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Alle origini del Parco di Monza: un giorno nella corte asburgica - MBNews
Cultura

Alle origini del Parco di Monza: un giorno nella corte asburgica

Le meraviglie dei giardini della Villa di Monza, primo nucleo di quello che poi diventerà il Parco, viste attraverso gli occhi della piccola Maria Teresa, figlia dell'Arciduca Ferdinando d'Asburgo.

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Monza. Anno 1783. La piccola Maria Teresa aveva dieci anni, e un forte spirito dell’avventura. Ogni giorno “scappava” dalla quotidianità della vita di Corte, per perdersi all’interno del parco. Non conosceva posto al mondo dove potesse sentirsi meglio. Non che il tempo all’interno della Villa Asburgica fosse noioso o sprecato, ma solo là fuori riusciva a vivere e sentirsi in completa libertà. Poi tanto, tra non molto, papà Ferdinando l’avrebbe mandata a cercare per riportarla alla base.

È molto legata a suo padre, a lui deve principalmente il suo atteggiamento ribelle lontano dai protocolli.

Magari questa sera le racconterà un’altra di quelle storie sulla nonna che si chiamava proprio come lei, Maria Teresa, e che fu una donna eccezionale. Le piaceva leggere l’ammirazione negli occhi di un figlio nel narrare le gesta della propria madre, doveva volergli un bene smisurato, ed era sicura che questo sentimento fosse ricambiato. Grazie alla nonna Maria Teresa infatti ora la piccola poteva scorrazzare in quel parco. Era stata lei a far realizzare la Villa di Monza con il suo giardino, e per assecondare la passione di Ferdinando per la musica, vista la distruzione del vecchio teatro di corte di Milano a causa di un incendio, aveva fatto erigere il magnifico Teatro alla Scala. Due regali inestimabili per il figlio Arciduca.

La giornata di sole era splendida e la piccola Maria Teresa si muoveva a passo svelto allontanandosi dal retro della Villa. Le piaceva camminare ai bordi del gigantesco ninfeo (specchio d’acqua che ora non esiste più), prima di perdersi tra i vialetti all’interno del bosco. Il profumo della primavera, misto alla pioggia della sera prima, la inebriava. In più l’aglio orsino cominciava a fiorire e riempiva l’aria con il suo forte aroma. Non avrebbe sopportato quell’odore in sala da pranzo, ma lì, in quel contesto, era diverso, rendeva l’atmosfera ancora più esotica e frizzante.

Così, persa nei suoi pensieri e nell’aria fresca profumata di un mattino di maggio, si sdraiò per osservare meglio le folte chiome degli alberi. I lavori per la costruzione della villa e del giardino erano appena terminati, grazie al sapiente contributo dell’architetto Giuseppe Piermarini. A lei non andava particolarmente a genio quel tizio, ma il suo lavoro lasciava senza fiato. La disposizione di ogni singola pianta, di ogni grotta, ogni corso d’acqua, e ogni dislivello del terreno, era stata studiata appositamente per rendere l’ambiente il più scenografico possibile. Maria Teresa riusciva perfettamente ad immedesimarsi con la natura pur riconoscendone l’opera umana.

Dal suo giaciglio improvvisato scorse la coda di uno scoiattolo. Erano piuttosto comuni, ma ogni volta rimaneva affascinata dal loro rendere semplici anche le cose più difficili. Dalla brughiera ne spuntò un altro, poi un altro ancora. Capì che forse la stavano studiando, e una volta appreso che lei non avrebbe rappresentato un pericolo, potevano smetterla di nascondersi e tornare alle loro faccende quotidiane. Si divertì molto e si ripromise che avrebbe disegnato quel momento; adesso era giunto il tempo di cambiare scenario. Tornò verso il ninfeo, passando dal grande prato. Il solito airone cenerino la teneva d’occhio da lontano. Questa volta non l’avrebbe disturbato. Di solito si avvicinava apposta per osservarlo mentre spiccava il volo, elegante e magnifico. Ora era troppo intento a dare la caccia a rane, salamandre o piccoli gasteropodi. Meglio lasciarlo stare.

Quanto verde e quanta bellezza la natura sapeva regalarle. Non riusciva a spiegare la sua felicità in quei momenti, i suoi momenti. Aveva un sogno: poter vivere in quella Villa per tutta la vita e magari un giorno allargare a dismisura quel giardino per farlo diventare un parco immenso.

Sentì una voce in lontananza, non era uno dei domestici, era proprio suo padre. La stava chiamando. Guardò il sole ancora alto e capì che era ora di pranzo. Per oggi la sua scampagnata poteva considerarsi terminata. Niente più aria fresca e pulita, profumi, spazi aperti e corse a perdifiato.

Diede un’ultima occhiata al giardino. Sì, era davvero quello il luogo dei sogni.

Maria Teresa d’Asburgo-Este visse poco tempo nell’attuale Villa Reale di Monza, si sposò ad appena quindici anni nel 1788, e non rivide mai più il suo giardino.

A volte però la storia ha una sua piccola rivincita, perché l’uomo che sposò Maria Teresa, si chiamava Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, ed era predecessore e lontano parente di Vittorio Emanuele II, il primo re dell’Italia unita, che, sconfitti gli austriaci, si era impossessato di tutti i loro patrimoni, Villa Reale di Monza compresa.

Ecco, mi piace immaginare che un giorno qualche bis nipote di Maria Teresa sia stata ospite di re Umberto I (figlio di Vittorio Emanuele II), e abbia osservato quel giardino, ricordandosi i racconti dell’antenata, rivivendoli con lo stesso sguardo innamorato.

L’immaginazione può sprigionare le emozioni più forti: ti può permettere di vivere momenti indimenticabili spostandoti senza fatica all’interno di un sogno.