Cosa direbbe oggi Peppino Impastato? Il progetto del Liceo Nanni Valentini

Sabato scorso gli studenti del quarto anno hanno incontrato il fratello di Peppino, Giovanni Impastato: è la prima tappa di un percorso che li vedrà trovare nuovi modi per attualizzare il messaggio antimafioso.

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Peppino Impastato come Greta Thunberg. Il paragone, azzardato ma non troppo, è del fratello di Peppino, Giovanni Impastato, che sabato 12 ottobre ha incontrato gli studenti del liceo artistico “Nanni Valentini” di Monza. «Ha anticipato i tempi – ha detto rivolgendosi ai ragazzi con spiccato accento siciliano -. Si piazzava sotto il palazzo del comune, facendo vedere le foto del territorio devastato dalla mafia e richiamando l’attenzione del sindaco con un continuo “è vero signor sindaco?”: un po’ come Greta, che a 16 anni si mette sotto al Parlamento svedese con il suo striscione».

Ma questo in fondo era solo uno dei tanti modi con cui Peppino Impastato, comunicatore poliedrico e fantasioso, riusciva a colpire l’attenzione dei suoi concittadini: al punto che, infatti, pagò con la vita le sue continue denunce nei confronti della criminalità organizzata, collusa con le istituzioni siciliane di Cinisi e non solo.

Ed è proprio la sua abilità nella comunicazione l’aggancio per un percorso formativo che coinvolgerà gli studenti del quarto anno del “Nanni Valentini”. Merito di Laura Riva, professoressa di Lettere e già referente del progetto Legalità della scuola, che ha coinvolto i colleghi con una semplice domanda: se oggi Peppino Impastato fosse vivo, come comunicherebbe? «Negli anni 70 usava il giornali, i volantini e la radio – spiega Riva -, oggi sicuramente farebbe anche qualcosa di diverso: ma cosa? Vogliamo girare la domanda ai ragazzi, con cui abbiamo cominciato un percorso sulla legalità a inizio anno, per attualizzare il messaggio di Peppino e renderlo vivo. Nei prossimi mesi potranno lavorare con i docenti delle diverse discipline per esprimersi al meglio e nel modo che preferiscono su questo argomento. Ci piacerebbe poi creare una mostra che raccolga tutti i loro progetti, magari in occasione del 21 marzo, per la giornata in ricordo delle vittime della mafia».

«La sua comunicazione è sempre attuale, ma cambiano i metodi: oggi abbiamo altri mezzi di comunicazione che dobbiamo però sfruttare in maniera positiva – precisa Giovanni Impastato -. I social, per esempio, sono una grande risorsa, ma dobbiamo usarli bene, per aiutarci a crescere. Oggi – continua – non si è fatto altro che diffondere la bugia dell’antipolitica: bisogna invece fare politica vera, quella nobile, basata su contenuti e idee, non quella volgare della campagna elettorale. Peppino faceva politica ed era molto impegnato politicamente, non era ingabbiato nella sua ideologia. È riuscito a unire la lotta di classe con la battaglia per la bellezza, utilizzando l’arte come veicolo di comunicazione, dalla musica al teatro, fino al cinema».

Per adesso, i ragazzi del quarto anno (oltre 200) hanno ascoltato Giovanni Impastato e gli hanno rivolto alcune domande per capire meglio chi fosse Peppino e cosa significasse ribellarsi alla mafia. Nel racconto di Giovanni è emersa tutta la complessità delle figura di Peppino, nato in una famiglia mafiosa («il periodo più bello, l’infanzia, lo abbiamo vissuto a contatto con la mafia»), ribellatosi allo status quo e per questo cacciato di casa dal padre («per me fu un periodo terribile»), instancabile nel denunciare lo scempio della natura calpestata per interesse, pronto a svelare le continue collusioni tra Stato e mafia, ma anche a travestirsi da clown per far divertire i bambini in piazza a Carnevale: una sua versione tranquilla e scanzonata, molto familiare, che quasi fatica a sovrapporsi a quella istituzionale formatasi in questi anni e divenuta famosa con l’interpretazione di Luigi Lo Cascio ne “I cento passi” di Marco Tullio Giordana.

«Peppino era riuscito a coinvolgere anche le ragazze, che cominciavano a frequentare il circolo “Musica e Cultura” per parlare di problemi seri, come il divorzio, l’aborto e la contraccezione – ricorda ancora Giovanni tratteggiando un affresco della difficile condizione della donna nella Sicilia del secondo dopoguerra -. Ma quello che ha dato veramente fastidio era la radio: ha smitizzato i mafiosi rendendoli ridicoli. Alla fine è stato ucciso perché scomodo: si era candidato alle elezioni con Democrazia Proletaria».

«Nel 1978 voi non c’eravate: vogliamo che incontriate i protagonisti che all’epoca hanno vissuto in prima persona avvenimenti chiave per il Paese, in modo da potervi formare liberamente la vostra opinione – ha affermato il dirigente scolastico Guido Soroldoni rivolto ai suoi studenti -. La realtà che vediamo nelle fiction o leggiamo nei libri ci sembra lontana, ma è, appunto, un’impressione: se guardiamo alla cronaca recente, che parla di infiltrazioni mafiose nelle istituzioni dei comuni vicini a noi, dovremmo capire che quella realtà la viviamo quotidianamente. La mafia va dove c’è denaro, per questo è arrivata in Brianza. Non dobbiamo averne paura ma affrontarla a viso aperto, anche se è difficile: solo così potremo vivere da uomini liberi».

I ragazzi hanno chiesto com’è cambiata Cinisi in questi 41 anni: e se non tutto è rimasto come prima, dalle parole di Giovanni, che pure non ha mai coltivato sentimenti di odio o rancore verso i mandanti dell’assassinio del fratello, è evidente che «non c’è stato nessun salto di qualità: è un territorio che non ha ricevuto un’educazione seria alla legalità». Eppure «Quando torno a Cinisi dopo gli incontri pubblici mi sembra sempre di portare a casa qualcosa in più – continua – Perdere un fratello in questo modo ti sconvolge la vita, ma devo essere sincero, da questa storia ho ricevuto tantissimo, e non solo dolore. Di certo ho avuto più di quello che ho dato: abbiamo ottenuto il processo, la relazione della commissione antimafia, abbiamo avuto il riconoscimento di quanto è accaduto. La cosa importante è il passaggio del testimone: oggi le persone che gestiscono la casa memoria sono ragazzi e ragazze che non hanno nemmeno conosciuto Peppino, tra cui c’è mia figlia. È una cosa molto bella e importante».

In apertura, Marco Francetti, dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata di Monza e Brianza, Giovanni Impastato e i professori Laura Riva, Guido Soldaroli e Makio Manzoni