29 Luglio 2021 Segnala una notizia
Monza e la storia dei suoi ponti sul Lambro

Monza e la storia dei suoi ponti sul Lambro

24 Aprile 2020

Dicono che da questo ponte sul Lambro, nei pressi del Santuario di Santa Maria delle Grazie, una sera d’autunno del 1607, tale Gian Paolo Osio prese ad archibugiate una suora per nascondere una cosa.

Pare che la religiosa fosse stata testimone della relazione che il signor Osio ebbe con Marianna De Leyva, una nobildonna di origini spagnole. Così la sfortunata suora cadde dal ponte e finì esanime nel fiume trascinata dalle correnti. Solo che qualcosa non andò secondo i piani. La suora si salvò miracolosamente e rimase in vita giusto il tempo necessario per confessare tutto alle autorità, e di quella relazione amorosa qualcosina è giunto fino ai giorni nostri.

Del resto l’Osio avrebbe fatto qualunque cosa per nascondere i dettagli della sua love-story. Perché Marianna De Leyva era anche lei una suora. Una monaca. È esistita davvero e si faceva chiamare suor Virginia Maria ma è passata alla storia della letteratura come Gertrude, la Monaca di Monza.

Risale al 1333 ed è stato fatto edificare da Azzone Visconti insieme ai tre chilometri di mura difensive che circondavano il perimetro di Monza. Oggi della cinta muraria non si vede che qualche resto lungo il Lambretto (fossato perimetrale che accarezzava le mura viscontee), ma lui è ancora in piedi in tutto il suo splendore. Il paradosso del Ponte Nuovo (lungo l’attuale via Aliprandi), che sì, ha quel nome lì, ma di fatto è il ponte più antico percorribile tuttora in città.

Quando il Lambro è in secca si possono ancora vedere affacciandosi dal Ponte dei Leoni. Non è facile notarle perché si confondono con il fondale sassoso. Eppure sono lì a dirci che sono esistite e che in qualche modo la storia l’hanno vissuta: sono le impronte esagonali dei piloni che sostenevano il vecchio ponte romano di Monza. Un gigante di 70 metri composto da otto arcate, una delle quali è visibile sotto la copertura in vetro lungo il marciapiede. Il ponte d’arena era una meraviglia architettonica, colossale rispetto al suo asburgico nipotino che è lungo un terzo.

Ora non c’è più, ma i suoi resti ci parlano del grandioso passato che ha lasciato il suo segno anche qui come in tutte le altre città dell’impero romano, grandi o piccole che fossero. Ed era questa la loro forza, presentarsi dopo ogni conquista dicendo ”Guardate che adesso siete romani. Noi vi tassiamo, ma in cambio autogovernatevi pure e mettete in piedi qualche bel monumento come quelli che ci sono a Roma”.

Così, ovunque si vada dal vallo di Adriano al Reno, dal Danubio ai Balcani e dal Tigri al Marocco, quasi ogni città conserva le vestigia imperiali. Perché il 21 Aprile del 753 a.C. non è nata soltanto Roma: è nata Monza, è nata Milano, è nata Torino, Firenze, Parigi, Madrid, Londra, Istanbul. E’ nata l’arena di Nimes, la porta di Treviri, il Pont du Gard, Palmira e Pompei.

Anche Monza faceva parte di quella straordinaria realtà che fu l’impero romano.

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Roberto Colombo
Non sempre sono il compagno di viaggio ideale. Se in una città che non conosco vedo un rudere, un monumento o una chiesa, mi fermo, sguinzaglio il mio smartphone, e mi documento da cima a fondo. Del resto la storia è la mia passione, come il teatro, il golf e il grande basket NBA.


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