Ambiente

Disastro di Seveso, tra passato e presente il rischio diossina non scompare

A 45 anni dall'incidente dell'ICMESA, un incontro on line, organizzato dall'associazione Alisei e seguito il 18 maggio da una visita al Bosco delle Querce, ha analizzato problematiche attuali. Tra queste la Pedemontana.

diossina

Quarantacinque anni sono un tempo che, per molti studiosi, è sufficiente per passare dalla cronaca alla storia. Anche per il disastro di Seveso, che sabato 10 luglio 1976 provocò la fuoriuscita e la dispersione di una nube di diossina TCDD, una sostanza artificiale fra le più tossiche, il discorso è valido. Ma solo fino ad un certo punto.

Perché le conseguenze dell’incidente all’ICMESA di Meda, industria chimica svizzera che faceva parte del gruppo Givaudan, a sua volta acquistato dal gruppo Hoffmann-La Roche, in tutti questi anni sono solo state messe da parte. Esattamente cinquanta centimetri sotto la superficie del “Bosco delle querce”, il parco situato nella ex zona A del disastro di Seveso. Dove, dopo i lavori di bonifica del terreno, in una vasca di contenimento, si trovano materiali contaminati e rifiuti tossico-nocivi. In particolare le macerie della stessa ICMESA.

Allora, proprio per capire quel che è stato il disastro di Seveso, cosa ha innescato in questi 45 anni e quello che potrebbe ancora succedere, le associazioni Alisei e Brianze, con il contributo di Fondazione della Comunità Monza e Brianza Onlus, hanno organizzato, nell’ambito del progetto “In mezzo scorre il Lambro”, il ciclo di incontri “Seveso 45. Memoria e impegno a 45 anni dal disastro diossina”.

Nel secondo appuntamento, una tavola rotonda virtuale in diretta Facebook, che sarà seguita il 18 maggio a partire dalle ore 15 da una visita guidata al Bosco delle Querce di Seveso, introdotta da Giorgio Garofalo, presidente dell’associazione Alisei, si sono messe in evidenza anche le problematiche relative alla realizzazione della Pedemontana e alla gestione dello stesso Bosco delle Querce.

UN’EREDITA’ INCOMBENTE

Ripercorrere oggi quei fatidici giorni del luglio 1976 è un esercizio utile non solo a fare chiarezza storica. Dal ritardo con cui si prese davvero coscienza di quanto fosse grave la fuoriuscita di diossina dovuta al malfunzionamento di un reattore chimico dell’ICMESA destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, fino all’evacuazione di centinaia di residenti dei Comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno, Limbiate e Desio.

Dalle conseguenze sulla salute, con le immagini, che restano nella memoria collettiva, dei bambini colpiti dalla cloracne, una dermatosi che crea lesioni e cisti, fino alle implicazioni etiche e morali legate all’aborto delle donne che abitavano nelle zone contaminate in un’Italia in cui l’interruzione di gravidanza era ancora un reato.

Oltre a tutto questo, però, i 45 anni trascorsi dal disastro di Seveso possono servire anche per analizzare la nascita di una coscienza pubblica ed istituzionale, italiana ed europea, sull’importanza delle tematiche ambientali e sull’inserimento del ciclo produttivo di una fabbrica all’interno del contesto territoriale in cui si trova.

“Dopo Seveso si capì che il rischio ambientale è un concetto più ampio dell’inquinamento e delle conseguenze individuali – afferma Carlo Ghezzi della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, che seguì in prima linea, da sindacalista chimico della Cgil, il disastro di Seveso – da allora, con interventi legislativi organici e strutturali, si è arrivati a fare mappe della aziende a rischio ambientale”.

“Se si pensa che fino al 1968 per i lavoratori di fabbriche come l’ICMESA esisteva ancora l’indennità di nocivo, bisogna dire che molto è stato fatto – continua – la battaglia per ambienti e luoghi di lavoro più salubri, però, nonostante l’introduzione di concetti come la concentrazione minima tollerabile, non è ancora vinta e moltissimo resta da fare”.

Tra chi ebbe un forte ruolo sul determinare la direzione successiva al disastro di Seveso ci fu sicuramente Laura Conti, partigiana, medico, ambientalista della prima ora e deputata. “Fu tra le prime a spiegare l’ecologia e a porla al centro del dibattito pubblico – spiega Valeria Fieramonte, autrice del libro “La via di Laura Conti” – i suoi scritti dedicati a Seveso, in particolare “Una lepre con la faccia di bambina”, ebbero grande successo, anche all’estero, misero in evidenza le contraddizioni di un sistema che non era in grado di affrontare i disastri ambientali connessi con determinate attività industriali e furono tra le spinte principali che portarono alla direttiva 82/501/CEE, nota anche come direttiva Seveso, recepita in Italia solo nel 1988”.

In quel 1976 nasceva anche Medicina Democratica, un movimento che ancora oggi lotta per la salute sui luoghi di lavoro attraverso un’aggregazione spontanea e autonoma di lavoratori, popolazione sul territorio, tecnici, ricercatori e intellettuali.

“Seveso, a cui seguirono altri disastri ambientali a Manfredonia nel settembre 1976 e nel 1984 a Bhopal in India, fece capire che la prevenzione si fa con l’impiantistica, nel senso che è necessario pensare prima, in termini umani e non solo di profitto, alla progettazione, al luogo di lavoro, alle sostanze utilizzate – afferma Marco Caldirola di Medicina Democratica – le decisioni legislative successive, dalla Direttiva Seveso a quella sulla valutazione di impatto ambientale, fino alle normative sulle bonifiche e sulle sostanze chimiche, sono il risultato anche di questo cambio di mentalità”.

LE INCOGNITE DELL’OGGI

Dimenticare Seveso non è possibile. Ma, soprattutto, non conviene. Non solo per tenere alta l’attenzione su rischi che possono ripetersi. Ma anche perché la diossina non è un materiale biodegradabile. E, quindi, dal terreno sottostante al Bosco delle Querce potrebbe anche tornare a circolare nell’aria in tutta la sua tossicità. Almeno questo è il timore espresso, nel corso della diretta streaming organizzata dalle associazioni Alisei e Brianze, da Alberto Colombo di Sinistra e Ambiente Meda.

“Il presente è un passato che ritorna, con un’autostrada, Pedemontana, che è inutile, dispendiosa, impattante e rischia, con i lavori previsti nei segmenti C e D del tracciato, che dovrebbero toccare anche i Comuni contaminati dal disastro di Seveso, di rimettere in circolo la diossina sotterrata – sostiene Colombo – i gruppi ambientalisti hanno chiesto una caratterizzazione dei suoli. Sono emersi diversi superamenti dei limiti verde residenziali ed industriali e un livello di contaminazione elevato soprattutto nei primi 20 centimetri in profondità nel terreno di quelle che, all’epoca del disastro di Seveso, erano le zone A, B e di rispetto”.

L’attualità di questa zona della Brianza, colpita 45 anni fa da uno dei peggiori disastri ambientali mai accaduti, è offuscata anche da altre ombre. “Il Comune di Seveso sta dando l’impressione di volersi disinteressare del Bosco delle Querce, un polmone verde in un contesto urbanizzato, che è simbolo e memoria di quanto accaduto nel 1976 – afferma l’esponente di Sinistra e Ambiente Meda – si sta, infatti, smantellando l’ufficio ecologia che si occupava di fare una serie di analisi sul particolato e delle falde, si affida a Regione Lombardia il monitoraggio delle vasche e la Fondazione Lombardia Ambiente da Seveso viene trasferita a Milano”.