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Un diario della II Guerra Mondiale svela la prigionia del monzese Giuseppe Lissoni

Un diario della II Guerra Mondiale svela la prigionia del monzese Giuseppe Lissoni

18 Marzo 2019

Dai documenti ritrovati in un cassetto al diario abbandonato in cantina. L’articolo sui due sevesini che hanno scoperto quasi per caso i dettagli della deportazione del nonno e del prozio, entrambi soldati di stanza a Gythion, in Grecia, trasferiti a forza in un campo di lavoro a Berlino dopo l’8 settembre, ha riportato alla luce storie e ricordi che, se non dimenticati, erano rimasti sopiti a lungo. Ricomponendo, così, un quadro più ampio e più preciso di una pagina di storia non lontana, ma ancora oscura in diversi punti.

Tra le altre, ha un particolare valore documentario la testimonianza di Umberto Lissoni, 56enne di Concorezzo. «Mio padre ha una storia simile a quella di Domenico ed Ettore Gorla: anche lui combatté in Grecia e fu deportato in un lager a Berlino, a lavorare in una fabbrica della Siemens – racconta -. Nell’articolo ho riconosciuto subito il lasciapassare tedesco, lo stesso che aveva mio padre, e il nome della città greca, Gythion».

Anche il monzese Giuseppe Lissoni, classe 1921, riuscì a sopravvivere alla fame e alla fatica del campo di lavoro e a tornare a casa: «Mandarono la banda ad accoglierlo in stazione – ricorda il figlio -, ma quello che scese dal treno era uno scheletro di 30 kg avvolto in una divisa».

Come tanti altri, Giuseppe preferì andare avanti con la propria vita, relegando l’esperienza della guerra in un angolo del subconscio: tornò a fare il suo lavoro di tipografo, si sposò con una collega ed ebbe quattro figli, senza mai raccontare troppo di quegli anni e della prigionia in Germania.

Prima di provare a dimenticare, però, scrisse tutto quello che ricordava in un diario. Un manoscritto dettagliato, intitolato semplicemente “I miei ricordi” che racconta la sua odissea da deportato, e che comincia, ovviamente, nel giorno della firma dell’armistizio: «Gythion (Grecia), 8 settembre 1943. Potevano essere le otto della sera, quasi tutti eravamo in camerata, il presentimento ci diceva che qualcosa di nuovo era accaduto».

Le parole sono scritte in modo ordinato, su fogli ormai ingialliti rilegati in casa («Lo faccio anche io ancora oggi: è stato mio padre a insegnarmi come realizzare i bloc notes»): appunti incredibilmente precisi che ripercorrono un’esperienza sconvolgente.

Ed è questo il diario recuperato da Umberto: non solo un ricordo di famiglia, ma una preziosa testimonianza di prima mano. In un certo senso l’unica: Giuseppe, che non parlava volentieri della guerra («troppo doloroso», ipotizza il figlio) è morto molto presto, per una malattia, quando Umberto aveva appena 13 anni. E il diario, che a un certo punto doveva diventare un libro e che le due figlie maggiori avevano cominciato a trascrivere, era rimasto in cantina, semi dimenticato.

«L’ho ritrovato io dopo essermi sposato: cercavo dei documenti in cantina e al loro posto ho recuperato, invece, una busta con l’etichetta “Il diario di prigionia di papà”. Ho cominciato a leggere ed è stato come se fosse di nuovo lui a parlare».

Sono stati dunque Umberto e la moglie, verso la fine degli anni ’90, a ricopiare a computer tutto il diario di Giuseppe: il risultato è un libretto di una 50ina di pagine, incredibilmente vivide e toccanti per i dettagli e le descrizioni riportate. «Quando leggi certe cose e sai che è tuo padre ad averle scritte ti viene la pelle d’oca – confessa -. Finché si vedono nei film sembrano sempre opera di finzione: una volta che ti toccano personalmente le consideri in modo diverso».

Umberto ha recuperato anche vecchie fotografie, il lasciapassare tedesco del padre, e le lettere che scriveva a casa dal campo, «indirizzate a Umberto Lissoni, suo padre: è strano leggere il mio nome scritto da lui – commenta -. Nelle lettere, un po’ per aggirare la censura e un po’ per non far preoccupare la sua famiglia, dice sempre di stare bene e chiede di spedire delle sigarette: immagino gli servissero anche come merce di scambio».

E poi, ovviamente, ci sono gli aneddoti di famiglia: «Mia madre ha 94 anni ed è ancora lucidissima – spiega -. Durante la guerra andava in bici a portare da mangiare al fidanzato della sorella, partigiano, in campagna, superando i posti di blocco tedeschi. Era per caso a piazzale Loreto quando hanno impiccato Mussolini, le è rimasta impressa l’immagine di un uomo che aveva sparato contro il cadavere del Duce per vendicare il figlio morto in guerra. Neanche con lei mio padre ha mai parlato volentieri della Germania: ma mi ricordo che una sera, quando, esasperata, voleva mandare a letto senza cena mio fratello, che all’epoca era una vera peste e ne combinava sempre una, mio padre è intervenuto dicendo che lui la fame vera l’aveva provata e che non avrebbe mai fatto passare una cosa simile ai suoi figli».

Ed è proprio la fame il filo conduttore del racconto di Giuseppe. Più che un filo conduttore: un’ossessione. La fame è, infatti, il suo primo, grande problema di sopravvivenza, da quando viene fatto prigioniero dai tedeschi, insieme ai suoi compagni, fino alle ultime pagine. Giuseppe elenca ogni tozzo di pane, ogni mestolo di zuppa: riferisce di essere stato costretto a guardare gli operai tedeschi mangiare mentre gli italiani non avevano diritto a nulla, ma anche di aver ricevuto, di nascosto, razioni di cibo proprio dai “nemici” tedeschi. Ricorda le minestre acquose e sabbiose e i rari lussi: quando divide con altre sei persone un pane da 1,5 kg con un velo di margarina commenta che «con la fame che avevo anche se non era buono mi sembrò panettone».
Da quando, insieme ai suoi compagni, viene fatto prigioniero dai tedeschi, elenca quasi nevroticamente ogni misero rancio che riceve, consapevole che un boccone in più o in meno può fare la differenza tra la vita e la morte. Ma nelle parole di Giuseppe non c’è solo dramma: c’è voglia di vivere, speranza, testardaggine e capacità di ingegnarsi per rimediare un pasto o una sigaretta in più. Soprattutto, c’è il legame fortissimo che si instaura con alcuni dei suoi compagni di battaglione («De Bertolo, un sardo del ’18, Bertoldi di Borgosesia del ’20 e Vittozzi di Foggia del ’22», a cui si aggiungeranno il piacentino Busconi e il milanese Bianchi), un’amicizia che diventa fratellanza, con momenti di sincera condivisione e persino felicità.

Facendo gruppo i sei giovani italiani sono più forti, riescono a farsi benvolere dal responsabile della fabbrica presso cui lavorano e a farsi trasferire con loro a Bernsdorf, un paesino poco a nord di Dresda, dove le condizioni di vita e di lavoro sono più umane e dove per poco si riesce quasi a dimenticare la guerra. Fino, ovviamente, all’arrivo dei russi: quando ormai diventa chiaro che la guerra è perduta, gli italiani decidono di «tentare il destino» e tornare in Italia. Una strada percorsa per lo più a piedi o con mezzi di fortuna: una maratona della speranza, pur di arrivare a casa.

«Da quando ho letto il diario mi sono informato e ci sono tante storie simili: solo che se ne parla ancora poco – conclude Lissoni, che sta valutando di richiedere, come già hanno fatto i Gorla, la medaglia al valore militare per suo padre -. Vorrei contribuire a fare luce su questa pagina di storia».

In apertura, Umberto Lissoni insieme a Luca e Claudio Gorla

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Giulia Santambrogio
Inseguo le storie sin da quando ero bambina: per farmele raccontare, per leggerle, e, ovviamente, per scriverle. Su MBNews, però, mi occupo di fatti.


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