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Rodney Soncco Zuñiga da Sulbiate è l'ultraciclista più forte del mondo

Rodney Soncco Zuñiga da Sulbiate è l’ultraciclista più forte del mondo

14 giugno 2018

Tra gli ospiti d’onore del 43° Monza Sport Festival, svoltosi nello scorso week-end, c’era Rodney Soncco Zuñiga, il più forte ultraciclista del mondo.

Rodney è un 29enne peruviano trapiantato 16 anni fa in Brianza che nel luglio 2017 ha vinto la prima edizione della IncaDivide, la gara di mountain bike più dura del mondo (3500 chilometri tra le Ande ecuadoriane e peruviane) e lo scorso febbraio la prima edizione della BikingMan Oman (mille chilometri tra il deserto e gli Al-Hajar).

Abbiamo intervistato questo “patrimonio dell’umanità” sportivo per scoprire i suoi segreti, ma anche per mettere in luce una storia di vita certamente non comune.

Quando è nata la tua passione per il ciclismo?
“Tardi, quando già ero in Italia. Io sono nato e cresciuto a Urubamba (a quasi 3mila metri d’altitudine, ndr) e non avevo tanto tempo dopo la scuola per fare sport perché dovevo eseguire dei piccoli lavoretti per sostenere i miei zii che mi mantenevano mentre i miei genitori erano in Italia a lavorare. La bicicletta? Ne avevo una simile alle BMX ma è durata due mesi. Nel 2002 io, mio fratello e le mie due sorelle abbiamo potuto ricongiungerci ai nostri genitori, che vivevano ad Agrate Brianza e avevano aperto una pizzeria d’asporto a Bellusco. Una decina d’anni fa, quindi, ci siamo trasferiti tutti a Sulbiate. Nel frattempo io studiavo all’Istituto alberghiero Olivetti di Monza e ogni tanto utilizzavo la bicicletta di mio fratello per girare in paese. Lui poi ha acquistato una mountain bike e ha iniziato a raccontarmi di come si divertiva a fare delle scampagnate, anche fino a Lecco. Un giorno gliel’ho chiesta in prestito e ho fatto la stessa cosa e alla fine mi sono detto: ‘Ma che bello’! Mi sono fatto comprare una bicicletta (la prima era un’ibrida e quando me l’hanno rubata l’ho comprata da corsa) ed è partita la mia grande avventura. Ho scoperto che con due ruote sotto i piedi si può fare tantissimo, come girare l’Italia. Durante le vacanze estive sono infatti andato fino in Sicilia il primo anno, fino in Puglia il secondo, nelle Dolomiti il terzo e ho girato la Croazia nel quarto”.

A un certo punto, però, sei passato dalla bicicletta da corsa alla mountain bike…
“Sì e nel 2015 ho iniziato anche a gareggiare per il Team Die Hard di Capriate San Gervasio ma con risultati non eclatanti. Nella mia categoria sono arrivato al massimo terzo in una corsa. La svolta c’è stata l’anno scorso quando ho provato l’ultracycling, le gare estreme di mountain bike. L’occasione è stata la decisione di prendermi una pausa di 6 mesi col lavoro, d’accordo con mio fratello col quale ho rilevato il locale dei miei genitori, tornati in Perù per aprire una pizzeria grazie all’esperienza italiana. In quei 6 mesi volevo girare per il mio Paese d’origine perché da bambino ero stato solo nella mia valle, ma casualmente ho scoperto che per luglio era stata organizzata la prima IncaDivide: 3.500 chilometri di strade sterrate peruviane da percorrere in mountain bike, con 63mila metri di dislivello da coprire in massimo 26 giorni, senza assistenza esterna. Ho preso coraggio e mi sono iscritto. Ho trascorso mesi ad allenarmi prima in Italia e poi in Perù e quando è stato il momento del via ho capito che potevo vincere solo se riuscivo a dormire poco, perché non sono molto veloce ma resistente. Beh, in 18 giorni di corsa sono stato in bicicletta per 16 giorni e 21 ore, anticipando il secondo classificato di 2 giorni e 17 ore… Al momento della vittoria e nei giorni successivi ho festeggiato, soprattutto coi miei genitori che mi hanno supportato anche economicamente, ma solo quando sono tornato in Italia 3 mesi dopo mi sono reso conto dell’impresa compiuta per via del grande riscontro mediatico ricevuto. Tra l’altro la società BikingMan mi ha insignito del titolo di Ambassador”.

Una vittoria tira l’altra e a febbraio è arrivata quella in Oman…
“Si trattava di mille chilometri nel deserto della Penisola arabica, con 9mila metri di dislivello da coprire al massimo in 5 giorni, sempre senza assistenza esterna. Ho impiegato 46 ore dormendo solo un’ora e mezza suddivisa in tre tranche di 20’, 10’ e un’ora. Lo scorso maggio, invece, ho mancato per poco più di un’ora il successo nella BikingMan Corsica, corsa di 700 chilometri, con 13mila metri di dislivello. Nell’isola francese il vincitore ha impiegato 30 ore per arrivare al traguardo. Queste due gare, assieme alla IncaDivide di luglio e alla BikingMan Taiwan di ottobre, compongono il Challenger, per cui dovrò cercare di rivincere in Perù e pure in Asia per aggiudicarmi il trofeo, una sorta di Coppa del mondo dell’ultracycling. Sulle Ande sarà più difficile dell’anno scorso per via della concorrenza maggiore, anche italiana. Sarà mio rivale il fortissimo piemontese Nico Valsesia”.

Cosa ti piace di più della mountain bike e dell’ultracycling?
“Della mountain bike la libertà di poter andare fuori strada, di immergersi nella natura e di vedere paesaggi incredibili in successione molto rapida. Dell’ultracycling lo spirito d’avventura, la sensazione di gareggiare per qualcosa di unico e la sfida ai propri limiti”.

Hai altri hobby?
“Mi piace la street art, disegnare sui muri, ma ormai non ho più tempo per quello svago”.

Oltre a vincere le prossime due gare mondiali hai altri obiettivi sportivi che vuoi raggiungere?
“Sì, partecipare alla RAAM, Race Across America, la gara di ultracycling più massacrante tra quelle dove è consentita l’assistenza esterna. Si tratta di andare da una costa all’altra degli Stati Uniti in mountain bike. Il mio sogno sarà coronato l’anno prossimo grazie ad alcuni sponsor, ma se ne arrivassero altri sarebbe meglio e potrei partecipare ad altre gare”.

A proposito di sogni, cosa speri per la tua vita?
“Vorrei vivere di ciclismo, magari portando turisti a escursioni estreme sia in Europa che in Perù”.

Ma ti senti più peruviano o più italiano?
“Anche l’Italia ormai è casa mia. In questi ultimi 12 mesi ho notato che quando sono in Perù da qualche mese, mi viene voglia di tornare in Brianza e quando sono qua da un po’, mi viene la voglia di tornare sulle Ande”.

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Camillo Chiarino
Monzese da sempre, ma frequento assiduamente la Brianza perché amo la quiete e la natura. In particolare adoro la Valsesia, la terra dei miei antenati paterni. Giornalista professionista "tuttologo", mi piace scrivere in particolare di politica e sport. Sono tifoso di tutte le squadre cittadine di qualsiasi disciplina e seguo da vicino le partite del Monza 1912, del Monza Roller 2017, del Gi Group Team Monza e del Saugella Team Monza. A proposito di pallavolo, l’ho praticata per 17 anni in società della zona, ma quando capita non mi tiro indietro a giocare a nulla, soprattutto se l’invito arriva da una esponente del gentil sesso… Mi piace molto navigare in internet, visitare mostre e monumenti e assistere a concerti, in particolare di musica folk e celtica.


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