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Chapeau a Monza e alla sua mostra sull'industria del cappello

Chapeau a Monza e alla sua mostra sull’industria del cappello

21 Ottobre 2018

Una folla di trecento cittadini ha partecipato ieri all’inaugurazione della mostra “Chapeau! L’industria del cappello a Monza tra ‘800 e ‘900”, curata dal Museo etnologico di Monza e Brianza e ospitata nei Musei Civici.

Attraverso l’esposizione di numerosi documenti, oggetti e macchine d’epoca è possibile seguire l’evoluzione storica, dalle fasi iniziali al pieno sviluppo, seguito dal declino e dalla quasi totale scomparsa, della fabbricazione dei cappelli, una importante attività produttiva che ha caratterizzato la vita economica di Monza a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Un’attività che ha agito nel tessuto sociale e produttivo cittadino, in consonanza con il costume e la moda, lasciando profonde trasformazioni urbanistiche. I vecchi stabilimenti dove lavoravano migliaia di uomini e donne sono adesso diventati piazze, giardini, abitazioni o restano luoghi di archeologia industriale, custodi di una non lontana eppure scomparsa civiltà.

A Monza i cappellifici si specializzarono soprattutto in cappelli di feltro di lana, prevalentemente per uomo. Il processo produttivo partiva dalla lana e arrivava al cappello finito attraverso una trentina di operazioni, quindi era una tecnologia complessa, che richiedeva molte macchine e molta manodopera. Durante il periodo di forte crescita del mercato del cappello, tra il 1870 e il 1920, si affermarono i grossi cappellifici grazie alla meccanizzazione della produzione; la crisi che seguì la Prima guerra mondiale e il rapido declino dopo la Seconda guerra mondiale fecero chiudere la maggior parte di queste fabbriche. I cappellifici più importanti e più grandi negli anni del “boom” del cappello furono Cambiaghi, Valera & Ricci, Carozzi, Paleari, Cappellificio monzese. L’unico rimasto in attività è il Cappellificio Fratelli Vimercati, fondato nel 1953. Non sarebbe rimasta traccia di questo settore industriale così importante per Monza se un gruppo di volontari, nel 1978, non avesse fondato il Memb e non avesse raccolto una grande quantità di materiali dai cappellifici in chiusura, dato che nel 1980 erano ancora 7 quelli in attività.

Chapeau a questa mostra – ha esordito il sindaco Dario Allevi durante la presentazione – che racconta la storia incredibile dell’industria del cappello nella nostra città. Ripercorre un lungo periodo che ha causato un profondo cambiamento all’assetto socioeconomico cittadino, ma ha anche causato profonde trasformazioni urbanistiche, con siti degli stabilimenti che in molti casi sono diventati piazze e giardini. Ora la moda del cappello è scemata, ma c’è ancora un cappellificio a Monza. Era dunque giusto allestire una mostra su questo aspetto della storia della nostra città, soprattutto per le giovani generazioni. Devono sapere cosa succedeva nella nostra Monza due secoli e un secolo fa. Devono sapere, ad esempio, che l’industria del cappello al suo apice contava nella nostra città più di 40 cappellifici per un totale di più di 5mila addetti e una produzione di 20 milioni di cappelli all’anno. Spero dunque in un grande afflusso delle scolaresche. Ringrazio il Memb, che festeggia 40 anni, perché è grazie all’opera dei suoi volontari che sono stati recuperati e conservati non solo I cappelli, ma tanti cimeli della nostra città”.

L’assessore alla Cultura, Massimiliano Longo, ha rimarcato proprio la collaborazione tra Comune e Memb: “È l’ennesima nella nostra città, dove sto registrando un bellissimo spirito di gruppo. Quando il Memb mi ha proposto questa mostra ho accettato immediatamente anche se purtroppo indossare il cappello è passato di moda, come conferma la recente vicenda della Borsalino di Alessandria. Pensate che a Monza nel 1911 c’erano 42 cappellifici, nel 1980 sette e ora uno. Si tratta di un’azienda che produce cappelli in forma artigianale, delle vere opere d’arte. Tra le chicche che abbiamo in esposizione mi piace segnalare il cappello di re Umberto I, un cilindro che lui regalò al Cappellificio Carozzi in cambio di uno nuovo”.

Per Dario Porta, conservatore dei Musei civici, “la collaborazione tra Musei civici e Memb è all’insegna della comunanza reciproca di interessi. L’industria del cappello è una vicenda che si è consumata nel giro di 150 anni. Ha apportato tanti cambiamenti nella città, rimasti nei nomi delle vie e delle piazze dedicati agli industriali del cappello. Questi capitani d’industria furono i maggiori committenti dei pittori locali, a partire dal grande Mosè Bianchi. Nella mostra potete seguire dunque un percorso industriale, un percorso artistico e un percorso tecnico”.

Silvana Giacovelli, presidente del Museo etnologico di Monza e Brianza, ha ricordato che “il Memb è nato per conservare gli oggetti d’uso comune nel nostro territorio. Molto cammino è stato fatto per creare un museo vivo e interessante. Col suo patrimonio si dà vita a mostre temporanee, ad attività di ricerca e ad attività didattiche. Era già stata organizzata una mostra sul cappello nel 1984 in Villa reale. Quella di adesso fornisce un’ampia e illustrata documentazione sulla produzione del cappello di lana e il suo commercio. Noi del Memb siamo chiamati a operare affinché si conservino i reperti e se ne acquisiscano di nuovi, perché chi verrà domani potrà capire meglio l’oggi. Poi magari succede quello che è successo con gli eredi del Cappellificio Cambiaghi, che hanno deciso di riaprire un atelier a Milano e hanno utilizzato i vecchi cappelli Cambiaghi recuperati dal Memb per arricchirlo”.

I nuovi cappelli col marchio Cambiaghi sono prodotti dalla Fratelli Vimercati. Proprio Fabrizio Vimercati ha spiegato come sta riuscendo a portare avanti la produzione del cappello: “Ho deciso di continuare l’attività che fu di mio nonno e poi di mio padre perché mi dispiaceva chiudere un’azienda storica, che proprio questo mese compie 65 anni. Devo dire che gli studi di marketing mi hanno reso più facile trovare le strade giuste per mandare avanti la produzione. Quella del cappello è una tradizione che ha reso famosa Monza in tutto il mondo. Pensate che la produzione risale al ‘600 ma solo nell’‘800 ha avuto uno sviluppo industriale. La mostra ricorda come i cappellifici e l’indotto, ad esempio i nastrifici, abbiano impattato sulla crescita di questo territorio. Spero che questa mostra riporti a sentire un senso di appartenenza alla nostra Monza. E spero che diventi uno spunto anche per visitare la nostra meravigliosa città”.

Segnaliamo che la mostra, che resterà allestita fino al 10 febbraio, è dotata di pannelli con didascalie in braille realizzate da un ragazzo non vedente di origine serba adottato dalla nostra città. Il costo di visita alla mostra è incluso nel biglietto dei Musei civici.

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Camillo Chiarino
Monzese da sempre, ma frequento assiduamente la Brianza perché amo la quiete e la natura. In particolare adoro la Valsesia, la terra dei miei antenati paterni. Giornalista professionista "tuttologo", mi piace scrivere in particolare di politica e sport. Sono tifoso di tutte le squadre cittadine di qualsiasi disciplina e seguo da vicino le partite del Monza 1912, della Vero Volley Monza e della Saugella Monza. A proposito di pallavolo, l’ho praticata per 17 anni in società della zona, ma quando capita non mi tiro indietro a giocare a nulla, soprattutto se l’invito arriva da una esponente del gentil sesso… Mi piace molto navigare in internet, visitare mostre e monumenti e assistere a concerti, in particolare di musica folk e celtica.


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