietro e devi ricominciare con i colloqui. Proprio oggi dovrebbe iniziare una nuova persona da noi: è un under 30 che arrivava da un contratto di stage e da noi verrà inquadrato come lavoratore a tempo indeterminato”.

“Non ci occupiamo direttamente noi delle assunzioni, ma ci appoggiamo ad un consorzio – continua Locati. – Nell’ultimo periodo abbiamo assunto: 3 persone, giovani, che stanno facendo il loro lavoro con serietà”.

In conclusione, quali sono a vostro parere i principali problemi quando ci si affaccia al mondo del lavoro?

“Uno degli anelli deboli è la scuola – commenta Maggioni. – E forse anche l’autopercezione del candidato che arriva a proporsi in azienda. Se nel tuo CV mi scrivi inglese C2 mi aspetto una padronanza ottima della lingua, invece spesso a malapena si riesce a rispondere ad una frase elementare. Il piano dei diritti e dei doveri si è sbilanciato nel tempo: spesso si chiede tanto e il senso del dovere tende a zero”.

“Va cambiata la mentalità e come si vive un percorso scolastico – aggiunge Riva. – La scuola deve formare, fornire delle competenze ai ragazzi. Il mondo del lavoro sta cambiando e chi entra ha bisogno di avere i giusti strumenti: penso che sia necessario investire su questo, puntando sulla manualità del lavoro ma anche sulle conoscenze. Macchine sempre più moderne hanno bisogno che nei ragazzi si sia sviluppata anche la capacità problem solving”.

“Posso parlare dal punto di vista di imprenditore. Più che le competenze guardo la persona quando devo fare un’assunzione – conclude Figini. – La predisposizione della persona è quello che conta: deve essere “affamata”, deve aver voglia di capire, conoscere, amare il lavoro. Le competenze? Quelle si migliorano nel tempo”.

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Agnese Zappalà
Agnese Caterina Zappalà, classe 1993. Laureata in Musicologia e Beni Culturali tra Italia e Francia e diplomata all’ISPI di Milano in Affari Europei, adesso studio Storia Politica all’Università degli studi di Pavia. Mi piace scrivere, entrare a contatto con le persone e raccontare le storie che mi emozionano. Leggo tanto, soprattutto i grandi classici della letteratura. Una passione insana per il caffè, il cinema francese e lo shopping esagerato.


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