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Post Brexit, i brianzoli 'inglesi' temono la sterlina debole: "Forse andremo via da qui!"

Post Brexit, i brianzoli ‘inglesi’ temono la sterlina debole: “Forse andremo via da qui!”

18 Ottobre 2016

Da quattro mesi uno spettro si aggira per l’Europa. Non è il comunismo, come nel famoso incipit del “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels. Ma la famigerata Brexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea. Lo scorso 23 giugno, infatti, gli inglesi hanno votato l’abbandono di Londra a Bruxelles. Nel referendum la voglia di ‘indipendenza’ ha prevalso con poco più di un milione di voti su chi, invece, preferiva restare nei confini comunitari. Da allora tanto è successo. Il premier inglese David Cameron si è dimesso. Una donna, Theresa May, è approdata a Downing Street, quasi 30 anni dopo Margaret Thatcher. Sono incominciati, per ora solo dietro le quinte, i negoziati tra Gran Bretagna ed Ue per concordare tempi e modalità dell’addio dei sudditi di sua Maestà. Ma, soprattutto, hanno avuto inizio le polemiche e i timori sulle conseguenze sociali ed economiche di questo storico cambiamento nella recente storia dell’Europa. In prima fila sulla linea di fuoco coloro che si sono trasferiti a Londra e dintorni da altri Paesi dell’Unione europea. Per studiare, lavorare e vivere. Cittadini europei che improvvisamente si ritrovano ad essere extracomunitari in Gran Bretagna. Un vero e proprio popolo di 3 milioni di persone. Di cui oltre 150mila sono italiani. E, tra questi, alcuni sono brianzoli. Come Filippo Perabò (nella foto in basso), impiegato a Londra in un’industria farmaceutica e Marianna Russo, media analyst in un’azienda che fa ricerche per multinazionali (BMW, Credit Suisse e Unicredit). Ci hanno raccontato quali sono le loro preoccupazioni dopo la Brexit. E che aria si respira in Inghilterra nei confronti di chi si è trasferito dall’estero per cercare fortuna in Inghilterra.

bandiera-europa (Copia)La prima sensazione che Filippo e Marianna ci trasmettono è la loro sorpresa quando il risultato del referendum sulla Brexit è stato annunciato. “Non se la aspettavano nemmeno gli inglesi – afferma Filippo – perfino Nigel Farage, che ha condotto la campagna per uscire dall’Ue, era impreparato e quando ha visto il risultato ha pensato bene di dimettersi da leader dell’Ukip (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, ndr)”. Insomma, una sorta di shock per tutti. Ma con qualche ragione per anni sottovalutata. “Sono emigrata a Oxford nel 2011 e per anni non mi ero mai accorta del sentimento anti-europeo che covava nel Regno Unito – spiega Marianna – eppure i presupposti c’erano tutti! Noi italiani siamo immigrati privilegiati perché viviamo nelle aree più culturalmente ed economicamente avanzate (Londra, Oxford, Reading, Cambridge, Bristol), qui la maggioranza ha votato Remain ed è rimasta sorpresa quanto noi del risultato – continua – ma il Regno Unito non è solo queste 5/6 città. È fatto di tutte quelle ex aree manufatturiere dove alla gente non è stata data altra possibilità, è fatto di aree rurali dove spesso si preferisce il sottopagato lavoratore stagionale lituano. Per anni la classe dirigente è rimasta miope davanti a questa massa di cittadini ridotti in povertà”.

Se questo è il quadro generale, le conseguenze potrebbero presto vedersi anche sul piano personale. Anzi, qualcosa sta già succedendo. Lo
dimostrano le recenti polemiche sulla proposta del governo inglese, poi ritirata, di obbligare tutte le aziende nazionali a pubblicare liste di proscrizione per lavoratori stranieri. O il dibattito sui moduli d’iscrizione online di alcune scuole britanniche in cui c’era la distinzione tra ‘italiano’, ‘italiano siciliano’ e ‘italiano napoletano’. “Non è un caso che la Thames Valley Police, la questura dell’area del Tamigi che si estende su 4 province, ha lanciato in questi giorni la campagna Let’s hate hate (Odiamo l’odio, ndr) per esortare i cittadini a denunciare chi promuove l’odio o ingiuria e aggredisce gli stranieri – racconta Marianna – subito dopo la Brexit, infatti, molti si sono sentiti legittimati ad esternare la loro xenofobia e ci sono stati diversi episodi di violenza fisica e verbale nei confronti di stranieri”.

La preoccupazione principale di chi si è trasferito nel Regno Unito non è legata alla perdita di lavoro. “Non è possibile licenziare 3 milioni di filippo-london (Copia)lavoratori senza mandare il paese allo scatafascio” sostiene Filippo. Il timore, invece, è soprattutto per la svalutazione della sterlina. Il cambio tra l’euro e il pound britannico, infatti, viaggia ormai sullo 0,90. Con la moneta comunitaria che ha guadagnato lo 0,28 per cento. “E’ finita la pacchia del cambio forte, con il quale ci sentivamo lo zio d’America quando si tornava in Italia – afferma Marianna – i biglietti aerei costano di più e al supermercato, con la sterlina debole, i prezzi stanno salendo e l’importazione non è più conveniente”. E, spostandosi da Oxford a Londra, le cose non cambiano. Anzi. “Hanno già annunciato che aumenteranno le tasse per i commercianti nella zona di Londra, che, quindi, per recuperare, aumenteranno i prezzi – spiega Filippo – a poco a poco salirà il costo della vita in questa città che è già fra le più care al mondo”.

Le conseguenze di tutto questo portano sempre più gli italiani nel Regno Unito a porsi insistentemente una domanda. Varrà ancora la pena restare in un Paese che, con l’uscita dal mercato comunitario, rischia di perdere 66 miliardi di sterline (circa 73 miliardi di euro) negli scambi commerciali con l’Ue? Marianna e Filippo si sono dati risposte diverse. Ma sostanzialmente simili. “Io e il mio compagno con la nostra bimba abbiamo iniziato a vagliare un’altra “fuga” – afferma Marianna – magari in Svezia, Germania, Irlanda o la Scozia, se si separa dal Regno Unito. Insomma chi ci guadagnerà dalla Brexit”. Pensa addirittura ad un ritorno in patria Filippo, che a Londra aveva già vissuto dal 2008 al 2010 e c’è ritornato ad Aprile di quest’anno. “Se il guadagno economico e il costo della vita non sono più vantaggiosi rispetto all’Italia – si domanda – chi me lo fa fare di stare qui?”. I prossimi mesi dovrebbero svelare dove conviene mettere un tetto sopra la propria testa.

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Filippo Panza
Sono nato nel 1980, anno di grandi eventi sportivi (Olimpiadi di Mosca, Europei di calcio), attentati terroristici (strage di Bologna), terremoti (Irpinia) e misteri ancora irrisolti (Ustica). Ma anche di libri (Il nome della Rosa) e film (Shining), che hanno fatto epoca. Con tanta carne a cuocere, forse era scritto nel mio destino che la curiosità sarebbe stato il motore della mia vita. E così da Benevento, la città che mi ha dato i natali, la passione per la conoscenza e la verità, declinate nel giornalismo, mi ha portato in giro per l’Italia. Da Salerno a Roma, da Napoli a Bologna, fino a Monza. Nel capoluogo della Brianza penso di aver trovato il luogo dove mettere la mia base (più o meno) definitiva e soddisfare la mia sete di scrittura, lettura, sport e tempo libero. Almeno fino a quando il richiamo di qualche Sirena, forse, non mi farà approdare ad altri lidi.


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