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Maria ha riaperto gli occhi, grazie San Gerardo

Maria ha riaperto gli occhi, grazie San Gerardo

8 Febbraio 2017

L’esperienza della Terapia Intensiva, il coma, le operazioni. Poi la bella notizia: Maria ha riaperto gli occhi. E con la semplicità di una bimba di 7 anni, in occasione del Natale ha inviato un biglietto agli “angeli” che l’hanno salvata e agli altri pazienti ricoverati come lei tra la vita e la morte.

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“Ciao, io mi chiamo Maria e vi voglio dire una cosa, dovete essere dei guerrieri. Spero che stiate meglio e che torniate a stare con i vostri amici. Vi saluto sia grandi e piccoli. Siete dei guerrieri. E un grande bacio a tutti gli angeli che lavorano lì”. Una sera di gennaio dell’anno scorso, un impatto ad alta velocità spezza in pochi istanti una famiglia normale. Maria e la sua mamma vengono travolte da un’auto proprio sotto casa, di fronte ai citofoni. In casa c’è la sorella maggiore. A quel citofono suona qualcun altro e la catapulta per prima nell’incubo dell’incidente. Impossibile capire cosa succede in quel momento: è un black out totale, ci sono solo i lampi dei mezzi di soccorso a fare luce. Maria viene portata al San Gerardo e ricoverata in gravi condizioni: un grave trauma cranico, contusioni polmonari, fratture e una emorragia interna mettono a dura prova il corpicino della bimba.

È l’equipe medico-infermieristica del Trauma Center che assiste la piccola Maria sin dall’inizio a lottare come un guerriero per lei. Le condizioni sono critiche, Maria viene sottoposta a una terapia medica e neurochirurgica estrema. Il papà con il fiato sospeso insegue giorno dopo giorno la speranza di poter vedere sorridere di nuovo la sua bambina. Le parole dei medici spesso sono difficili da accettare, dicono cose che si non vorrebbero mai sentire. Ma le parole dure sono sempre seguite da parole di conforto, sostegno. Perché anche i dottori e gli infermieri di un reparto di Terapia Intensiva sotto la corazza che indossano insieme alla divisa sono padri e madri, figli, fratelli e sorelle. È difficile non immedesimarsi nell’incubo delle famiglie degli assistiti. È difficile attendere pazientemente, con razionalità clinica, un miglioramento che tarda a manifestarsi. È sempre più difficile combattere la lotta quotidiana quando nel letto c’è un bambino. san-gerardo-monza-2

Ma con il passare dei giorni, tra speranze e nuovi peggioramenti, anche quel corpicino ha lottato come un guerriero e alla fine Maria ha riaperto gli occhi. Ha seguito lo sguardo del papà, dei familiari e del personale sanitario. Dopo diciassette giorni, che sono sembrati un’eternità, Maria è stata trasferita in una struttura riabilitativa che la potesse accompagnare nel processo di guarigione. È andata via salutando tutti e tutti sono andati a salutarla. Il fratello manda un biglietto pochi giorni dopo al reparto: “… avete contribuito a ricostruire una famiglia. Grazie”.

Dopo meno di quindici giorni Maria torna per un nuovo intervento neurochirurgico: passa quattro giorni nello stesso reparto, ma questa volta è sveglia e ha voglia di parlare. Va via di nuovo in riabilitazione. Poi, un giorno di ottobre, Maria suona al citofono del reparto di Terapia Intensiva Neurochirurgica. È passata a salutare. C’è l’onnipresente papà: stringe la mano a tutti, medici, infermieri, agli operatori socio-sanitari, al personale che non aveva mai visto ma che ha lavorato per loro. Si commuove, non la smette di ringraziare. La mamma ha le lacrime agli occhi quando vede l’affetto del personale nei confronti della figlia e del marito.

È stata dura non essere uniti nell’affrontare un momento così buio della loro storia familiare. Andati via, la voce si sparge per il reparto al cambio turno: “Sai chi è venuta oggi? Maria, te la ricordi?”. Sui volti di tutti si apre un sorriso. Come dimenticare? Il duro lavoro è stato ripagato. Maria è tornata a scuola. Maria è tornata a fare zumba. La soddisfazione è enorme.

Spesso – sottolinea Giuseppe Foti, direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione – chi lavora in Terapia Intensiva, non conosce il finale della storia dei propri pazienti. Si lavora alacremente, si affronta la parte peggiore della malattia, ma una volta che la condizione clinica è stabilizzata, i pazienti vengono trasferiti nei reparti di degenza ordinaria e quindi alle riabilitazioni dove viene svolta una parte altrettanto rilevante del processo terapeutico: riportare alla normalità chi ha lottato fra la vita e la morte per settimane in un letto di Terapia Intensiva sedato, intubato, sottoposto spesso a plurimi interventi chirurgici multi specialistici, in totale dipendenza dalle macchine necessarie per sostenerne le funzioni vitali. Alla fine di tutto ciò, comunque, non esiste soddisfazione maggiore di quella di ricevere una lettera per Natale che si chiude con “…un grande bacio a tutti gli angeli che lavorano lì. Maria”.

Quella di Maria – sottolinea il Direttore Generale della ASST di Monza Matteo Stocco – è una delle tante storie che vengono affrontate ogni giorno dai nostri professionisti con tatto, passione, coinvolgimento ed esperienza. È grazie a loro se il San Gerardo è diventato un punto di riferimento regionale e nazionale per le situazioni più gravi”. Il Trauma Center del San Gerardo Di pazienti come Maria, politraumatizzati gravi, al San Gerardo se ne vedono centinaia l’anno, essendo uno dei sei Trauma Center che Regione Lombardia ha definito nel 2012.

Ma la vocazione del San Gerardo verso questi malati nasce molto prima, già nel 1997 quando un team dedicato, multi specialistico, ha stilato i primi protocolli di intervento condivisi di diagnosi e trattamento dei pazienti che hanno subito un trauma maggiore. Questi protocolli sono stati rivisti sulla base dell’esperienza passata, modificati e migliorati aggiungendo nuove procedure, quali ad esempio il protocollo di trasfusione massiva e l’integrazione delle procedure chirurgiche con quelle di radiologia interventistica che hanno migliorato di molto la capacità di cura. È stata addirittura stampata una versione tascabile del protocollo di modo che ogni specialista possa portarla con sé e consultarla in ogni momento.

Nel trauma, come in tutte le situazioni di emergenza, il tempo è vita e al San Gerardo si sono sviluppate procedure innovative che consentono ai pazienti più gravi l’accesso diretto alla sala operatoria consentendo l’inizio dell’intervento chirurgico salvavita in meno di 30 minuti. Per consentire un uso tempestivo e razionale della sala operatoria d’urgenza sono stati stabiliti dei codici colori di priorità in analogia a quanto accade in Pronto Soccorso ed è stata potenziata anche la disponibilità della sala operatoria aggiungendo una seduta al giorno per evitare ogni possibile ritardo e garantirne sempre la disponibilità.

Queste procedure innovative hanno ridotto a meno del 10% le occasioni in cui l’ospedale San Gerardo non è in grado di accogliere immediatamente le richieste di ricovero da parte del 118 per pazienti politraumatizzati.

Foto di repertorio

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