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I galleristi prima ancora degli artisti

I galleristi prima ancora degli artisti

6 Luglio 2016

Nel mondo di oggi i veri protagonisti dell’art system sono il gallerista e il mercante, prima ancora dell’artista e del curatore, perché detengono le chiavi del successo. Se infatti un tempo l’arte costava perché valeva e la figura di riferimento in grado di attribuire valore all’opera era il mecenate o il collezionista, l’arte contemporanea vale perché costa, e dunque il certificatore è spesso solo ed esclusivamente il mercato, e di conseguenza i dealer che vi operano acquistano prestigio e fama. Con alcune differenze sostanziali: il mecenate, dilapidando patrimoni, teneva al soldo gli artisti per celebrare il proprio nome o manifestare la propria grandezza; al contrario, il gallerista o il mercante, anche quando ha intenti nobili, lavora per guadagnare e accumulare ricchezze.

Certo a ben guardare il gallerista e il mercante, pur simili, sono due figure distinte, anche se negli ultimi anni tendono a sovrapporsi: il primo avrebbe o dovrebbe avere un progetto culturale, il secondo esclusivamente un fine mercantile. Di fronte, però, ad esempi celebri come Charles Saatchi (un ex pubblicitario) o Larry Gagosian, le differenze sfumano, poiché sia l’uno che l’altro sono in grado al contempo di creare artisti e venderli – creati per essere venduti, venduti e dunque creati, in un circolo vizioso (virtuoso per loro) che non ha né capo né coda. All’inglese si devono le quotazioni milionarie di Damien Hirst, all’americano di origini armene quelle di Jeff Koons.

Gli albori di questo nuovo modo di valorizzare l’arte coincidono con la nascita della modernità quando, soprattutto a Parigi, le avanguardie rompono i codici e le regole delle pittura ottocentesca. In questo contesto, si formano alcune leggende di galleristi-mercanti come racconta con sapida penna Yann Kerlau in Cacciatori d’arte. I mercanti di ieri e di oggi. Théodore Duret, per esempio, dapprima fabbricante di liquori, che con il sodale Enrico Cernuschi viaggia in Asia e in Giappone diventando il primo grande importatore di arte orientale; oppure Paul Durand-Ruel, che scoprì Delacroix; o ancora il mitologico Ambroise Vollard, pingue e imperturbabile gallerista che si inventò Cézanne, Picasso, e poi Van Gogh e Gauguin; o infine Daniel-Henry Kahnweiler, che proveniva da una ricca famiglia di banchieri tedeschi e nella Ville Lumière seguì Braque e Derain.

Quando la capitale dell’arte da Parigi si sposta a New York, cambiano i nomi ma non le capacità di imporre le proprie scelte e i nomi della propria scuderia. Il caso più eclatante, oltre a Peggy Guggenheim mecenate-mercante-collezionista, è quello di Leo Castelli, ben descritto da Annie Cohen-Solal, “non un mercante ma un gallerista” – come egli stesso amava descriversi – nato a Trieste nel 1907 e poi emigrato oltreoceano e divenuto il “Metternich dell’arte”, tra Espressionismo Astratto e Pop, tra Pollock e Robert Rauschenberg, capace di sfornare un mito dopo l’altro: Jasper Johns, Frank Stella, Roy Lichtenstein, Andy Warhol…. E non è un caso se il suo ultimo allievo e partner prediletto sia quel Larry Gagosian diventato in seguito il grande monopolista del mercato internazionale con dodici gallerie sparse in tutto il mondo (New York, Los Angeles, Londra, Roma, Mosca) e un fatturato miliardario. Un uomo descritto come uno squalo, algido e riservato, in grado di indirizzare le scelte di centinaia di grandi collezionisti, deus ex machina di un’arte che si confonde con la comunicazione, che vorrebbe essere cult e invece sta diventando irrimediabilmente mass-market solo per ricchi, anzi ricchissimi.

 

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