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Netflix, SanPa: Luci e ombre sulla Comunità di San Patrignano. Ecco qualche considerazione.

Netflix, SanPa: Luci e ombre sulla Comunità di San Patrignano. Ecco qualche considerazione.

11 Gennaio 2021

Intanto vogliamo premettere che non utilizzeremo questo spazio per giudicare la Comunità di recupero o Vincenzo Muccioli, né entreremo nel merito delle arcinote questioni giudiziarie. L’intenzione è invece quella, prendendo spunto dalla docu-serie SanPA in onda su Netflix in questi giorni, di condividere con voi qualche riflessione rispetto a quello che è successo, cercando di comprenderne le dinamiche con la consapevolezza che tutto è accaduto in un contesto storico e culturale profondamente diverso da oggi. Chi scrive è Paolo Piffer e Stefano Casiraghi dell’Associazione Adagio che ogni martedì sera vanno in onda su facebook affrontando ei tempi a sfondo sociale. E così sarà anche questa sera.

La Comunità fu fondata nel 1978 su una collina vicino Rimini. Dove prima si coltivava la terra e si allevavano polli, in poco tempo vennero accolti migliaia di ragazzi tossicodipendenti in cerca di aiuto o inviati da giudici per scontare la loro pena come alternativa al carcere. Nei primi anni, come ammette lo stesso Muccioli, in tutta la Comunità non c’erano medici né psicologi, e gli edifici necessari ad accogliere i ragazzi venivano costruiti abusivamente. Perché all’epoca tutto questo si è potuto realizzare? Semplice, perché San Patrignano riempiva un vuoto che lo Stato non era in grado o non voleva riempire. Per questo, anche i peggiori detrattori, non faticano a riconoscere a Vincenzo Muccioli il coraggio. A molti piace il parallelismo con Marco Pannella, entrambi guerrieri determinati ad affrontare il fenomeno della droga senza ipocrisie, anche se con teorie e metodi completamente diversi. Si sente molto spesso dire che in quel periodo non c’erano alternative, anche questo è solo parzialmente vero, altre progettualità erano presenti sul territorio, ma Muccioli con il suo carisma era riuscito a conquistare così tanto spazio sui giornali e sulle televisioni da sembrare l’unica strada possibile. La docu-serie stimola nello spettatore alcune domande: “E’ giusto provare a salvare con ogni mezzo, anche con la forza, chi apparentemente non vuole essere salvato?”

Ognuno avrà la propria risposta. Io penso che non si possa aiutare chi non vuole essere aiutato. E’ nostro dovere morale e civico provarci, ma non si può obbligare una persona a vivere contro il suo volere, non per sempre almeno. Inoltre il metodo San Patrignano aveva un altro grosso limite, quello di cercare di curare il sintomo e non il disturbo. La tossicodipendenza è l’effetto, non la causa. L’obiettivo dovrebbe essere aiutare a non aver più bisogno di aiuto. Sostituire la dipendenza dall’eroina con la  dipendenza nei confronti della Comunità non può essere vissuta come una piena vittoria, si è solo spostato il problema.

Fabio Cantelli (ex ospite della Comunità) dichiara alla fine dell’ultimo episodio della serie: “Sono quello che sono grazie a San Patrignano e a Vincenzo Muccioli, ma anche nonostante San Patrignano e Vincenzo Muccioli”. In queste parole pronunciate da chi ha conosciuto molto bene quella realtà, possiamo ritrovare tutte le contraddizioni di un Uomo ancora oggi tanto amato e odiato, sicuramente difficile da capire per chi non lo ha conosciuto direttamente.

La docu-serie SANPA, nel bene e nel male, ha riacceso un faro sul problema della tossicodipendenza, ora sta a tutti noi fare in modo che quella luce rimanga sempre bene accesa.

Paolo Piffer e Stefano Casiraghi dell’Associazione Adagio

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Fonte Esterna
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