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Seveso e la diossina, 41 anni dopo

Seveso e la diossina, 41 anni dopo

10 Luglio 2017

Chi ci abita lo sa: basta dire “Seveso” per essere associati a una delle catastrofi ambientali più gravi di sempre. Almeno in Europa, dove “Seveso” è il nome della direttiva del 1982 che chiede di identificare gli stabilimenti a rischio per prevenire incidenti industriali: perché “Seveso” vuol dire diossina da ormai 41 anni.

Il 10 luglio 1976 il surriscaldamento di un reattore dell’Icmesa, un’azienda chimica di Meda, causò una fuoriuscita di diossina che contaminò più di 1.800 ettari di terreno, colpendo in modo grave soprattutto Seveso (oltre Cesano Maderno, Desio e la stessa Meda). Le conseguenze furono terribili: centinaia di casi di cloracne e 700 sfollati che per più di un anno furono allontanati dalle loro case e alloggiati in hotel. All’epoca si parlò molto anche del dramma delle donne in gravidanza: non si sapeva quale effetto la diossina avrebbe potuto avere sul feto. Per questo il governo Andreotti autorizzò l’aborto terapeutico per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta: una decisione che fece scandalo in una zona tipicamente conservatrice e cattolica, tradizionalmente governata da sindaci di Democrazia cristiana (mancavano ancora due anni al referendum che avrebbe reso legale l’interruzione volontaria di gravidanza). La reale portata degli effetti della contaminazione, d’altra parte, è incerta ancora oggi: nel 2008 uno studio ha collegato alla diossina l’aumento delle malformazioni neonatali nell’area di Seveso, mentre sono controversi i dati che farebbero risalire alla catastrofe del 1976 un aumento di tumori nella zona.

L’ICMESA – Le Industrie Chimiche Meridionali SA si trovavano a Meda dalla fine degli anni 40: l’industria chimica si occupava della produzione di farmaceutici ed era stata acquisita dal gruppo La Roche nei primi anni 60. La cronaca locale parla di rapporti difficili tra la fabbrica e gli abitanti della zona, che negli anni avevano denunciato gli scarichi nel torrente Certesa, gli odori sgradevoli e le esalazioni che in almeno un caso documentato avevano intossicato del bestiame: nulla di paragonabile, comunque, con quel che avvenne “quel caldo sabato di luglio”.

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DALL’INCIDENTE ALLA BONIFICA – Alle 12.37 di sabato 10 luglio 1976 il sistema di controllo di un reattore chimico andò in avaria, probabilmente per l’interruzione non regolamentare del ciclo di produzione di triclofenolo. La temperatura salì oltre i limiti, innescando una reazione che portò alla formazione di diossina Tcdd, una delle più tossiche e pericolose, che venne trasportata dal vento verso sud-est, investendo per primo il comune di Seveso e disperdendo circa 400 kg di prodotti di reazione e reattivi. Il sindaco di Seveso Francesco Rocca venne avvisato solo il giorno successivo: passarono 5 giorni prima che i sindaci di Seveso e Meda emettessero le prime ordinanze a tutela della salute. Nel frattempo c’erano già stati i primi casi di cloracne, e la nube tossica aveva ucciso molte piante e diversi animali di piccola taglia: quando si decise di agire, la contaminazione era già avvenuta. L’area territoriale che circondava l’Icmesa fu suddivisa in tre zone in base al quantitativo di diossina presente nel terreno: dopo due settimane dall’incidente venne imposto lo sfollamento della zona A, la più inquinata, mentre nelle zone B e R, meno contaminate, fu vietato di coltivare i campi o allevare bestiame. Il processo di bonifica fu lento e complesso: fu necessario asportare il terreno della zona A fino a mezzo metro, ma solo nel 1981 furono costruite due vasche impermeabilizzate dove racchiudere il materiale contaminato, una a Meda e una a Seveso, monitorate ancora oggi per evitare contaminazioni. La zona A fu poi ricoperta di terra nuova, proveniente da zone non inquinate, e vennero piantati gli alberi che hanno dato origine al Bosco delle Querce, l’oasi naturale simbolo della vittoria dell’ambiente sull’avvelenamento delle risorse causato dall’uomo. Proprio il Bosco delle Querce custodisce sotto una delle sue colline artificiali la vasca di laminazione più grande, dove è conservato il materiale contaminato di 41 anni fa. Fu molto più rapida e semplice, in un certo senso, la questione dei risarcimenti: nel 1980 il gruppo Givaudan-Roche e il presidente di Regione Lombardia Giuseppe Guzzetti si accordarono per un risarcimento di 103 miliardi e 634 milioni di lire: 7 miliardi e mezzo andarono allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione, 47 ai programmi di nonifica e 23 destinati alla sperimentazione. I danni subiti dai privati furono invece liquidati nel giro di tre anni, per un totale di 200 miliardi di lire.

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IL PRESENTE TRA MEMORIA E FUTURO – Oggi l’Icmesa non esiste più: della fabbrica dei veleni resta solo un muro. Il nome “Icmesa” vive ancora, però, in quello della via dove si trovava lo stabilimento, e dove sono state costruite delle piscine e un centro sportivo. E la diossina continua a fare paura, minacciando un territorio che è stato in parte bonificato, ma che non sarà mai possibile ripulire del tutto. A ricordarlo, in un paese che sembrava aver scelto di dimenticare, è stata paradossalmente un’altra minaccia ambientale, quella di un’autostrada: la contestatissima Pedemontana. Il progetto originario prevedeva infatti che il tracciato autostradale passasse sul Bosco delle Querce: una manovra che non solo avrebbe cancellato un’area verde importante, ma che avrebbe anche rischiato di causare una nuova catastrofe diossina, riportando alla luce il materiale contaminato del 76. Modificato il progetto su pressione degli ambientalisti, primi fra tutti quelli di Insieme in rete, il nuovo tracciato richiedeva comunque degli accertamenti, come evidenziato dal Cipe, perché avrebbe attraversato i comuni toccati dal disastro Icmesa. Nessuno si è potuto dire davvero sorpreso quando i carotaggi della scorsa estate hanno dimostrato che il terreno dove sarebbe dovuta passare Pedemontana contiene quantitativi di diossina superiori al limite consentito: per proseguire con il cantiere, la società avrebbe dovuto provvedere alla bonifica, che si preannunciava costosa e complessa. Schiacciata dai debiti e abbandonata dagli azionisti, Pedemontana (forse) sta fallendo: ma fino a quando non sarà stata pronunciata ufficialmente la parola fine, l’autostrada continua a minacciare il fantasma di una seconda contaminazione ambientale, a quasi mezzo secolo di distanza. Perché la diossina, come il mostro di un romanzo di Stephen King, non muore mai: può solo nascondersi sotto terra, in attesa che qualcuno la risvegli.

Nell’articolo, foto d’epoca tratte da www.boscodellequerce.it

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Giulia Santambrogio
Inseguo le storie sin da quando ero bambina: per farmele raccontare, per leggerle, e, ovviamente, per scriverle. Su MBNews, però, mi occupo di fatti.


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