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La scuola a lezione dal Covid, Alisei e Flc Cgil MB: “Studenti siano protagonisti”

La scuola a lezione dal Covid, Alisei e Flc Cgil MB: “Studenti siano protagonisti”

23 Novembre 2020

Il 23 novembre ricorre il 40esimo anniversario del terremoto dell’Irpinia. Una tragedia che provocò circa 3mila morti, più di 8mila feriti e quasi 300mila sfollati. Fu anche da quel dramma che emerse la spinta decisiva per far nascere in Italia la Protezione civile, un sistema nazionale, organizzato e professionale, di prevenzione e pronto intervento, oggi ritenuto tra i più efficienti al mondo.

E’ solo una delle numerose dimostrazioni che anche da eventi estremamente negativi può derivare qualcosa di positivo. Venendo ad oggi, cosa potrà venire di buono, allora, dall’emergenza Covid, una volta superata, per una scuola attualmente in gran parte obbligata alla didattica a distanza, con tutte le conseguenti limitazioni nello svolgere in pieno il proprio ruolo educativo?

“Speriamo che non tutto torni come prima del Covid per la scuola italiana – afferma Raffaele Mantegazza, docente della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Bicocca nel corso del dibattito “La scuola alla prova di maturità” organizzato dall’Associazione Alisei e dalla Flc Cgil di Monza e Brianza (qui, il link per rivedere la trasmissione su Facebook).

“Al di là di alcune eccellenze, infatti, c’è un alto tasso di dispersione, anche tra i figli della media borghesia, ed un’incapacità ad intercettare le emozioni e le passioni degli studenti – continua il professore – bisogna superare le tante rigidità che frenano la scuola e, scatenando anche un po’ di fantasia, usare strumenti che siano capaci di rendere i ragazzi protagonisti del loro percorso di studi”.

UNA SCUOLA NUOVA

Un uso diverso degli spazi didattici è, al momento, come afferma Giorgio Garofalo, presidente dell’Associazione Alisei uno dei punti da approfondire per superare le storture della didattica a distanza. Un tema che è stato molto dibattuto durante il lockdown di marzo ed aprile, quando si parlava di fare lezione nei teatri, nei cinema o nelle sale congresso tristemente chiuse, ma sembra essere scomparso in questa seconda ondata del Covid.

“La didattica vera può essere solo in presenza perché c’è troppo bisogno del gruppo classe – afferma Claudio Persuati (nella foto in basso), segretario della Flc Cgil di Monza e Brianza – ecco perché, in questo periodo, è necessario trovare soluzioni nuove per fare lezione. Qualcuno utilizza, ad esempio, la tecnologia attraverso un drone”.

“Bisogna pensare qualcosa di diverso e più inclusivo anche per i tempi della didattica, in particolare per gli alunni che hanno bisogno di sostegno – continua – in quest’ottica l’orientamento dovrebbe accompagnare tutto il lavoro del Consiglio di classe e servire non tanto ad accompagnare gli studenti verso voti eccellenti, ma a supportarli nel loro progetto di vita per diventare cittadini consapevoli”.

“La scuola deve essere voglia di migliorarsi, ma non per forza nel senso di prepararsi per trovare il lavoro più redditizio – spiega Silvano Guidi della Flc Cgil di Monza e Brianza – gli insegnanti chiedono mai ai loro studenti se sono felici? La conoscenza è soprattutto questo”.

Può sembrare un discorso da voli pindarici ed anche un po’ retorico, ma così non è e non deve essere. “Ai ragazzi bisogna voler bene – sostiene Mantegazza – al fondo della scelta di insegnare c’è l’amore per la gioventù, ossia per il futuro. Se sentiamo questo amore allora possiamo continuare a insegnare”.

IL DISAGIO DEGLI STUDENTI

Gli effetti negativi della didattica a distanza, applicata da mesi in modo praticamente assoluto per le scuole superiori di secondo grado, si stanno facendo sentire in maniera importante sulla tenuta psico-fisica degli studenti.

“Non poter fare lezione in presenza mi sta pesando di più in questa seconda ondata rispetto al primo lockdown” confessa, nel corso della diretta streaming per il dibattito “La scuola alla prova di maturità”, Vivienne Taloni, iscritta al terzo anno di Lettere Moderne dell’Università statale di Milano ed ex allieva della Scuola di formazione politica dell’Associazione Alisei.

“Mi manca il contatto umano, l’interazione con i docenti e i miei colleghi – aggiunge – le lezioni, spesso registrate e visibili in modalità asincrona, non sono adeguate”.

“A marzo ed aprile, nel mio ultimo anno di scuola alle superiori, ho accettato la didattica a distanza come una situazione emergenziale, ma ora, all’Università, ho capito che è un metodo che non funziona – conferma Amalia Fumagalli, studentessa della Bocconi di Milano iscritta al primo anno di Scienze economiche e sociali ed ex allieva della Scuola di formazione politica dell’Associazione Alisei – tra l’altro la didattica a distanza mi sta provocando anche qualche danno fisico collaterale, ho perso qualche diottria alla vista per tutte le ore passate davanti al pc”.

“In generale, comunque, c’è poca attenzione alla salute mentale dei ragazzi, a come stanno vivendo questa fase – aggiunge – sarebbe necessario un percorso comune su questo”.

Gli aspetti pratici da rivedere nella didattica a distanza, così come viene attualmente proposta, sembrano essere tanti. “La didattica funziona quando è relazione, non un fine – spiega il professore Mantegazza – ecco perché, anche in questa fase, è importante ragionare sui processi di apprendimento, non sui risultati scolastici degli studenti”.

“Non è pensabile strutturare le verifiche con una sorta di inversione dell’onere della prova per gli studenti o farli stare 5 ore davanti al pc, con pochi minuti di pausa, senza tenere conto che esiste anche, per così dire, un diritto alla distrazione-disconnessione” continua il docente della Bicocca.

UNA DIDATTICA CHE CREA DISTANZE

I difetti del sistema scolastico italiano nascono prima e vanno oltre il Covid. Ma, ora, a maggior ragione, sembra essere necessario un deciso cambio di paradigma rispetto ad uno schema ormai non più al passo con i tempi. “Agli studenti si chiedono spesso ritmi incessanti e questo, in una sorta di competizione con gli altri che genera senso di colpa, provoca ansia da prestazione e meccanismi preoccupanti come la vendita degli appunti, invece della condivisione della conoscenza” è l’allarme lanciato da Taloni.

E se oggi le Università e la scuola assomigliano ad aziende in cui la fragilità degli studenti non ha diritto di cittadinanza, la spinta al cambiamento deve coinvolgere i docenti, ma partire soprattutto dagli studenti.

“Nel mio dipartimento è stato accertato l’uso di farmaci da parte degli studenti per poter rendere al massimo – racconta Mantegazza – la riforma dell’ordinamento, invece di intercettare questo disagio, ha deciso di concentrare il programma del triennio in due anni. Io ed altri docenti cerchiamo di fare la nostra battaglia contro un sistema inutilmente basato su una didattica prettamente mnemonica, ma gli studenti si facciano sentire negli organi di rappresentanza accademica”.

“C’è bisogno di un ripensamento totale della scuola, partendo, però, dalle risorse che abbiamo – conclude il docente della Bicocca – non sono gli esperti che salveranno la scuola, ma chi la vive tutti i giorni perché in quel luogo si va per imparare insieme ed essere felici”.

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Filippo Panza
Sono nato nel 1980, anno di grandi eventi sportivi (Olimpiadi di Mosca, Europei di calcio), attentati terroristici (strage di Bologna), terremoti (Irpinia) e misteri ancora irrisolti (Ustica). Ma anche di libri (Il nome della Rosa) e film (Shining), che hanno fatto epoca. Con tanta carne a cuocere, forse era scritto nel mio destino che la curiosità sarebbe stato il motore della mia vita. E così da Benevento, la città che mi ha dato i natali, la passione per la conoscenza e la verità, declinate nel giornalismo, mi ha portato in giro per l’Italia. Da Salerno a Roma, da Napoli a Bologna, fino a Monza. Nel capoluogo della Brianza penso di aver trovato il luogo dove mettere la mia base (più o meno) definitiva e soddisfare la mia sete di scrittura, lettura, sport e tempo libero. Almeno fino a quando il richiamo di qualche Sirena, forse, non mi farà approdare ad altri lidi.


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