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La precarietà dei riders, Cgil MB: “Una normativa organica per tutelarli”

La precarietà dei riders, Cgil MB: “Una normativa organica per tutelarli”

16 Ottobre 2019

Due mesi fa è morto il rider più famoso della storia del cinema. Peter Fonda sul grande schermo è stato e sarà per sempre “Easy Rider”, il simbolo eterno di una vita all’aria aperta e basata sulla ricerca della libertà personale.

Sono all’aria aperta, ma di libertà in senso assoluto non ne hanno molta, invece, i riders di oggi. Che non girano su appariscenti motociclette, ma su ben più modeste biciclette. Perché si tratta dei ciclofattorini, impegnati a consegnare cibo a domicilio per piattaforme digitali come Glovo, Deliveroo, Just Eat.

Giovani, spesso stranieri giunti da poco in Italia, i riders moderni sono costretti a lavorare in una clima da guerra tra poveri. Senza assicurazione né salario minimodiritti sindacali.

Diventati il simbolo più sbandierato della precarietà nell’epoca della gig economy, espressione inglese per indicare i cosiddetti “lavoretti” (leggi l’articolo), i riders hanno difficoltà perfino ad organizzarsi per rivendicare condizioni migliori. Come dimostra la scarsa partecipazione allo sciopero serale recentemente proposto da Milano Deliverance, il più diffuso collettivo dei rider.

Una delle questioni principali che riguarda questa particolare categoria di lavoratori è se possano essere definiti autonomi o subordinati. “I giudici italiani fino ad oggi hanno detto che sono lavoratori autonomi, non essendo sottoposti ad una stringente direzione da parte del datore di lavoro, soprattutto per quel che riguarda la calendarizzazione del lavoro dei riders” spiega Lucia Speciale, collaboratrice di Nidil (Nuove identità lavoro) e dell’Area Giovani e Lavoro della Cgil di Monza e Brianza.

“La sentenza della corte d’appello di Torino n. 26/2019, però, ha stabilito che i riders possono essere considerati, dal punto di vista giuridico, “lavoratori eterorganizzati” perché sussistono caratteristiche come la personalità della prestazione, la continuità della stessa e l’organizzazione di questa da parte del committente – continua – per questo si applica ad essi la medesima disciplina dei lavoratori subordinati”.

Del resto, forse, non tutti sanno che dietro l’assunzione dei riders c’è una procedura ben precisa. “Prima si scarica l’app e ci si candida inserendo i propri dati, in seguito si accede ad un colloquio, che può essere telefonico o virtuale, e nel giro di 24 ore si ha un feedback se scelti o meno – afferma Speciale – al momento dell’assunzione l’azienda fornisce al dipendente in comodato d’uso o gratis con rilascio di cauzione, il materiale necessario: powerbank, porta smartphone da polso, cassone per le consegne col logo della piattaforma, carta d’addebito, casco e strumenti vari”.

A questo punto il rider è abile e arruolato per la sua “guerra” quotidiana alla conquista dei soldi necessari al suo sostentamento. “Il rider riceve la notifica di un ordine di consegna sull’app del suo cellulare e il suo compito consiste nel ritirare il prodotto, metterlo nella box ed effettuare la consegna al domicilio del cliente il più velocemente possibile” racconta la collaboratrice di Nidil.

“In base alle disponibilità che dà il dipendente e alla sua rapidità nel fare le consegne, riceve dei punti (da 1 a 5) che gli permettono di salire in una graduatoria gestita dalla piattaforma – continua – una posizione migliore in questa graduatoria dà maggiore possibilità al rider di scegliere i turni in cui lavorare”.

Le criticità delle condizioni di lavoro di un sistema così congegnato, però, sono numerose. “Il contratto prevede che la formazione e l’assicurazione siano a carico del dipendente, che può uscire dall’app in ogni momento e normalmente riceve una paga intorno ai 2 euro a consegna, con un minimo garantito giornaliero di 7,50 euro lordi” spiega Speciale.

“Inoltre il mancato coordinamento dei rider sull’app e la rapidità degli spostamenti – continua – provoca frequentemente incidenti stradali, anche perché il lavoro viene svolto in qualsiasi condizione meteo”.

Tentativi di inquadrare la situazione dei rider dal punto di vista legislativo sono stati proposti nel Lazio (legge regionale del 12/04/2019 n° 4) ed annunciati anche dall’ex governo giallo-verde. Nei fatti, però, poco o nulla di concreto si è mosso.

La Cgil, che sul tema della precarietà del lavoro è in campo da anni, ha già chiesto anche al nuovo governo targato M5S-Pd una legislazione in merito. E alle imprese di applicare il contratto collettivo nazionale della logistica ai riders. Che preveda un salario minimo e diritti fondamentali come l’equa retribuzione, la tutela della salute e della sicurezza, la formazione, la tutela nella malattia, nell’infortunio e nella maternità.

“Continuiamo a ricordare al Parlamento che una proposta di legge, sostenuta da tre milioni di firme raccolte nelle strade, è già stata avanzata nel 2016 e presentata alle forze politiche e sociali ed è la “Carta dei diritti” (clicca qui) – sostiene Lino Ceccarelli, Responsabile Nidil e Area Giovani e Lavoro della Cgil di Monza e Brianza – questa proposta riconosce i diritti fondamentali a tutte le donne e gli uomini che lavorano, per il solo fatto che lavorano, a prescindere dal tipo di occupazione e di contratto”.

Dare tutele ai riders è, per il maggior sindacato italiano, un modo per invertire la rotta su come in Italia negli ultimi 25 anni si sono affrontate le questioni legate al lavoro. “A metà degli anni ’90 sono state introdotte in Italia le forme di flessibilità che hanno poi caratterizzato il nostro mercato del lavoro – ricorda Ceccarelli – da allora mai c’è stato un intervento organico, che aiutasse le lavoratrici e i lavoratori ad ottenere un lavoro decente e dignitoso e le imprese corrette e sane a lavorare serenamente senza sopportare difficoltà e anche costi spesso ingiusti”.

 

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Filippo Panza
Sono nato nel 1980, anno di grandi eventi sportivi (Olimpiadi di Mosca, Europei di calcio), attentati terroristici (strage di Bologna), terremoti (Irpinia) e misteri ancora irrisolti (Ustica). Ma anche di libri (Il nome della Rosa) e film (Shining), che hanno fatto epoca. Con tanta carne a cuocere, forse era scritto nel mio destino che la curiosità sarebbe stato il motore della mia vita. E così da Benevento, la città che mi ha dato i natali, la passione per la conoscenza e la verità, declinate nel giornalismo, mi ha portato in giro per l’Italia. Da Salerno a Roma, da Napoli a Bologna, fino a Monza. Nel capoluogo della Brianza penso di aver trovato il luogo dove mettere la mia base (più o meno) definitiva e soddisfare la mia sete di scrittura, lettura, sport e tempo libero. Almeno fino a quando il richiamo di qualche Sirena, forse, non mi farà approdare ad altri lidi.


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