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Coronavirus, il teologo Vito Mancuso: “Chiusi in casa? Sì, ci libera dai nostri impulsi”

Coronavirus, il teologo Vito Mancuso: “Chiusi in casa? Sì, ci libera dai nostri impulsi”

30 Marzo 2020

Forse, con il passare dei giorni e ormai delle settimane, ci stiamo quasi abituando. Ma conciliare la restrizione delle nostre libertà personali e la salvaguardia della salute pubblica resta uno degli argomenti più dibattuti in questo periodo. Colpa dell’emergenza Coronavirus, che da più di un mese, con il suo impressionante crescendo di morti e contagiati, sta costringendo anche noi italiani a cambiare lo stile di vita e la nostra capacità di costruire e mantenere relazioni familiari e sociali.

Di fronte alle scelte fatte dal Governo Conte, con misure sempre più drastiche di distanziamento sociale, accompagnate anche da controlli repressivi, le domande e i dubbi sono ancora tanti nell’opinione pubblica.

E’ utile chiedere “un sacrificio” importante ad un intero Paese per un periodo così lungo? Dobbiamo rassegnarci ad abbandonare il concetto di libertà a cui siamo abituati? Quali effetti potranno esserci sul vivere sociale e sulla tenuta emotiva delle persone, quando il Coronavirus sarà stato sconfitto?

MBNews lo ha chiesto a Vito Mancuso, teologo, docente e filosofo. Nato e cresciuto a Carate Brianza, tra i numerosi saggi capaci di portarlo alla ribalta nazionale e al successo mediatico, nel 2016 ha pubblicato “Il coraggio di essere liberi”. E anche nell’ultima Notte Bianca del Liceo Classico e Musicale “Bartolomeo Zucchi” di Monza (leggi l’articolo), ha parlato proprio di libertà, intesa come consapevolezza, creatività e responsabilità.

La prima domanda, Mancuso, non può che essere personale. Dove e come sta vivendo questo periodo di reclusione forzata?

Sono a casa mia a Bologna. Esco solo per portare il mio cane a fare i suoi bisogni. In un certo senso mi sento un privilegiato perché ho un lavoro che mi permette di stare tra le mura della mia abitazione. Infatti sto studiando e preparando libri. L’unica cosa che non posso fare sono le conferenze in pubblico, ma quello tutto sommato è per me un’attività secondaria.

La responsabilità è, secondo lei, uno dei cardini della vera libertà. Come può manifestarsi in questo periodo caratterizzato dal dramma del Coronavirus e dalle misure restrittive decise dal nostro Governo?

La libertà è un grande valore. Quella umana, però, non è mai assoluta, ma deve essere calata nei diversi sistemi sociali di cui ognuno di noi fa parte. Dobbiamo percepire il periodo che stiamo vivendo non come una restrizione, ma nell’ottica di un esercizio responsabile della libertà.

Se continuiamo ad uscire, ad esempio, in realtà non siamo liberi rispetto ai nostri capricci, ai nostri impulsi e desideri. E’ veramente libero chi sa disciplinarsi in funzione di un bene maggiore comune, che in questo momento, più di ogni cosa, è la salute. Quindi le misure decise dal Governo ci rendono liberi.

Secondo alcuni studiosi, il Coronavirus potrebbe stimolare, come effetto positivo, la fratellanza, la solidarietà e la capacità di ritrovare se stessi. Lei è d’accordo?

Stiamo vivendo una situazione limite, per riprendere una definizione di un noto filosofo tedesco del secolo scorso, Karl Jaspers. Siamo di fronte, quindi, ad un problema più grande di noi, che ci sovrasta. Questa è l’occasione per vedere di che pasta siamo fatti. Possiamo cadere nel burrone o superare il pericolo, possiamo migliorarci, ma anche peggiorare. Dipenderà da quanto ognuno di noi sarà capace o meno di andare oltre i propri interessi e non essere prigioniero delle proprie paure e capacità.

Quindi, Mancuso, è ottimista sul come cambierà la nostra vita una volta terminata questa emergenza sanitaria?

Se pensiamo al passato, anche recente, possiamo dire che c’è da essere positivi, ma senza illudersi. L’uomo ha tratto il meglio dalle situazioni limite. Basti pensare al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Fino agli anni Sessanta abbiamo avuto anni straordinari di energia e di desiderio di ricostruzione.

Da essi, tra le tante cose, è nato un periodo duraturo di pace nel Vecchio Continente e anche l’Unione europea. Che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha portato all’euro come moneta unica, sicuramente più forte di quanto sarebbe potuta essere la nostra lira in questo periodo che ha e avrà anche pesanti conseguenze economiche.

Proprio su quest’ultimo versante, c’è chi vede nel Coronavirus un’occasione per uno stop all’economia del profitto a favore di una basata su beni comuni e relazioni. Cosa pensa di questa possibilità?

Non ho competenze per addentrarmi in un discorso sull’economia, ma spero che le disfunzioni possano essere limitate. Certo, mi chiedo come possa esistere in assoluto un’economia senza profitto. Si può, però, incidere sull’uso che se ne fa.

Mi auguro che tutti noi siamo in grado di sfruttare questa emergenza Coronavirus per avere uno sguardo più ampio. Lo Stato italiano, ad esempio, potrebbe cogliere l’occasione per capire che probabilmente negli ultimi anni si è investito poco su sanità, sicurezza ed istruzione che, invece, sono i tre pilastri del vivere sociale.

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Filippo Panza
Sono nato nel 1980, anno di grandi eventi sportivi (Olimpiadi di Mosca, Europei di calcio), attentati terroristici (strage di Bologna), terremoti (Irpinia) e misteri ancora irrisolti (Ustica). Ma anche di libri (Il nome della Rosa) e film (Shining), che hanno fatto epoca. Con tanta carne a cuocere, forse era scritto nel mio destino che la curiosità sarebbe stato il motore della mia vita. E così da Benevento, la città che mi ha dato i natali, la passione per la conoscenza e la verità, declinate nel giornalismo, mi ha portato in giro per l’Italia. Da Salerno a Roma, da Napoli a Bologna, fino a Monza. Nel capoluogo della Brianza penso di aver trovato il luogo dove mettere la mia base (più o meno) definitiva e soddisfare la mia sete di scrittura, lettura, sport e tempo libero. Almeno fino a quando il richiamo di qualche Sirena, forse, non mi farà approdare ad altri lidi.


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