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Canali. C'è l'accordo, ma per i sindacati il problema è più grave

Canali. C’è l’accordo, ma per i sindacati il problema è più grave

20 Dicembre 2017

Un Natale felice a metà quello per le 134 lavoratrici dell’azienda Canali, divisione Eraclon, che hanno concluso la loro battaglia contro la procedura di licenziamento ottenendo una “buona uscita” che ha soddisfatto le loro aspettative ma che ha lasciato comunque l’amarezza di un non avere più un impiego. Dopo una lunga trattativa, infatti, lunedì mattina è stato trovato l’accordo tra azienda, sindacati e lavoratrici: 25mila euro lordi alle dipendenti che aderiranno volontariamente al progetto di out-placement come attività di supporto alla ricollocazione professionale; 5mila euro lordi andranno alle lavoratrici che decideranno di accettare la proposta di ricollocazione nello stabilimento Canali delle Marche (solo 1 su 134 ha dato la propria disponibilità) e, infine, 30mila gli euro offerti a chi invece non sceglierà nessuna delle due opzioni precedenti.

“Non ci aspettavamo un risultato così – ci dice Carla Fumagalli, portavoce delle lavoratrici, Rsu Femca Cisl – anche perché la loro proposta iniziale ammontava ad una cifra che corrispondeva a meno della metà di quella ottenuta. Abbiamo raggiunto un buon risultato economico, anche se i problemi dei posti di lavoro rimangono.” Insomma, le lavoratrici Canali si fanno forza e cercano di vedere il bicchiere mezzo pieno anche se per molte di loro, madri di famiglia, un nuovo inserimento nel mondo del lavoro non sarà certo semplice, visto anche il difficile periodo di crisi che sta colpendo il nostro Paese oramai da anni. E a sottolineare questa difficoltà è proprio Carla Fumagalli: “Ho iniziato a lavorare nello stabilimento di Carate che ero una ragazzina – ricorda – io non ho mai fatto un colloquio in vita mia, non ho un curriculum vitae con delle esperienze e soprattutto questo è l’unico lavoro che so fare perché ho sempre fatto questo. Sono specializzata in questo”.  E come lei, la situazione si ripete per molte altre. Per questo l’azienda ha deciso di proporre un percorso di out-placement, un modo – forse – per non abbandonare queste 134 donne in cerca di lavoro. “E’ finita – conclude Fumagalli – è stata una pena, ma almeno è finita”.

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Sindacati: il tessuto produttivo è a rischio

Si dice soddisfatto della conclusione anche Tiziano Cogliati, sindacalista che ha seguito l’intera vicenda ed è sempre stato al fianco delle 134 dipendenti: “la buona uscita economica ha soddisfatto le nostre aspettative, ma il problema, grave, rimane un altro – afferma – la Canali era un’azienda in salute con un utile e un fatturato positivo. La decisione della chiusura ancora ci lascia perplessi. Il tessuto produttivo del territorio è a rischio se aziende che hanno lavoro e stanno bene cominciano a chiudere – continua – lo stabilimento di Carate non è il primo caso. Su tutte le pagine della cronaca anche la vicenda della K-Flex che ha chiuso, lasciando a casa più di 180 operai, con un utile di 9milioni di euro. Di questo passo ci troveremo tutti a lavorare al supermercato! Bisogna fare qualcosa per evitare di andare alla deriva”.

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Melissa Ceccon
Laureata in Lingue e Letterature Straniere alla Cattolica di Milano. Mamma e moglie. Scrivo sempre e da sempre: nel 2008, il mio primo articolo di cronaca locale. Da allora, non ho più smesso. Sul web racconto anche di libri e di mamme. Nella mia borsa non mancano mai: un romanzo, una penna, un blocco per gli appunti e lo smartphone per catturare immagini e video delle notizie più interessanti.


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