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Infermieri: "Aiutateci, dopo l'inferno Covid niente supporto psicologico, né riposi e né recuperi"

Infermieri: “Aiutateci, dopo l’inferno Covid niente supporto psicologico, né riposi e né recuperi”

25 Giugno 2020

Oltre la metà degli infermieri soffre di attacchi d’ansia e di panico. La testimonianza: “Non faceva male dover trattenere la pipì o non mangiare; faceva male quello che ogni giorno eravamo obbligati a vivere e a vedere”.
“Oltre la metà degli infermieri che hanno vissuto e lavorato nell’inferno del Covid-19 adesso soffrono di attacchi di ansia e panico e assumono ansiolitici. Anche io, non lo nego, la sera prima di andare a letto prendo le gocce per cercare di riposare”.

Così inizia l’intervista con un’infermiera che lavora in un ospedale brianzolo e che ha vissuto diversi mesi in un reparto Covid. Un’intervista rilasciata garantendo l’anonimato: dalle Direzioni Generali dei nosocomi lombardi è arrivato il dictat di non parlare con la stampa, se non autorizzati. Molti i giornalisti che hanno potuto raccontare quello che davvero succedeva nei Reparti e nelle Rianimazioni solo con interviste senza nomi, cognomi e foto.

L’emergenza sanitaria è stata superata, ma gli infermieri non sono ancora pronti a ritornare in corsia e soprattutto, qualora dovesse arrivare una seconda ondata, rivivere quanto accaduto durante la pandemia. “Non vogliamo soldi, non chiediamo mance – continua -. Siamo stanchi, abbiamo bisogno di riposare, le promesse che ci erano state fatte di riposi e recuperi non sono mai state mantenute. Finita l’emergenza sanitaria siamo ritornati il giorno dopo nei nostri reparti. Qualora succedesse un’altra emergenza le ferie estive non sono garantite; siamo stati precettati se in autunno dovesse tornare una seconda ondata della pandemia. Una parte degli infermieri assunti durante l’emergenza, scaduto il contratto, sono andati via”.

E intanto gli infermieri crollano: il loro sistema nervoso è al limite; corde di violino sempre più tese che rischiano si spezzarsi. “Non ci sono solo incomprensioni con le Direzioni Sanitarie, ma anche con i pazienti. Per tre mesi siamo stati i loro eroi e adesso che siamo ritornati alla routine da settimane siamo nuovamente bersaglio di insulti”.

Ma che cosa hanno vissuto in quei mesi, e soprattutto erano preparati a quello che hanno visto e che oggi resta indelebili nelle loro menti?
Abbiamo visto l’inferno, episodi e storie che rimarranno indelebili nella nostra mente come quella del ragazzino di 12 anni al quale il Covid aveva già intaccato il cuore”.

In questi mesi la professionista ha raccolto gli sfoghi e le confidenze di colleghi scioccati di fronte a quelle morti, spesso anche improvvise, con quadri clinici che peggioravano nell’arco di un quarto d’ora. “Ho visto un paziente cenare senza problemi e morire poco dopo per un’embolia polmonare”.

Eppure lei non era alle prime armi; ha lavorato diversi anni in Terapia Intensiva ma quello che ha visto in quei mesi non lo ha mai visto, né studiato, né immaginato.
“Su 20 pazienti Covid ciascuno aveva sintomi ed evoluzioni diverse della malattia. C’era chi dopo quaranta giorni riusciva a camminare, chi invece faceva ancora fatica a muoversi e a respirare”.

L’aspetto emotivo e psicologico è stato devastante. Ma quello che maggiormente ha lasciato le cicatrici è stato il rapporto con i familiari. “Eravamo abituati che al capezzale del malato arrivavano parenti e amici. Non moriva solo, ma circondato dagli affetti più cari. In questo caso, invece, l’unico contatto era telefonico: noi ad assistere a telefonate di pazienti in lacrime e dall’altra parte della cornetta mogli, mariti e figli che imploravano di poter vedere il loro congiunto, ma non potevano”.

Infermieri che avevano bisogno di parlare, raccontare, scaricare quella tensione emotiva accumulata in ore e ore di lavoro. “Non faceva male dover trattenere la pipì o non mangiare; faceva male quello che ogni giorno eravamo obbligati a vivere e a vedere”.

C’è una storia che è rimasta indelebile nella mente dell’infermiera, anche se non l’ha vissuta in prima persona, ma gli è stata raccontata: la storia di una mamma di 47 anni che ha telefonato alla sua bambina per salutarla per l’ultima volta prima di essere intubata.

In quelle storie noi ci siamo immedesimati perché anche noi siamo genitori; anche a noi poteva capitare la stessa cosa. Non è ammissibile che a 47 anni invece di progettare il futuro dall’oggi al domani ti ritrovi a dover salutare per sempre tua figlia”.

Sono anche queste le storie che hanno fatto male agli infermieri: che hanno creato pesanti traumi nelle loro menti e nei loro cuori; traumi che non hanno avuto il tempo di metabolizzare e di superare perché, finita l’emergenza, sono stati nuovamente catapultati nella pesante routine sanitaria.

“Ora capite perché oltre la metà degli infermieri in questa fase post Covid è vittima di attacchi di ansia e di panico…”. Un ruolo fondamentale lo hanno giocato le famiglie. “Mio marito, pur avendo paura di un eventuale contagio, mi ha supportato e ha approvato la mia scelta di andare in prima linea. Al ritorno a casa non era semplice: mi facevo la doccia, in casa c’era costante odore di candeggina. Si mangiava allo stesso tavolo, si dormiva nella stessa stanza perché eravamo e siamo una famiglia. Abbiamo abbandonato i nostri figli in balia di loro stessi: sono stati grandi e meravigliosi”.

Ma dall’oggi al domani non può tornare tutto come prima. Gli infermieri hanno bisogno di aiuto, di riposo, di ferie, di supporto psicologico.

“Pochi giorni fa ho fatto una passeggiata in centro con mia figlia; abbiamo trascorso un bel pomeriggio tra shopping scolastico e commissioni. Alla fine mi ha detto: mamma, oggi è il giorno più bello della mia vita”.

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