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Bartolomeo Zucchi e la sua bellissima ragione di vita: la Corona Ferrea

Bartolomeo Zucchi e la sua bellissima ragione di vita: la Corona Ferrea

29 Maggio 2020

Forse questa è una storia d’amore. Un amore forte e indissolubile. Un amore infinito, o quantomeno da rendere duraturo, oltre i secoli. Questa è la storia di Bartolomeo Zucchi e della sua amata.

Nel 1608 lui ha 38 anni e una brillante carriera alle spalle. Gesuita, studioso e mente eccelsa, viene scelto giovanissimo dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati per svolgere importanti mansioni, le quali però richiedevano un suo trasferimento a Bologna. Lo Sfondrati infatti era legato pontificio in Romagna. Qui visse un paio di anni per poi spostarsi verso Roma, dove divenne il segretario personale di un altro cardinale: Cesare Baronio.

Collaborò con lui per dodici anni, e fu quest’ultimo a parlargli di lei. Eppure il cardinale era di Roma e lei di Monza, la stessa città natale di Bartolomeo Zucchi. Una cosa piuttosto strana, se ne rendeva conto: finché visse nel capoluogo brianzolo l’aveva incontrata qualche volta, ma solo di sfuggita, senza badarci troppo. Ma ora, dopo che il Baronio gliene aveva parlato in toni nuovi, più vivi, per lui poteva diventare una ragione di vita.

Così lasciò Roma e tornò a Monza per raggiungere lei. I due si trovarono subito; ci misero un pochino a sciogliere i convenevoli, ma poi i loro incontri divennero sempre più frequenti, fino a diventare un appuntamento fisso. Ormai lui senza di lei non riusciva a stare, e quando non erano insieme, continuava a pensarla. Così quel giorno del 1608, Bartolomeo Zucchi decise che avrebbe scritto di lei, raccontando la sua bellissima storia. Di come da terre lontane riuscì un giorno a giungere a Monza. Una storia piena di insidie, morti, guerre e conquiste.

Una storia lunga 1600 anni… tanti ne aveva lei. Perché Bartolomeo Zucchi era un sacerdote, non poteva certo innamorarsi di una donna, nel senso più intimo del termine, ma l’amore in questione riguardava un oggetto prezioso e unico, una reliquia, anzi la reliquia custodita a Monza: la Corona Ferrea.

Fu appunto il cardinale Cesare Baronio a fornirgli tutti i documenti necessari per la sua ricerca. Gli consegnò il testo dell’orazione funebre da parte di Sant’Ambrogio verso il suo amico Teodosio, dove si parlava di due chiodi della croce di Gesù che l’imperatrice Elena, madre di Costantino il Grande, aveva trovato sul monte Calvario e donati al figlio perché li fondesse, l’uno nel morso del suo cavallo, e l’altro all’interno del diadema posto alla base del suo elmo.

Copricapo che poi venne smantellato per lasciare solo il diadema, che diventerà la Corona Ferrea con il santo chiodo fuso nella parte interna. Non si poteva altrimenti spiegare l’importanza che nei secoli avrebbe acquisito questo manufatto, con il quale vennero incoronati tutti i re longobardi e i re d’Italia alternatisi nei secoli. Bartolomeo ne contò 34, tra cui Agilulfo, Adaloaldo, Rotari, Liutprando, Desiderio, Carlo Magno, Federico I il Barbarossa, Federico II. Un’aura sacra doveva avvolgere i monarchi, investiti dalla grazia di Dio già dal principio del loro incarico. La stessa potenza che Bartolomeo percepiva ogni giorno solo guardando la corona. Un oggetto piccolo ma con una storia immensa. Doveva celebrarla. Lui che faceva della parola una forma di arte era stato giustamente scelto dalla provvidenza per renderla immortale.

Così nacque la ‘’breve historia della Corona Ferrea’’, un’opera sintetica come dice il nome stesso, che mise la preziosa reliquia al centro dell’attenzione, non solo a Monza, ma anche in Italia e nel resto d’Europa. Tutta la gente doveva conoscere e provare le stesse emozioni che provava lui quando da vicino osservava lei. Bartolomeo Zucchi e la Corona Ferrea, un legame vivo ancora oggi dopo più di 400 anni.

Se questa non è una storia d’amore…

Bartolomeo Zucchi morì nel 1630 durante la devastante epidemia di peste. Fu un sacerdote, letterato e benefattore. Edificò la chiesa di Santa Maria degli Angeli, e grazie al suo lascito in favore dei Gesuiti, vennero fondati un liceo (foto apertura) e un ospedale che ancora oggi portano il suo nome.

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Roberto Colombo
Non sempre sono il compagno di viaggio ideale. Se in una città che non conosco vedo un rudere, un monumento o una chiesa, mi fermo, sguinzaglio il mio smartphone, e mi documento da cima a fondo. Del resto la storia è la mia passione, come il teatro, il golf e il grande basket NBA.


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