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Lavoro, libertà, politica: il Liceo Nanni Valentini mette in scena la memoria

Lavoro, libertà, politica: il Liceo Nanni Valentini mette in scena la memoria

27 Gennaio 2019

Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. Il motto beffardo che faceva da insegna ai campi di concentramento nazisti, dove l’unica libertà data dallo sfruttamento era, semmai, quella della morte, oggi è il titolo di uno spettacolo ideato e realizzato dai ragazzi e dagli insegnanti del Liceo artistico “Nanni Valentini” di Monza.

Un lavoro che unisce teatro e ricerca storica, mescolandosi con la letteratura, la scenografia, la pittura e il disegno, per riscattare dall’oblio le storie dimenticate dei monzesi deportati per motivazioni politiche: quasi tutti operai nelle vicine fabbriche di Sesto San Giovanni, come Falck e Breda, per loro il lavoro era stato davvero uno strumento per affermare la propria libertà. Per questo avevano scelto di sospenderlo per aderire agli scioperi contro il fascismo, pagando quella scelta, in molti casi, con la vita.

«Quello dei deportati politici è un aspetto poco conosciuto – premettono due ragazze della V I, la classe a indirizzo misto (scenografia e arti figurative) coinvolta nel progetto -. Le persone di cui parliamo avrebbero potuto rimanere indifferenti, ma hanno fatto una scelta diversa e per questo sono state colpite». «Tradizionalmente cerchiamo sempre di organizzare qualcosa che permetta ai ragazzi di agire – spiega Laura Riva, la professoressa che ha seguito l’aspetto relativo alla recitazione -. Abbiamo voluto parlare di una pagina poco nota della Shoah: l’anno scorso è stato inaugurato il Bosco della Memoria, che ricorda i 98 monzesi deportati per motivi politici. Ci sembrava interessante raccontare alcune delle loro storie, per lo più sconosciute».

L’ispirazione è arrivata anche da un libro di poesie, “Al di là del niente: i deportati monzesi nei campi di sterminio nazisti”: scritto da Raffaele Mantegazza, professore dell’Università Bicocca, è una sorta di “Antologia di Spoon River” che restituisce la parola a ognuno dei 98 deportati monzesi, raccontando di ognuno la storia, gli ideali e le emozioni.

«Fra tutti ne abbiamo scelti 7, 4 uomini e 3 donne – spiega Riva -. Ogni ragazzo interpreta un personaggio, ma non è tutto qui: siamo partiti da zero, coinvolgendo e responsabilizzando tutti gli studenti, che hanno curato anche la scenografia, realizzando una sintesi degli strumenti di lavoro utilizzati dalle persone di cui si parla, e disegnato i loro ritratti conciliando poesia e volto dei personaggi».

«Abbiamo svolto una ricerca sul lavoro che facevano i deportati, spesso mestieri non più comuni – aggiungono i ragazzi -. Prima abbiamo fatto delle tavole per studiare la struttura degli oggetti, semplificati in forme geometriche per essere realizzati in legno, un materiale che abbiamo usato sempre per creare un filo conduttore tra le scenografie. Dalle tavole abbiamo realizzato prima dei modellini, poi gli oggetti a grandezza naturale. Per i ritratti invece non avevamo molti elementi, solo le poesie, qualche fotografia e, a volte, delle cartoline che ci hanno portato i parenti dei deportati, utili per cercare di cogliere qualcosa della loro personalità. Ci siamo poi documentati sul periodo storico, sul contesto lavorativo, sulle fabbriche dell’epoca. Non possiamo riportare i nostri personaggi al presente, ma possiamo riportare il loro ricordo».

Il risultato non solo è genuinamente emozionante, ma raggiunge anche una qualità artistica sorprendente. Costruito come un percorso di circa mezz’ora in diversi ambienti della scuola, dal cortile ad alcuni scantinati semi abbandonati, fino all’aula magna, lo spettacolo si conclude con una mostra dove è possibile esaminare i lavori svolti dagli studenti: è il segno tangibile di un lavoro durato quattro mesi, ma, al contempo, rappresenta forse una minima parte del viaggio nella memoria compiuto, con straordinaria maturità, da ragazzi appena maggiorenni.

«Quello che abbiamo fatto è stato creare per questi ragazzi uno spazio di ricordi – afferma infatti il professore di scenografia Makio Manzoni -. Si ricorderanno per sempre di questo lavoro». Così come Alessia, studentessa, si ricorderà sempre l’incontro con la figlia della donna di cui ha fatto rivivere la storia: «Ha cambiato il mio modo di vedere le cose – ammette, spiegando come rendersi conto della molteplicità di sfumature ed emozioni del “suo” personaggio l’abbia convinta a modificare il ritratto che aveva tracciato -. Per quanti documentari si vedano – aggiunge – quello che studiamo sembra sempre lontano: questa esperienza mi ha insegnato che non è così, quel passato è più vicino di quanto crediamo».

La rabbia dell’operaio che non rimpiange «la scelta di quando volli provare ad aggiustare questa Italia disperata che pochi assassini avevano rotto e che troppi erano stati a guardare», la tristezza di sentirsi dimenticati, gli ideali di chi distribuiva volantini antifascisti. E l’operaio che suonava la chitarra e che pagò con la vita l’adesione agli scioperi, la ragazza di 16 anni deportata per colpire il padre, noto antifascista, e, ancora, il giovane ucciso a cui spezzarono il corpo, ma non il coraggio, il cuore e le idee. Infine, l’amore: quello di una coppia nata e sopravvissuta all’orrore del lager, lui soldato in Albania, lei ebrea ucraina. Una storia di speranza che conclude lo spettacolo, rimarcando l’importanza di ricordare sempre e di non tacere mai.

Nei prossimi giorni sono previste diverse repliche per permettere a tutte le classi di seguire lo spettacolo, curato, oltre che da Manzoni e Riva, anche dai professori Lorenzo Tumino (scenografia) e Paolo Bonaldi (arti figurative), e ripreso da una classe dell’indirizzo multimediale.

Il 2 febbraio è prevista anche una replica speciale a cui saranno invitati i genitori, i parenti degli ex deportati, insieme a dei rappresentati di Aned e Anpi: ma sarebbe davvero un peccato se uno spettacolo del genere non fosse aperto, più avanti, anche alla cittadinanza. «Mi piacerebbe portarlo anche al Bosco della Memoria – confessa Riva -, è uno spazio dove si adatterebbero bene anche queste scenografie».

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Giulia Santambrogio
Inseguo le storie sin da quando ero bambina: per farmele raccontare, per leggerle, e, ovviamente, per scriverle. Su MBNews, però, mi occupo di fatti.


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