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Smart working, Mondellini (Cgil MB): “Strumento utile, ma tanti punti critici”

Smart working, Mondellini (Cgil MB): “Strumento utile, ma tanti punti critici”

29 Maggio 2020

Fino a poco tempo fa in Italia la parola “smart” era associata soprattutto ad un noto modello di automobile. La pandemia Covid-19, con il conseguente lockdown, ha fatto conoscere definitivamente anche nel nostro Paese lo “smart working”. Che, nella nostra lingua, si può tradurre con lavoro agile. Una tipologia di impiego definita per legge, la n.81/2017, un po’ diversa da quella che 8 milioni di italiani, molti per la prima volta, stanno vivendo in questi ultimi mesi.

Perché lavorare da casa, ma come se si fosse in ufficio, non è esattamente agile. E in questo periodo di lockdown, non è soltanto, per fare una battuta, perché si era bloccati a casa con una obbligata, ridotta capacità di movimento fisico. E nemmeno perché l’altra smart, quella su quattro ruote, magari è rimasta quasi sempre chiusa in garage. A sottolineare le incongruenze su come può e deve essere lo smart working è l’indagine “Quando lavorare da casa è…SMART?”, realizzata a livello nazionale dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio (Indagine).

Il questionario con 53 domande è stato sottoposto, nel periodo tra il 20 aprile e il 9 maggio, a 6170 persone di diverse fasce d’età, provenienza geografica, titolo di studio ed occupazione. Quattro le aree di ricerca: socio-anagrafica (aspetti individuali e dell’abitare), smartworking (modalità di attivazione, aspetti organizzativi, informativi, condizioni e strumenti, competenze e aspetti individuali), cura (di sé, della casa, di altri), percezioni e atteggiamenti (paure, rischi, opportunità).

L’INDAGINE

Tra i tanti numeri interessanti che emergono dal questionario messo a punto dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio, ce ne sono due particolarmente significativi: l’82% del campione intervistato dichiara di aver cominciato a lavorare da casa in occasione dell’emergenza Covid-19 e il 60% vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo.

Di quest’ultimo gruppo fanno parte soprattutto gli uomini, mentre le donne avvertono di più il timore che il lavoro agile possa provocare, di fatto, un aumento dei carichi familiari e rendere più difficile la possibilità di conciliare i tempi del lavoro e quelli della vita personale.

“L’indagine è utile perché evidenzia che è necessario distinguere tra il reale lavoro agile, che è nato prima del Covid e significa organizzare i propri orari e spazi di lavoro per obiettivi, e quello che si è vissuto in questo periodo di quarantena, che è soprattutto un lavoro da casa, cioè lo stesso lavoro che si fa in ufficio, anche a livello di orari, ma con tutte le difficoltà di doverlo fare da casa” afferma Angela Mondellini (nella foto in alto)segretaria generale della Cgil di Monza e Brianza.

Nell’ottica del futuro prossimo, quindi, secondo il sindacato di via Premuda, non è auspicabile cancellare totalmente le postazioni di lavoro nelle sedi aziendali. “Una volta usciti dalle necessità imposte dal Covid, si dovranno valutare con attenzione i punti critici dello smart working che emergono anche dall’indagine – continua – dal diritto alla disconnessione ai rischi per la salute dovuti allo stress da lavoro, dall’esigenza di una contrattazione aziendale che riconosca, ad esempio, anche il lavoro in fasce notturne fino alla necessità di mantenere in presenza aspetti importanti come la formazione e le relazioni sociali”.

L’indagine della Cgil e della Fondazione Di Vittorio può essere il primo passo verso una stagione di negoziazione sullo smart working. Che, in base al campione intervistato, in circa un terzo dei casi è stato imposto in maniera unilaterale dal datore di lavoro.

“Sul lavoro agile, che può costituire un cambiamento produttivo importante e proficuo, bisogna fare una lettura dei bisogni e una valutazione con tutte le organizzazioni sindacali, anche a livello territoriale – sostiene la segretaria generale della Cgil di Monza e Brianza – al momento, con l’emergenza Covid non ancora superata, è difficile stimare gli effetti economici e i rapporti di forza che scatteranno all’interno delle aziende per le probabili ristrutturazioni”.

Inoltre per una completa negoziazione sullo smart working, soprattutto nell’ottica delle lavoratrici, sarà fondamentale attendere anche la riapertura delle scuole, degli asili e dei centri diurni” continua.

LA “GUERRA” DI PIETRO

E’ uno degli 8 milioni di italiani che in tutto il periodo del lockdown ha lavorato a pieno regime da casa sua. Lui è Pietro (nella foto in alto), 35enne di Seveso, Senior Consultant per una multinazionale americana nel settore dell’enterprise data management. E, per parafrasare il titolo di una famosa canzone di De Andre’, dedicata per la verità a Piero e non a Pietro, le “armi” della tecnologia digitale sono il suo pane quotidiano.

Il mio responsabile è a Londra, ho colleghi che lavorano da Milano, New York o Mumbai per citarne alcuni, pertanto sono abituato ad utilizzare strumenti come Skype e Teams, che ti permettono di avere quasi la percezione della presenza fisica dei propri interlocutori – racconta – per me questo periodo ha significato anche non dover fare ogni giorno, tra treno e metropolitana, più di un’ora di viaggio all’andata e altrettanto al ritorno per raggiungere l’ufficio in centro a Milano”.

Certamente, però, lavorare da casa ha significato rispettare i soliti orari dell’ufficio – continua – anzi, nel complesso si finisce per lavorare per più ore, anche perché, essendo già a casa propria, si tende a proseguire un’attività che si sta finendo non dovendo rincorrere il treno o la metropolitana”.

Insomma i vantaggi e gli svantaggi dello smart working in epoca Covid-19 si sono abbastanza compensati. “L’inquinamento ambientale ridotto, con un traffico più sostenibile, un miglioramento della vita personale, un’evoluzione intelligente delle città e del lavoro sono possibili aspetti da valutare in prospettiva – continua Pietro – d’altro canto, però, non si può non tenere in considerazione il fatto che non tutti hanno a casa spazi adeguati per lavorare ed, inoltre, l’ufficio ti permette orari più regolamentati e occasioni di contatti, relazioni e confronti con i colleghi, che sono fondamentali anche per rafforzare l’identità aziendale”.

Il futuro dello smart working, insomma, dovrebbe trovare un equilibrio tra presenza in ufficio e lavoro a casa. “Io penso sia necessario un’alternanza nell’ambito della settimana, magari rendendo più convenienti abbonamenti a giorni non consecutivi per i mezzi pubblici – spiega Pietro – d’altro canto è necessario anche tenere in vita l’indotto di bar, locali e attività che ruotano attorno ad una clientela fatta anche di lavoratori”.

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Filippo Panza
Sono nato nel 1980, anno di grandi eventi sportivi (Olimpiadi di Mosca, Europei di calcio), attentati terroristici (strage di Bologna), terremoti (Irpinia) e misteri ancora irrisolti (Ustica). Ma anche di libri (Il nome della Rosa) e film (Shining), che hanno fatto epoca. Con tanta carne a cuocere, forse era scritto nel mio destino che la curiosità sarebbe stato il motore della mia vita. E così da Benevento, la città che mi ha dato i natali, la passione per la conoscenza e la verità, declinate nel giornalismo, mi ha portato in giro per l’Italia. Da Salerno a Roma, da Napoli a Bologna, fino a Monza. Nel capoluogo della Brianza penso di aver trovato il luogo dove mettere la mia base (più o meno) definitiva e soddisfare la mia sete di scrittura, lettura, sport e tempo libero. Almeno fino a quando il richiamo di qualche Sirena, forse, non mi farà approdare ad altri lidi.


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