“Vergogna”, da Carate l’urlo di rabbia delle lavoratrici Canali spa

“Vergogna”, da Carate l’urlo di rabbia delle lavoratrici Canali spa

Rabbia e tanta delusione, sono questi i sentimenti predominanti delle 134 dipendenti dell’azienda Canali che questa mattina, davanti ai cancelli dello stabilimento di Carate Brianza, hanno iniziato la loro lotta sindacale. Un unico urlo: “vergogna”. Fanno fatica a trattenere le lacrime le donne che abbiamo intervistato questa mattina, donne che hanno passato gran parte della loro vita, facendo molti sacrifici, all’interno di quelle mura.

Carla Fumagalli, per esempio, ha mosso i suoi primi passi come cucitrice per capi spalla proprio lì dentro: “avevo 15 anni quando ho iniziato – ci dice, visibilmente scossa – ho fatto mille sacrifici, ho rinunciato agli inserimenti a scuola dei mie figli per essere sempre presente, ho sempre lavorato anche il sabato per fare la manutenzione delle macchine. Ho dato tutto, e cosa ricevo in cambio? Niente, solo due righe scritte dove mi si dice che sarà licenziata. Che tutte noi saremo licenziate, senza un perché e senza un preavviso. Come mi sento oggi? Estremamente delusa”. Ma è lontano dalla videocamera che escono le storie più vere, quella per esempio, di una lavoratrice che ci dice in lacrime: “sono qui per la mia dignità ma ho la rabbia nel cuore – ci confessa – sono state licenziate donne malate, hanno preso una decisione senza alcun rispetto per le persone che hanno dato tutto per questo lavoro”. E infatti, è proprio Davide Martinelli, sindacalista, che ci conferma quanto fossero dure le condizioni di lavoro all’interno della Canali spa: “a detta delle donne che lavorano dentro lo stabilimento – commenta – ci è stato detto che le condizioni di lavoro sono molte dure e serrate: quasi la metà di loro, oggi, se ne vanno a casa portandosi dietro anche malattie professionali come tunnel carpali”.

Nonostante l’incontro di ieri mattina in Confindustria, durante il quale i rappresentanti sindacali hanno chiesto l’immediato ritiro della procedura di licenziamento, la Canali ha deciso di proseguire sulla sua strada senza rilasciare commenti aggiunti. Alle lavoratrici, però, è stata consegnata una lettera, subito dopo l’incontro, in cui si legge: “L’azienda  ha ribadito la volontà di chiudere il reparto e ha altresì confermato la disponibilità a discutere interventi, anche di natura economica, a favore dei lavoratori”. Ed è proprio questa promessa di incentivo che ha convinto, questa mattina, molte lavoratrice ad entrare comunque in azienda per svolgere regolarmente le proprie ore di lavoro.

I numeri dell’azienda

La Canali spa, come molte aziende del settore, ha pagato (e paga tutt’ora) la dura crisi economica che dal 2008 ha costretto molte imprese a chiudere. Dal 2015, infatti, i dipendenti dello stabilimento di Carate Brianza, erano già stato dimezzato del 50% (le lavoratrici erano più di 200). L’anno successivo, invece, l’azienda in accordo con i rappresentati sindacali, aveva optato per il Contratto di Solidarietà (scaduto lo scorso 18 settembre) e che ha visto l’uscita di 75 operaie facendo “spendere” all’azienda circa 1milione e mezzo di euro (per ognuna di loro è stato calcolato mille euro per ogni anno di lavoro, per un totale di media di 20-25mila euro di buona uscita per ogni donna). Le restati lavoratrici, invece, si sono viste ridurre le ore di lavoro: “tenendo conto che prendiamo uno stipendio che arriva a malapena a 1.100 euro lordi mensili – ci spiega una delle dipendenti durante la protesta fuori dai cancelli – capisce che lavorare part-time è comunque un grandissimo sacrificio a livello economico. Molte di noi hanno i mariti già in pensione, mutui e macchine da pagare e figli da crescere”. I dirigenti aziendali, anche durante l’incontro di martedì mattina con i sindacati, non hanno voluto aggiungere commenti alla situazione. Ufficiosamente, però, la motivazione della chiusura del reparto caratese, di produzione e confezionamento capospalla per la nota sartoria, è proprio la mancanza di lavoro. Eppure, i numeri lasciavano ben sperare, come ci dice Davide Martinelli: “Il fatturato annuo della Canali è di circa 150milioni di euro – afferma – l’utile registrato l’anno scorso è di oltre 8milioni di euro, il peggiore di sempre, ma comunque un numero importante, con un margine operativo lordo del 15%”. Una brutta situazione, quindi, sia per le 134 lavoratrici che oggi si dicono disperate e senza la possibilità di costruire un nuovo futuro lavorativo, sia per la Canali che comunque, con questa scelta che ha catturato l’attenzione di media e politici, ha creato una brutta crepa nella sua immagine di alta sartoria (Barack Obama e Dastin Hoffman, per esempio, sono stati clienti Canali).

Scende in campo il Movimento 5 Stelle

Questa mattina, durante il presidio sindacale, è arrivato anche Davide Tripiedi, parlamentare che ha parlato a tutte le lavoratrici presenti allo sciopero: “uniamoci e scriviamo una lettera alla Boldrini – dice alle lavoratrice – portiamo il vostro dramma a Roma perché non potete restare sole”. Insomma, la promessa del movimento pantastellato è stata mantenuta: sono scesi in campo per aiutare le 134 lavoratrici e già ieri nel pomeriggio, il consigliere regionale Gianmarco Corbetta aveva emesso un comunicato stampa: “Regione Lombardia non può restare con le mani in mano di fronte a un licenziamento di questa portata, stiamo parlando di decine famiglie che avevano già dovuto fare il sacrificio di rivedere le loro condizioni contrattuali – afferma – la Regione deve fare di tutto per cercare di mantenere i livelli occupazionali e scongiurare la chiusura dello stabilimento mettendo in campo tutti gli strumenti di cui dispone. E’ prioritario essere al fianco dei lavoratori con l’obiettivo di salvaguardare i posti di lavoro”.

I prossimi passi

Il presidio di oggi è ancora in corso, le lavoratrici rimarranno fuori dai cancelli fino al tardo pomeriggio ( cliccate qui per vedere la diretta). La speranza, sia delle dipendenti che dei sindacalisti, è appunto quella di convincere l’azienda a ritirare immediatamente la procedura. Intanto, l’appuntamento è per mercoledì prossimo in cui i rappresentati CGIL e CISL si riuniranno nuovamente attorno ad un tavolo di confronto insieme ai dirigenti aziendali, che comunque si sono detti più che disponibili a nuovi incontri, ma la speranza, ovviamente, è che lo sciopero di oggi possa cambiare il futuro dello stabilimento di Carate Brianza (che verrà definitivamente chiuso dal 1 gennaio 2018). Se così non fosse, è già previsto un nuovo presidio davanti alla sede principale di Sovico. 

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Su Melissa Ceccon

Laureata in Lingue e Letterature Straniere alla Cattolica di Milano. Mamma e moglie. Scrivo sempre e da sempre: nel 2008, il mio primo articolo di cronaca locale. Da allora, non ho più smesso. Sul web racconto anche di libri e di mamme. Nella mia borsa non mancano mai: un romanzo, una penna, un blocco per gli appunti e lo smartphone per catturare immagini e video delle notizie più interessanti.