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Incontro con lo psicologo. Fase due: débâcle relazionale o nuova educazione sentimentale?

Incontro con lo psicologo. Fase due: débâcle relazionale o nuova educazione sentimentale?

30 Maggio 2020

La fase 1 ha inevitabilmente smosso le coscienze. Di fronte al pericolo, ad una causa comune, gli esseri umani si sono saldati in un blocco compatto, rispondendo ad un principio inequivocabile della psicologia sociale. Pur con qualche inevitabile uscita dal copione, che però conferma la regola, nell’intento di sopperire alla fragilità dell’Uno, gli esseri umani si sono avvolti in una coralità che ha fatto dell’unione virtù trasformandola in forza: quando si è tutti vittime, la solidarietà si fa matrice di benessere.

La fase 1 ha inevitabilmente promosso riflessioni interne: quel tempo “fermo” è diventato occasione per rimettere a fuoco frammenti della propria storia personale. C’è sempre lo straordinario, che inaspettatamente si deposita nelle pieghe della propria vita anche nei momenti più nefasti. Forse è proprio l’incontro con la propria fragilità che più spesso promuove un salto quantico, un insight lo chiamerebbe la psicologia, apprendimento interiore che genera la trasformazione. D’altro canto non sono gli impedimenti che allargano le prospettive? Non sono le mancanze che, depositandosi sulle piaghe, muovono la consapevolezza di cosa sia doveroso coltivare e cosa sia possibile lasciare andare? Non è forse vero che le assenze, una volta arate, svelano le presenze, quelle che saziano, quelle che raccontano chi sei. Nel vuoto ciò che conta viene a galla, marcando le dicotomie “ce l’ho-manca; ancora-basta”, faro che illumina ciò che può proseguire e ciò che deve necessariamente cessare. Nell’assenza di libertà i desideri prendono forza; alcuni, bruciando dentro, diventano azioni; finalmente azioni!

Ora, che ci apprestiamo alla fase due, cosa è lecito aspettarsi? Quali sono le possibili conseguenze dell’obbligata vicinanza fisica a cui la quarantena ci ha esposto? Quali i possibili risultati dell’impegnativa lontananza fisica a cui ci siamo assoggettati? Prolifereranno gli innamoramenti o si moltiplicheranno i divorzi? Assisteremo ad una rivoluzione emotiva che alimenterà una nuova educazione sentimentale o torneremo più accaniti di prima nel difendere il nostro orticello? Gli esseri umani si troveranno a fare scelte importanti che trasformeranno le loro vite? Questo tempo “perduto” ha generato gratitudine per la vita o rabbia per l’accaduto?

Abbiamo chiamato la fase 1 “guerra” e, poiché il linguaggio definisce gli elementi concettuali e simbolici del mondo in cui viviamo, da una guerra ci si aspetta prima una fase depressiva, poi una grande rinascita. Interrogarsi sui contenuti di questa possibile rinascita pone, però, un primo quesito: il paradigma interpretativo “guerra” era corretto? La pandemia ha dimostrato la precarietà dell’incertezza globale in cui siamo immersi, dove esseri umani, natura, eco-sistema sono indissolubilmente interconnessi; il paradigma della guerra, per contro, appare uno schema riduzionistico, fatto di un nemico lampante da combattere (cosa che il corona virus non è), che rischia di creare una narrazione fallace. Se siamo in guerra, i nemici chi sono? Gli untori? Definizione assai pericolosa degli esseri umani, che rischiano l’emarginazione o peggio il linciaggio, traditori da abbattere senza pietà. Se siamo in guerra, chi sono gli eroi? I medici, gli infermieri, gli oss? Doverosamente riconosciuti come coloro che si sono spesi senza tregua, forse avrebbero fatto volentieri a meno di elevarsi a tali se il Sistema Sanitario Nazionale non avesse fatto acqua, fragilità legata anche ai feroci tagli degli investimenti degli anni passati.

Ed ecco la fase 2: opportunità o agguato? Uscire, si. Ma da cosa? Perché la capacità di agire da persone libere é un’arte, da sempre dannatamente un’arte. Dovremo usare mascherine, guanti e distanziamento, dovremo rispettare i divieti, dovremo “stare al guinzaglio” ancora per un bel pò. Ci riusciremo? Il terrore del contagio continuerà ad insinuarsi nei nostri sogni, rendendoci sospettosi l’uno verso l’altro, o la sua maggiore lentezza ne stempererà la natura infida dandoci tregua? Che ne sarà di quel clima di orgoglio nazionale, di vicinanza col prossimo, di solidarietà collettiva, che oggi invade le coscienze? La difficile, forse disastrosa, situazione economica che ci sommergerà incattivirà le nostre coscienze, già provate dalla reclusione, generando una feroce lotta per la tutela dell’interesse personale o favorirà l’esplosione di una florida rivoluzione sociale, che farà della intelligenza emotiva il suo baluardo? Quando ci sarà richiesto di privarci di qualcosa per aiutare l’Altro, l’Uno saprà ancora essere solidale con l’Altro?

Passioni forti, senso di appartenenza, voglia di libertà, voglia di normalità, ma anche alta presenza di sintomi vari espressione dei postumi del trauma (disturbi acuti da stress, disturbi dell’umore, depressione, ansia, irritabilità, insonnia, burnout, perdita del senso di sé…), forte disagio conseguenza di quell’ampliamento del fossato tra chi è garantito e chi non lo è; questo lo scenario possibile della fase due.

Nulla sarà come prima? Cambiamento positivo o implosione? Due le possibili direzioni: uno slittamento verso una protezione conservatrice, fatta di pregiudizio e discriminazione, quale tentativo di arginare una minaccia esistenziale; uno slittamento verso comportamenti carichi di pro-socialità, dove responsabilità civile e morale la fanno da padrone.

La guerra lascia mai una eredità positiva? La sfida sarà, forse, quella di attivare un forte engagement  per contrastare possibili egoismi e corporativismi, forti della lezione di solidarietà appesa. Mi piace pensare alla fase due come un’incognita tutta da scrivere. Mi piace pensarla come un’occasione per avviare una crisi evolutiva trasformativa, occasione per agire le nuove consapevolezze acquisite, una nuova agognata normalità, magari fatta di una nuova intimità relazionale, nonostante la tristezza, la vulnerabilità, le difficoltà dell’imprevisto che ci troveremo a combattere. Nel rischio di una pericolosa china nichilista, mi piace immaginare le impronte di una gentilezza da proteggere, dove da una ricerca fanatica del “paziente zero” si riuscirà a contenere la paura dell’Altro come colpevole portatore di malattia. Il vaccino contro il fondamentalismo dovrà scorrere nelle vene di tutti. Dalla sensazione di essere in guerra al piacere di essere in cura: rallentare, riallinearsi. Prossimità, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, autenticità, il tutto condito da immensa perseveranza per andare avanti nonostante tutto. Umanità: da “guerrieri” a “nonviolenti”. La vita è un desiderio di viverla così grande da accettarne perfino il rischio dell’utopia.

Dott.ssa Luisa Ghianda (psicologa, counselor, ipnologa – Urgenza Psicologica Monza)

Foto repertorio MBNews

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Fonte Esterna
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