I-Days Festival, al Parco di Monza tutta l’emozione dei Radiohead

I-Days  Festival, al Parco di Monza tutta l'emozione dei Radiohead

Se i grandi artisti si vedono anche nella loro capacità di continuare a stupirsi, Thom Yorke, leader dei Radiohead, è sicuramente sulla buona strada. Perché al concerto all’I-Days festival, al Parco di Monza, il cantante della band inglese è sembrato sinceramente emozionato e meravigliato dall’affetto dei 55mila fan. Con l’animo simile a quello di un bambino di fronte ad una bella sorpresa, Thom e i suoi Radiohead, che dovrebbero essere abituati al successo dopo più di 30 milioni di album venduti ed una carriera iniziata nel 1985, non volevano più staccarsi dal proprio pubblico. Accorso da tutta Italia e dall’estero per gustarsi, nel capoluogo della Brianza, il ritorno dei Radiohead nel nostro Paese. Dove mancavano dal 2012. Thom, perfino quando gli altri membri del gruppo, i fratelli Jonny e Colin Greewood, Ed O’Brien e Philip Selway, stavano già salutando, continuava a cantare, accompagnato dalla sua chitarra, il verso finale dell’ultima canzone in scaletta (clicca qui“Karma Police”. Probabilmente la canzone più amata della band inglese di alternative rock. Proprio uno dei pezzi portanti dell’album più conosciuto dei Radiohead, “Ok Computer”, che quest’anno festeggia il ventennale e si accinge ad uscire in una nuova edizione.

Alla fine Thom, dopo due ore e un quarto di un concerto iniziato qualche minuto prima dell’orario fissato, si è dovuto rassegnare a lasciare il palco del Parco di Monza. Per tutta la serata, però, il leader della band originaria dell’Oxfordshire ha provato a ricambiare l’affetto delle migliaia di persone assiepate sul prato della Gerascia, ormai diventato luogo di elezione per i grandi eventi musicali nella città di Teodolinda. Così l’ormai quasi 50enne Thom, capelli raccolti in una sorta di codino e barba incolta, si è rivolto ai fan sempre in italiano. Ha perfino fatto inserire alcuni secondi di radiocronaca di un derby Inter-Milan all’inizio ed alla fine di “The National anthem”. E il pubblico, nonostante la pronuncia incerta e qualche parola incomprensibile, ha mostrato di apprezzare lo sforzo di Yorke di essere ‘italiano’. Soprattutto quando il cantante dei Radiohead, nel finale, ha prima definito i fan “pazzi” e, poi, sempre nella lingua di Dante, li ha ringraziati per la bella serata. Come se non bastasse questa corrispondenza di amorosi sensi, come direbbe un altro must della lingua italiana, il poeta Ugo Foscolo, per i 55mila del parco di Monza è arrivata anche la ciliegina sulla torta. Ascoltare dal vivo “Creep”, il primo singolo di successo, datato 1992, della band inglese. Una canzone, inizialmente giudicata troppo deprimente dalla critica musicale, che i Radiohead tendono a non eseguire quasi più nei concerti. Ed, infatti, anche a Firenze, dove si sono esibiti il 14 giugno, non l’hanno inserita in scaletta. A Monza, invece, Creep è stata inserita in un crescendo finale di emozioni composto da hit indimenticabili come No surprises, 2+2=5, Fake plastic trees. E, giusto prima della breve pausa per il primo bis, era toccato a “Paranoid android” riscaldare gli animi dei fan.

Il concerto dell’I-Days festival ha segnato il ritorno dei Radiohead a Monza. Gli ex cinque compagni di università di Oxford, infatti, erano già stati nel capoluogo della Brianza nel 2000, proprio a giugno. Esattamente 17 anni fa, però, si erano dovuti “accontentare” di un pubblico molto più ridotto, 2500 persone sul prato della Villa Reale. Qualcuno di quei giovani di allora, ormai raggiunta l’età della maturità, c’era anche questa volta. Magari con addosso una maglietta dei Radiohead. Chissà se, chili e fisico permettendo, quella di 17 anni fa. O quella del tour 2017 della band inglese, iniziato lo scorso anno con l’uscita dell’ultimo album “A Moon Shaped Pool”. Sicuramente, di tempo, dal 2000 ne è passato. E, forse, Thom e compagni hanno perso un po’ dell’inventiva e della capacità di sperimentazione degli inizi. In compenso, però, hanno acquisito una maggiore consapevolezza. E, forse, anche una certa tranquillità. Che, in parte, mette in secondo piano i tormenti esistenziali tipici dei testi e della loro musica migliori. Una nuova condizione che sembra trasparire anche nell’atteggiamento di Yorke sul palco di Monza. La voce è sempre in grado di produrre vette inarrivabili ai comuni mortali. C’è, però, anche una voglia nuova di coinvolgere il pubblico con movimenti e contorsioni quasi in stato di trance. Il tutto con un fare scherzoso, che il cantante dei Radiohead non aveva in passato.

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Nell’attesa di capire quali saranno i prossimi approdi della band di Oxford, all’I-Days festival l’Inghilterra ha messo in mostra altri spunti musicali interessanti. Sotto un sole cocente ed un caldo solo parzialmente allietato da un cannone spara-acqua nell’area pit, chi ha voluto essere presente al Parco di Monza ha potuto assistere alla buona performance di Michael Kiwanuka. Il 30enne cantante londinese, faccia da bravo ragazzo ed origine ugandese, ha convinto con le canzoni del suo secondo album, “Love & Hate”. Ed una voce che ricorda, a tratti, quella di Bob Marley e Ben Harper. Unico neo, non aver eseguito dal vivo “Home Again”, il suo successo più apprezzato. Ci si aspettava, forse, qualcosa di meglio dall’altro londinese di giornata, James Blake, stella della musica dance elettronica. Che, non abituato a palcoscenici così numerosi, si è inceppato un paio di volte durante la sua esibizione. Ed ha dovuto, perfino, riprendere daccapo un paio di canzoni. Il lungo pomeriggio era iniziato già alcune ore prima. Era toccato a due gruppi italiani, i Santa Margaret e gli ex-Otago, combattere contro la temperatura rovente. In una giornata, comunque, filata liscia anche sul fronte della sicurezza. E, così, dopo i Green Day e i Radiohead, oggi l’I-Days festival vivrà il momento più atteso. Al Parco di Monza saranno in scena, uno dietro l’altro, i Sum 41, i Blink 182 e i Linkin Park. Musica soprattutto per le orecchie degli amanti del punk e del metal.

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Su Filippo Panza

Sono nato nel 1980, anno di grandi eventi sportivi (Olimpiadi di Mosca, Europei di calcio), attentati terroristici (strage di Bologna), terremoti (Irpinia) e misteri ancora irrisolti (Ustica). Ma anche di libri (Il nome della Rosa) e film (Shining), che hanno fatto epoca. Con tanta carne a cuocere, forse era scritto nel mio destino che la curiosità sarebbe stato il motore della mia vita. E così da Benevento, la città che mi ha dato i natali, la passione per la conoscenza e la verità, declinate nel giornalismo, mi ha portato in giro per l’Italia. Da Salerno a Roma, da Napoli a Bologna, fino a Monza. Nel capoluogo della Brianza penso di aver trovato il luogo dove mettere la mia base (più o meno) definitiva e soddisfare la mia sete di scrittura, lettura, sport e tempo libero. Almeno fino a quando il richiamo di qualche Sirena, forse, non mi farà approdare ad altri lidi.