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Pedemontana, la denuncia delle associazioni: "Inutile, da fermare subito"

Pedemontana, la denuncia delle associazioni: “Inutile, da fermare subito”

5 Febbraio 2018

«Di fronte a Pedemontana i nostri sindaci sono sempre stati proni, rabboniti con la promessa degli 80 milioni di euro di compensazioni ambientali, anche se non abbiamo ancora visto nemmeno un metro di pista ciclabile. Addirittura è successo che all’ultimo ci negassero le sale pubbliche per gli incontri, con la motivazione che “avremmo fatto politica”».
L’accusa è di Stefano Colombo, dell’associazione Noi per Cesano, e arriva nel bel mezzo dell’incontro organizzato insieme al coordinamento No Pedemontana venerdì 2 febbraio a Seveso. Dopo gli interventi di Roberto Cuda, curatore di “Grandi opere contro democrazia”, e di Marco Caldiroli, di Medicina democratica, Colombo ha dato voce all’amara consapevolezza di molti cittadini che, preoccupati dell’impatto che l’autostrada potrebbe avere sul territorio, si sentono anche abbandonati dalle istituzioni.

Un parere condiviso anche da Giorgio Garofalo, che venerdì era presente tra il pubblico nella doppia veste di presidente del consiglio comunale di Seveso e di candidato consigliere alle elezioni regionali per Liberi e Uguali. Unico rappresentante delle istituzioni insieme all’assessore desiano Giovanni Dario Borgonovo, da sempre critico sul tema Pedemontana, Garofalo ha ribadito, come cittadino e come politico, la sua contrarietà al progetto: «Ho sempre ritenuto importante partecipare a questi incontri, non solo perché l’argomento mi sta a cuore, ma perché credo che la presenza delle istituzioni sia doverosa – ha premesso -. Pedemontana è inutile e dannosa, da fermare subito: ma sono convinto che, se ne hanno l’occasione, i sindaci debbano partecipare ai tavoli di lavoro – ha precisato -. Non per accettare tutto quello che gli viene proposto: per difendere il proprio territorio, facendo valere i diritti dei propri cittadini».

Diritti che, sostengono le associazioni, sono stati trascurati. Se anche il piano originario di Pedemontana, che prevedeva lo sbancamento del Bosco delle Querce, è stato modificato, resta tuttavia l’incognita della bonifica dei territori contaminati dalla diossina dell’incidente Icmesa del 1976, che, riferisce Alberto Colombo di Insieme in rete, sono in corso di analisi in base alla destinazione d’uso per valutare la bonifica da effettuare. «Il mostro non è affatto sconfitto – afferma Davide Biggi, di NoPedemontana -. Gli intoppi sono tanti: il project financing si sta rivelando fasullo, siamo abbandonati da quasi tutte le amministrazioni locali (il “quasi”, accompagnato da un sorriso in direzione di Borgonovo, sembra sollevare dall’accusa il comune di Desio, ndr). Soprattutto, c’è un problema di volontà politica: bisognerebbe riuscire a costruirne una contraria a quella dominante, ma è impossibile con i sindaci che credono ancora che questo sia il progresso». D’altra parte le associazioni contro Pedemontana sono nate proprio per questo: dare voce a cittadini che non si sentivano abbastanza rappresentati dalle istituzioni. «Dopo 10 anni, però, ora l’attenzione sta calando perché il problema sembra risolto, con Pedemontana bloccata allo svincolo per Lentate – sostiene ancora Stefano Colombo -. Ma non è vero che l’attività è ferma, anzi: sta diventando sempre più assurda e incomprensibile». «Se anche per adesso la situazione è ferma, probabilmente Pedemontana andrà avanti – ammonisce Cuda -: la Bei (Banca europea per gli investimenti) sembra abbastanza orientata a mettere i soldi. Ma ovviamente dipende anche dalle elezioni e da chi ci sarà in Regione. La patata bollente è in mano ai finanziamenti pubblici, poi le banche seguiranno a ruota». I due principali candidati al ruolo di governatore lombardo, per esempio, sembrano voler proseguire con Pedemontana: non solo Attilio Fontana (Lega), che realizzerebbe così il progetto fortemente voluto dall’attuale presidente, Roberto Maroni, ma anche Giorgio Gori (Pd), che vorrebbe completarla quasi del tutto, fino a Vimercate.

Forse perché, in Italia, autostrada è ancora sinonimo di progresso. «Sembra che alle grandi opere venga agganciato il rilancio del nostro Paese, come succedeva negli anni 50, quando l’Italia cresceva a livelli cinesi – ragiona Cuda -. Il mondo, però, è cambiato, e ci sono altre infrastrutture su cui bisognerebbe investire: penso alle scuole, o alle esigenze di persone con disabilità. Invece sembra che non fare Pedemontana sarebbe un disastro, quando in realtà è già costata più di 2 miliardi. E il conto è destinato a crescere: è un’operazione sbagliata che sta sgretolando pezzi di economia pubblica che funzionavano bene, come la stessa Serravalle». Cuda definisce le grandi opere “antidemocratiche” perché i piani di valutazione per realizzarle non sono mai né trasparenti, né accessibili, né comparabili: non solo, privilegiano sempre l’interesse di un privato a discapito della collettività. Una visione confermata dall’intervento di Caldiroli, dedicato all’utilizzo non regolamentato dei rifiuti nelle massicciate delle autostrade, in particolare BreBeMi e Val d’Astico. E se con Pedemontana dovessero arrivare anche le “Pedemontagne”, le colline di materiale ricavato dagli scavi che circonderebbero il tracciato, chi vigilerebbe sugli eventuali rifiuti che potrebbero finirci dentro? La domanda, posta da alcuni partecipanti, resta drammaticamente senza risposta. Ma le associazioni si dicono, ancora una volta, pronte a combattere.

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Giulia Santambrogio
Inseguo le storie sin da quando ero bambina: per farmele raccontare, per leggerle, e, ovviamente, per scriverle. Su MBNews, però, mi occupo di fatti.


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