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Muggiò, Toncar in sciopero: la trattativa finisce in Prefettura

Muggiò, Toncar in sciopero: la trattativa finisce in Prefettura

16 Gennaio 2019

Lavorare. È solo questo quello che chiedono gli 80 dipendenti della cooperativa One Job, ora in liquidazione, assunti a tempo indeterminato e che lavorano presso la Toncar di Muggiò, un’azienda che produce figurine, comprese quelle magnifiche dei calciatori Panini.
Tutto è iniziato lunedì 7 gennaio quando alla riapertura della fabbrica, il proprietario, il monzese Paolo Toniolo, ha deciso che quegli operai specializzati non gli servivano più, non per mancanza di lavoro, ma perché al loro posto preferisce utilizzare ragazzi assunti da una diversa società, non più una coop, ma una Srl, e che hanno un contratto a tempo determinato. Quegli stessi ragazzi a cui le mansioni sono state insegnate dai colleghi all’esterno dei cancelli che vantano tutti un contratto ultradecennale, c’è chi persino in quel magazzino ci lavora da 16 anni e dopo essere andato via, dopo 7 mesi è stato richiamato dalla Toncar, perché nessuno sapeva utilizzare un macchinario speciale come lo sa fare lui.
E così, dal 7 gennaio la produzione è ferma e loro presidiano la fabbrica in cui vorrebbero tornare a lavorare tutti i giorni, dalle 5.30 del mattino alle 19.

Sul totale dei lavoratori dell’azienda, circa un centinaio, solo il 2% sono italiani e sono gli impiegati degli uffici, dipendenti direttamente della ditta. A loro lunedì 14 gennaio è stato impedito di accedere ai locali mentre tutti gli altri giorni hanno lavorato regolarmente. In quello stesso giorno la situazione si è fatta molto tesa quando cinque operai sono saliti sul tetto dell’azienda ed un loro collega, nell’intento di scavalcare il cancello per raggiungere il capannone, è stato braccato dai Carabinieri presenti e nella calca pare abbia ricevuto un colpo di manganello in testa. Dopo essere svenuto, è stato trasportato in Pronto soccorso da un’ambulanza ed è stato dimesso nella notte dopo che gli accertamenti sono risultati negativi.

L’incontro in Prefettura

 

Dopo più di una settimana di presidio, martedì 15 gennaio alle 16.30 è stato convocato un tavolo di lavoro in Prefettura a cui hanno partecipato, oltre ai sindacalisti e i rappresentanti dei lavoratori, anche la proprietà e la cooperativa One Job. Col passare delle ore, gli operai si sono organizzati prima con piccoli fuochi su cui scaldare del tè accompagnato da biscotti e poi con delle coperte per riposare in attesa di novità. L’incontro è terminato alle 23.30, dopo sette ore di trattativa e l’esito è stato comunicato nella mattinata di mercoledì 16 gennaio dal sindacalista Alessandro Papis all’interno di una assemblea convocata nel vicino parco del Grugnotorto: “L’accordo raggiunto nella tarda serata di ieri prevede l’assorbimento dei lavoratori fin da subito o a scaglioni nel corso dei prossimi giorni, in base alle commesse che riceve l’azienda dato che è questo il metodo di lavoro adottato fin qui.
Nel frattempo è stato proposto un incentivo all’esodo che si aggira tra i 350.000 e i 400.000, a cui l’azienda spera aderiscano una ventina di operai. Se questi accetteranno in maniera volontaria, allora poi ci si siederà di nuovo al tavolo a trattare sulla buonuscita poiché gli anni di anzianità alle spalle sono molti. Se invece si riterrà inopportuna anche questa soluzione, lo sciopero proseguirà e la richiesta sarà quella dell’assunzione a tempo indeterminato da parte della nuova società, una Srl, a cui saranno affidate le prossime commesse.
La decisione sarà comunicata lunedì prossimo, nuovamente in Prefettura, in modo che tutto venga verbalizzato.

Le loro storie

Basta passare qualche ora con gli operai, al freddo, per capire chi sono. Ci sono egiziani, marocchini, rumeni, senegalesi, tutti in regola coi permessi di soggiorno, anche le loro mogli e figli, perfettamente integratati, legati da uno spirito fraterno. Qualcuno ha anche conseguito la cittadinanza italiana in questi anni e il loro motto è “Tocca uno, tocca tutti”. Questo grido è stato coniato durante le numerose battaglie sindacali fatte negli ultimi due anni.
Alcuni hanno lasciato il loro paese di origine parecchi anni fa e hanno raggiunto l’Italia su di un gommone, dopo alcuni mesi di lavoro in Libia. Una volta qui, si sono ricostruiti tutta la vita da zero e col passare del tempo, una volta stabilizzata la situazione, hanno portato il resto della famiglia. I figli frequentano le scuole statali dei loro comuni di residenza, chi di Muggiò, chi di Monza, chi anche di Milano.
C’è anche chi in Egitto ci è tornato qualche mese fa, dopo più di 10 anni con un sentimento forse di imbarazzo, consapevole di aver lasciato genitori e fratelli senza troppe spiegazioni. Dieci anni fa i suoi fratelli erano piccoli, ora invece sono sposati e ha promesso loro che tornerà per il matrimonio dell’altra sorella.
Insomma, checché se ne dica, c’è davvero chi passa anni e anni di sacrifici e dolori alla ricerca di una situazione stabile e sicura. E per conoscere le loro vere storie basta incontrarli, fermarsi e cominciare ad ascoltarli raccontare in un italiano a tratti perfetto, interrotto a volte da qualche emozione.

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Simone Castelli


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