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Referendum, il consigliere MB Giorgio Garofalo (Pd) voterà no. Ecco perché

Referendum, il consigliere MB Giorgio Garofalo (Pd) voterà no. Ecco perché

1 Dicembre 2016

MBNews intervista in questi giorni precedenti al giorno del voto personalità note. Un viaggio tra chi è a favore e chi è contro.

Con il referendum costituzionale del 4 dicembre gli italiani sono chiamati a respingere o approvare la riforma Boschi-Renzi. I contenuti sono da mesi al centro del confronto e del dibattito sia dei partiti che degli esperti. Anche la Brianza si sta muovendo in tal senso, già da tempo si sono formati gli schieramenti del sì e del no, sono stati proposti dibattiti e convegni e tantissimi appuntamenti sono in programma proprio in questi giorni.

In sintesi: il Ddl, definitivamente approvato lo scorso aprile, prevede la fine del bicameralismo perfetto tramite una profonda riforma delle funzioni del Senato, la riduzione dell’autonomia delle regioni e una serie di interventi minori, come l’abolizione del Cnel.

A loro abbiamo posto sei domande. A partire da oggi e a seguire nelle prossime settimane pubblicheremo le loro risposte.

Giorgio Garofalo (Presidente del Consiglio comunale di Seveso, Consigliere provinciale e membro della Segreteria provinciale del Pd di Monza e Brianza), voterò “NO!” al referendum, ecco perché.

1) Il Parlamento e la fine del bicameralismo paritario. Un bene o un male?

In realtà, il bicameralismo paritario non viene superato, ma reso più confuso. Molte leggi, infatti, rimarranno “bicamerali”, contese tra Camera e Senato. Con l’ulteriore aggravante di una complicazione del sistema: si moltiplicano, infatti, i procedimenti legislativi; ossia, le modalità di creazione delle leggi. Il fronte del sì, inoltre, parla di un Senato delle autonomie. Magari fosse così! Questa è una riforma accentratrice del potere, pertanto i territori avranno meno voce in capitolo. Il nuovo Senato, depotenziato e svuotato di competenze, sarà composto da sindaci e consiglieri regionali nominati dai Consigli regionali che, qualora riuscissero a fare il doppio lavoro, nella migliore delle ipotesi rappresenterebbero solo se stessi. Molto più probabilmente, non avendo un mandato vincolante da parte delle Regioni, si esprimeranno in Senato come verrà loro indicato dalle segreterie di partito. Ma ve lo vedete il sindaco di una grande città fare anche il presidente della Città metropolitana e il Senatore? Non è umanamente possibile: svolgerebbe male tutti i suoi ruoli. Inoltre, il consigliere regionale o il sindaco che diventa senatore potrà godere dell’immunità parlamentare.

2) Cambieranno i poteri del Governo. La riforma porterà a una maggiore governabilità?

La governabilità non è data dalla riforma costituzionale, ma – solo in parte – dalla legge elettorale. Tuttavia, se si pretende di avere maggiore governabilità tramite un espediente matematico, si perde in partenza. Piuttosto, la vera necessità sta nel tornare ad occuparsi dei temi veri del Paese, ascoltando i bisogni sociali emergenti. Abbiamo bisogno di politiche di investimento che facciano ripartire il Paese. È una questione di qualità dell’azione politica, insomma. Altrimenti la tensione aumenterà fino a investire le istituzioni.

3) Quale impatto ha la riforma sul rapporto Stato-Regioni?

Le Regioni e i territori perdono molta della loro autonomia. E lo Stato, con la nuova clausola di supremazia, in linea teorica potrebbe scippare qualsiasi materia agli enti territoriali. Questa riforma, infatti, risponde a una logica di ri-accentramento del potere. Ma io non voglio abbandonare il sogno di un federalismo responsabile che sappia valorizzare il Paese più “ricco” e vario del mondo. Nel programma del Pd del 2013 scrivevamo così: «Riformuleremo un federalismo responsabile e bene ordinato che faccia delle autonomie un punto di forza dell’assetto democratico e unitario del Paese». Ecco, io non ho cambiato idea. Infine, vorrei far notare che, quando nel 2001 cambiammo il Titolo V della Costituzione spalancammo la porta a una serie di forti contenziosi tra Regioni e Stato risolti innanzi alla Corte costituzionale. Non vorrei oggi, dopo quindici anni di sentenze, rimettere in discussione un equilibrio giurisprudenziale acquisito con fatica.

4) La riforma porterà vantaggi economici?

È ormai chiaro a tutti che i risparmi ottenuti con la riforma sarebbero irrisori e, come se non bastasse, effettuati riducendo gli spazi di democrazia e partecipazione. Sarebbe stato molto meglio incidere sugli sprechi, sui privilegi diminuendo gli emolumenti, e sulle inefficienze. Il costo da eliminare è quello della cattiva politica, della corruzione e della burocrazia. Risparmiare sulle istituzioni, invece, significa ridurre la rappresentatività e indebolire il sistema democratico.

5) Nell’accoppiata Italicum e riforma costituzionale si ha uno spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo?

Anzitutto, bisognerebbe ammettere che l’Italicum ha forti profili di incostituzionalità. Le liste bloccate e il forte premio di maggioranza sono gli stessi elementi che hanno portato la Consulta a bocciare il cosiddetto Porcellum. L’Italicum, inoltre, permetterebbe a una minoranza di avere una maggioranza spropositata in Parlamento senza il necessario consenso sociale. È l’idea dell’uomo forte al comando, sintetizzata dall’espressione “capo della forza politica” che troviamo scritto in maniera così esplicita sia nella legge elettorale Italicum sia, guarda caso, nel Porcellum. Ritengo, inoltre, inaccettabili alcune forzature imposte al Presidente della Repubblica che dovrebbe rimanere una figura di garanzia. L’Italicum, infatti, prevede che i partiti debbano indicare il “capo” alla presentazione delle liste inducendo di fatto il Presidente della Repubblica a prendere atto dell’investitura diretta del Capo del Governo, cosa non prevista dal nostro sistema parlamentare.

6) Grazie all’introduzione del referendum propositivo e alle modifiche sul quorum referendario migliora la qualità della democrazia?

Capitolo della riforma a tinte fosche. Ci sono alcuni aspetti positivi, ma anche molte criticità. La partecipazione popolare non viene favorita. Le firme da raccogliere per una proposta di legge di iniziativa popolare passeranno da 50mila a 150mila. Il referendum propositivo viene effettivamente introdotto, ma ha le caratteristiche di una bella promessa che aspetta di essere realizzata (tramite una specifica legge attuativa che ne dovrà determinare le caratteristiche). Inoltre, in un quadro in cui il parlamento perde la sua centralità, gli istituti di democrazia diretta potrebbero alimentare un approccio alla politica di tipo leaderistico e plebiscitario.

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Giulia Santambrogio
Inseguo le storie sin da quando ero bambina: per farmele raccontare, per leggerle, e, ovviamente, per scriverle. Su MBNews, però, mi occupo di fatti.


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