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Da Seveso a Berlino: il viaggio della memoria dei nipoti alla ricerca del nonno

Da Seveso a Berlino: il viaggio della memoria dei nipoti alla ricerca del nonno

30 Gennaio 2019

Anche quest’anno il Giorno della Memoria è arrivato e se n’è andato, con il suo strascico di letture, film e iniziative a tema. Ma la memoria non è qualcosa che si celebra una volta all’anno. Al contrario, è un appuntamento da rinnovare ogni giorno, magari proprio a partire da quei momenti in cui i grandi eventi si sono incrociate con le nostre piccole, ma non per questo meno importanti, storie familiari: perché, sarà egoista o forse è solo umano, le cose che ci riguardano da vicino hanno sempre un peso diverso delle altre.

Deve essere stato quello che hanno provato anche Davide e Luca Gorla, due fratelli di Seveso, nello scoprire per caso, nel corso di una ristrutturazione, alcuni documenti che aggiungevano moltissimi dettagli a una storia di famiglia fino a quel momento poco conosciuta: la deportazione del nonno Ettore, insieme al fratello Domenico, in un campo di lavoro a Berlino.

«Mio nonno e suo fratello facevano parte del 63° reggimento fanteria di montagna della divisione Cagliari, ed erano stanziati a Gythion, nel Peloponneso – riepiloga Luca -. Dopo l’8 settembre decisero, insieme ai loro commilitoni, di consegnare le armi ai tedeschi, nella speranza di essere rimpatriati. Vennero invece deportati nei campi di lavoro del Reich, rinchiusi nei lager voluti da Himmler per imprigionare i soldati italiani e usati come forza lavoro a costo zero».

Un indirizzo, scritto su un pezzetto di carta con calligrafia d’altri tempi, ha rivelato che si trattava del GBI-lager 75/76, un campo di lavoro voluto, appunto, dal “Generalbauinspektor für die Reichshauptstadt”, l’Ispettorato generale per l’edilizia della capitale, per raccogliere e sfruttare la manodopera, principalmente in campo edile. Qui nel 1944 furono deportati, tra gli altri, oltre 400 italiani, militari (i cosiddetti Imi, “Italienische Militärinternierte”, internati militari italiani) e civili, così tanti che il campo stesso era stato soprannominato “Italienerlager“. Si tratta, tra l’altro, di uno dei campi meglio conservati: sia perché è in pietra, sia perché subito dopo la guerra venne riutilizzato per altre attività, che finirono per far presto dimenticare la cruda realtà quotidiana degli Zwangsarbeiter, i lavoratori coatti.

Tra questi c’erano anche Domenico ed Ettore, rispettivamente classe 1911 e 1914: ma non è chiaro cosa facessero o come vivessero, proprio perché nessuno dei due ha mai detto molto su quei due anni, dal 1943 al 1945, in cui furono costretti a vivere nel campo. Entrambi, tra l’altro, sono morti ormai diversi anni fa, nel 1988, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro: un’ultima curiosa ironia di un destino che li ha visti vivere, combattere, soffrire, ma anche tornare a casa, insieme.

«Abbiamo trovato una mappa di Berlino, perché probabilmente mio nonno aveva il permesso di uscire dal campo per andare a lavorare – spiega Davide -: tra i documenti c’è un tesserino che attesta che lavorava per la AEG, ma né lui né suo fratello hanno mai parlato molto di quel periodo». «Aveva pudore a parlare della guerra, probabilmente avrebbe voluto cancellare quella parte della sua esistenza – interviene Claudio, padre di Davide e Luca e figlio di Ettore -. Anche dopo anni per lui il tedesco era un nemico, mentre paradossalmente verso i greci, contro i quali aveva combattuto, aveva un atteggiamento diverso: la complicità dei naufraghi. Una delle poche cose che gli ho sentito raccontare è proprio il momento della deportazione – aggiunge -. I soldati italiani pensavano che sarebbero stati rimpatriati, ma a un certo punto si sono resi conto che il treno continuava ad andare verso nord, e che non sarebbero tornati a casa».

I due nipoti, oggi trentenni, non si sono però limitati a ricostruire a distanza la storia di famiglia: qualche settimana fa Davide è andato a Schöneweide, il quartiere a sud-est di Berlino dove si trovava il campo, e dove ora sorge un museo. «Ho parlato con la direttrice dell’archivio – racconta -, ma gran parte dei loro documenti è andata persa durante la guerra. Sono a conoscenza solo di una persona rinchiusa lì perché è tornato una ventina di anni fa. Quando ha saputo che eravamo in possesso di documenti che certificavano la presenza di mio nonno e mio zio all’interno del campo mi hanno chiesto se potevamo inviarglieli. Ora vorremmo provare a trovare altri commilitoni di mio nonno che erano prigionieri lì». Come Francesco Sala: un sevesino partito con i Gorla per il fronte, lo testimonia una fotografia (vedi sotto), e di cui si sono perse le tracce.

Il viaggio della memoria continua, dunque. Ettore e Domenico non hanno mai raccontato molto di quel periodo in Germania, ma tra i documenti ufficiali è emersa anche una poesia di Domenico, composta in prigionia, in cui parla delle torture, degli abusi, della fame e del lavoro massacrante nel lager. E forse non c’è nulla come un documento così autentico e toccante per ricordare e onorare la memoria di chi da quei luoghi non è mai tornato.


POESIA DEL PRIGIONIERO ITALIANO IN GERMANIA

(I)
Ascoltate o cara gente
questo dramma
commovente,
giammai sarà illusione
questa mia descrizione,
che la prova ci fu data
in questa terra scellerata
sopportando pene amare
per l’insidie molto chiare.
Potessi farvi a perfezione
di tutto ciò la narrazione!
Ma la mente non chiarisce
che tutto ciò non riferisce
quel che s’è avverato
nell’inverno passato.
Ma nel nostro intendimento
già sapete l’argomento.
(II)
Incomincia dall’adunata
una vita scellerata,
perché dietro con il bastone
per la prima colazione,
tutti fissi a destriga
si doveva stare per due ore in riga
in quella triste stagion
che l’inverno dispon,
quando l’ora dell’appello
lui entrava con il manganello;
se non trovava il posto esatto
gridava come un pazzo;
questo poi era lui poco
all’esatto nostro gioco.
Ebbi pure l’occasione
di conoscere a perfezione
quel soldato che “Praciolone ” fu
chiamato:
(III)
lui picchiava molto forte
qui sul collo e per la testa,
che per lui era lieta festa;
spesse volte a notte buia
con un freddo da paura,
quando in pace non si stava,
come una belva lui entrava
e con un “raus”, triste parola,
tutti fuori si volava
come Dio ci ha creati,
scalzi e nudi in mezzo ai prati.
Aveva poi dei dilettanti
che giocavan senza guanti:
a dir nomi sembra così tanto strani
perché sono italiani!
Si allenavano come matti
sui nostri corpi quasi sfatti
per la fame per i tormenti
sopportati in quei momenti.

(IV)
E su tale indicazione
vi farò narrazione.
Di leggero nutrimento
che sol col pensiero fa sgomento:
un po’ d’acqua riscaldata
con dentro qualche rapa,
qualche patata caso raro
era il vitto a noi più caro;
parlando poi del pane
300 grammi era la razione,
un pezzetto di margarina,
una pastiglia di vitamina;
e ogni giorno restano
12 ore di lavoro.
E se con qualche fardello
si entrava dal cancello
con patate e altre cose,
eran spine, more, e rose
se scoperti si veniva.
Il mal di doccia si soffriva:
acqua fredda giù per il corpo
per man avvien d’un porco.
(V)
Se quel non avveniva
pene più gravi si soffriva:
a quel palo traforato
venivan stretti ben legati
con il corpo a penzoloni,
sollevati dai talloni
per la durata di 2 ore.
Era patimento e dolore.
Parlando del capo campo italiano
che si chiamava Beltrami
(il più cornuto dei romani!)
faceva gran allenamento
sul nostro corpo quasi spento.
Non parlo dei bombardamenti,
che sono per noi pene e sgomenti!
Invochiamo dunque la sorte,
salvami almeno dalla morte,
ridammi almeno ai nostri cari
lasciati
un giorno in pianti amari!
Saranno momenti così belli
giammai provati come quelli!
(VI)
Vi confesso con dolore
ciò che entrò nel mio cuore
di tanti nostri camerati
che qui la vita han lasciato;
alcuni dai bombardamenti,
molti per i deferimenti,
non gli è più dato di gustare
l’affetto lieto del casolare.

Pensate un po’, amici miei,
come descrivere potrei
queste tragiche avventure
di trapassate creature
dando la notizia ai loro cari;
saranno pianti acuti e amari
a chi per il figlio o per il marito
spento lontan dal sogno gradito.
Da qualche mese ci han levati
dal cerchio del reticolato;
perché cavoli ci han fatto passare,
che il motivo non so spiegare!
intesi solo da quell’istante
la durissima mano pesante.
(VII)
Per tutto il resto come nel
mangiare
non rimaneva che lavorare.
Vorrei descrivere ancora tristi
cose
ma è meglio pensare all’avvenire
sperando un giorno di un minor
soffrire,
risolvendo la fiera guerra,
per rivedere la nostra terra
che sempre invoco nel mio cuore
con viva fede e sincero amore.
E ultimando, miei cari amici, offro
i saluti miei, i più graditi. Se
qualche
errore qui troverete, credo stupiti
non
resterete, perché ho la mente
molto
pesante in questa vita poco
festante.

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Giulia Santambrogio
Inseguo le storie sin da quando ero bambina: per farmele raccontare, per leggerle, e, ovviamente, per scriverle. Su MBNews, però, mi occupo di fatti.


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